In un periodo cosi difficile, che rischia di lasciare enormi macerie anche dal punto di vista economico soprattutto per il nostro territorio, ci sono persone che non smettono di dare anima e corpo a progetti innovativi, pronte ad assimilare le nuove tendenze sociali e a tentare di ribaltarne il sistema in chiave locale. E’ il caso di Christian Barone, fondatore di Napoli Tà-ttà, che ci spiega in che modo mira a sfidare il potere delle multinazionali nel settore delle consegne a domicilio con Tà-Ttà Delivery, un progetto interamente Made in Naples che nasce nel segno dell’amore per la propria terra e nel totale rispetto dei lavoratori.

Christian, partiamo dal principio: cosa ti ha spinto nel 2014 a tornare nella tua città, dopo varie esperienze lavorative al Nord, per fondare Tà-Ttà Napoli?

Come tanti giovani ho iniziato la mia carriera lavorativa lontano da casa. Provengo da una famiglia normale dove i miei genitori hanno fatto grossi sacrifici per permettermi di diventare ciò che volevo. Sono stato diversi anni lontano, ogni venerdì tornavo a casa e ogni lunedì ripartivo. Avevo un unico pensiero: tornare. Non potevo continuare a vivere a metà. Per me il lavoro non è solo lavoro ma è soprattutto passione, amore per un obiettivo, amore per la mia terra, troppo spesso presa a esempio negativo. Volevo dare il segno ed essere parte di chi si batte per far crescere il nostro territorio.

Ora arriva un nuovo, entusiasmante progetto: Tà-Ttà Delivery. Da dove è partita l’idea di questa iniziativa? 

Questo sfidante progetto parte da una parola: famiglia. Mio fratello Manuel, già operante nel settore delle consegne a domicilio, mi ha fatto una proposta. Io l’ho accettata. Da un po’ di tempo anche su Tà-Ttà Marketplace facevamo consegne a domicilio. La naturale evoluzione è stata abbracciare interamente il blocco successivo della filiera: la consegna, il delivery. L’emergenza sanitaria ci ha spinto ad accelerare: abbiamo sviluppato software alla velocità della luce, ci siamo serviti di tutti i mezzi di cui eravamo a disposizione in questa fantastica joint venture. Ora lavoriamo fino alle 4 di mattina, in media, per “sfornare” questo nuovo servizio. Miriamo a colmare il gap con le multinazionali in breve. L’ambiente da cui provengo è esattamente quello delle multinazionali: so come pensano. Noi la pensiamo in maniera simile ma calati nella realtà italiana e in particolare quella napoletana.

Invito i lettori a scaricare Tattà Delivery da AppStore e PlayStore e a registrarsi. Non è ancora possibile ordinare ma non ci vorrà molto.

Quali sono gli obiettivi che vi ponete?

Il nostro obiettivo è mantenere i flussi economici all’interno del nostro territorio e, se possibile, provare a estende il nostro mercato anche al di fuori dai nostri confini.  Ci stiamo assestando per internalizzare le risorse quanto più velocemente possibile, fornendo stabilità ai collaboratori che ci hanno dato fiducia.

La tua personale esperienza è sicuramente un’iniezione di fiducia per chi decide di investire nel proprio territorio. Cosa pensi dell’atavico divario tra Nord e Sud? Ritieni che un’equa distribuzione delle risorse del Recovery Fund possa aiutare la tua generazione a invertire finalmente la rotta di questi decenni?

Questa è una domanda interessante. Personalmente credo che, banalmente, un’iniezione di liquidità per le nuove imprese sia ciò che ci vuole per farle crescere nel breve periodo. Nel lungo periodo, però, è necessaria competenza e pianificazione. Senza una progettualità precisa che guardi molto più in là del proprio naso, nessun recovery fund et similia, ci aiuterà a invertire la rotta.

Con lo smart working, molti giovani emigrati per lavoro hanno avuto la possibilità di assaporare l’aria di casa. Il contraccolpo di questo mi auguro possa essere che molte di queste persone sentano più forte ancora il proprio senso di appartenenza e si battano per stare qui. Dall’altra parte ci devono essere imprenditori della vecchia guardia disponibili a impiegare i fondi ricevuti per una forte crescita guardando da qua a 10 anni.

Antonio Barnabà

Un articolo di Antonio Barnabà pubblicato il 21 Dicembre 2020 e modificato l'ultima volta il 21 Dicembre 2020