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L’INTERVISTA

Malacosa: un giallo sulla complessità del reale

Cultura | 20 Settembre 2019

Luciano e Agostino Arciuolo – uno classe ’59 e l’altro ’86 – sono padre e figlio originari di Bagnoli Irpino e propongono un romanzo complesso sia nell’intreccio che nella forma: un giallo scritto in dialetto che si rifà soprattutto alla scuola del mistilinguismo gaddiano e alla lezione più recente di Camilleri. Nella trama s’incontrano la dimensione delle superstizioni e delle leggende popolari e quella più prosaica dei calcoli politici, degli interessi economici su un territorio. Tutto ha inizio con un misterioso incendio e un morto, vicende che danno il via a una narrazione corale in cui i punti di vista dei vari protagonisti si mescolano a ritmo sempre più serrato. Ne abbiamo parlato con gli autori.

Partiamo dal linguaggio, dalla scelta del dialetto. Come mai avete deciso di raccontare in questo modo?

Quella del dialetto è stata anzitutto una scelta di ritmo, d’intonazione della prosa, nell’intento di conciliare la leggibilità dell’italiano con la musicalità che ogni parlata locale conserva. Il ricorso a espressioni e costrutti dialettali non è stato dunque fine a se stesso, mero ornamento lessicale, ma un elemento strutturale che percorre l’intera narrazione anche dal punto di vista sintattico e semantico. C’è stato in questo senso un lungo lavoro di ricerca, grazie al quale è stato infine possibile raggiungere una certa inflessione del periodare, oltre che trovare il giusto accordo tra forma e contenuto. Il dialetto è stato così il “lievito madre” che ha dato consistenza alla materia narrata, stesura dopo stesura (o, per meglio dire, “stesa” dopo “stesa”).

Il cambiamento climatico e la questione ambientale sono fortemente presenti: c’è un’aria, citando il personaggio zì Novanta, da “Finedimondo”. Quanto vi premeva raccontare l’attualità col pretesto dell’intreccio romanzesco?

Negli ultimi decenni, almeno a partire da Sciascia, il giallo è diventato un potente mezzo di denuncia e di critica sociale. Il pretesto dell’intreccio investigativo ci ha permesso di affrontare in maniera obliqua, ma non per questo meno affilata, quegli aspetti antropologici, ambientali e politici che ci premeva sviscerare (tra cui, appunto, i cambiamenti climatici). Non è forse un caso che “Malacosa”, la cui vicenda prende avvio con l’immagine di una montagna che brucia, sia uscito proprio in un periodo in cui mezzo pianeta è in fiamme, dalla Siberia all’Amazzonia passando addirittura per zone a ridosso dell’Artico. Il riscaldamento globale altera ovunque equilibri biologici delicati e, come raccontiamo nel romanzo, arriva a minacciare ecosistemi su cui si basa gran parte dell’economia di un territorio come il nostro.

Citate Gadda, Sciascia, il Guccini giallista, Camilleri. Sono questi gli autori che vi hanno più ispirato?

Sono indubbiamente nel novero dei nostri autori di riferimento, citati nel romanzo attraverso la voce di un appuntato con la passione per i gialli e una laurea in Lettere Moderne in tasca. È costui, in un certo senso, la voce interna degli autori nella storia. Di Sciascia in particolare ci ha ispirato il ricorso al giallo come pretesto per tracciare l’orografia sociale di un territorio; di Gadda l’idea di una complessità irriducibile e il ricorso al “pasticciaccio” linguistico (anche nel passaggio da un registro all’altro) per metterlo in parole; di Guccini e Macchiavelli l’ambientazione appenninica e lo sguardo accorato su una civiltà contadina al tramonto; di Camilleri la vena ironica e, naturalmente, la mescolanza di italiano e dialetto, la loro contaminazione in un linguaggio nuovo e più suggestivo.

Gaia credo sia uno dei personaggi importanti: arriva a storia già avviata da un po’ ma porta con sé la voglia di cambiamento e verità, l’esigenza di lottare per qualcosa con il movimento NoTriv. Come vi ponete rispetto a questo argomento?

La questione delle trivellazioni e dell’opposizione ad esse è in effetti uno dei temi principali del romanzo. Il tentativo di sfruttare una calamità per mettere le mani su un territorio è purtroppo una dinamica che, soprattutto negli ultimi tempi, vediamo ripresentarsi con troppa regolarità. C’è chi parla, al proposito, di “strategia dell’abbandono”, nella misura in cui lo spopolamento sfibra il tessuto sociale dell’entroterra e favorisce gli appaltatori, i quali non incontrano ostacoli nella progettazione di grandi opere impattanti. Eppure ancora, per fortuna, sopravvivono localmente associazioni e comitati che fanno il possibile per opporsi allo scempio. Ed è qui che, a nostro avviso, trova espressione il senso più autentico del fare politica oggi. Il personaggio di Gaia ne è incarnazione, con la sua smania di lottare, di resistere a tutti i costi. È in lei, alla fine, che la “restanza” viene a configurarsi come nuova forma di resistenza.

La raffigurazione del potere è cupa, l’onorevole misterioso al telefono afferma “… e sai perché è una buona legge? Perché contiene il trucco per essere aggirata”, in spregio alle regole comuni. Cosa pensate della situazione politica di oggi, locale e nazionale?

Uno degli obiettivi del romanzo è di svelare certe dinamiche di potere, anche di natura burocratica e amministrativa, che si verificano nel chiuso di una stanza o nella riservatezza di uno scambio telefonico. Ciò che ci premeva mostrare, più nello specifico, è come il potere si comporta nei momenti immediatamente successivi a una catastrofe, lo “stato d’emergenza” come strumento di aggressione economica e politica. Una giornalista canadese, Naomi Klein, ha utilizzato l’espressione “shock economy” (resa in italiano come “capitalismo dei disastri”) per riferirsi al sempre più frequente sfruttamento di calamità naturali e sociali per favorire interessi privati. In Italia ne abbiamo avuto numerosi esempi recenti, in cui le vittime designate sono ogni volta comunità impaurite, territori allo stremo come quello in cui è ambientata la nostra storia.

Una delle vostre riflessioni più interessanti riguarda la verità che non si fa mai afferrare: “… il garbuglio della realtà rimane sempre un’antecchia più arruffato, intorcinato e complesso di come uno se lo può figurare”. Questo è il pensiero principale alla base del vostro lavoro?

Come già accennato a proposito di Gadda, la complessità del reale è senz’altro la cifra filosofica e letteraria del romanzo. Molti personaggi si tormentano, s’affannano alla ricerca di una verità che però resta sempre un gradino più in alto rispetto alle congetture e alle ipotesi che essi ne fanno, per accurate e giudiziose che fossero. Di fronte a ciò, le tesi complottiste di alcuni attivisti finiscono per mostrarsi in tutto il loro semplicismo, incapaci di cogliere il ruolo del caso nelle umane vicende, quell’inestricabile “gliuommero” (per usare un termine caro allo stesso Gadda) che è la realtà nella quale ci troviamo a vivere.

Domenico Carrara

Un articolo di Domenico Carrara pubblicato il 20 Settembre 2019 e modificato l'ultima volta il 20 Settembre 2019

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