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L’INTERVISTA

’O core ’nterra ârena e ’a capa appriesso ê stelle con gli EPO alla vigilia del primo album in lingua

Cultura, Lingua Napoletana, Musica, Senza categoria | 19 Marzo 2018

Gli EPO sono sulla scena da diciassette anni e hanno vissuto molte vite. Nati nel 2000 dall’incontro tra la sensibilità artistica del chitarrista e autore Ciro Tuzzi e le idee del produttore e tastierista Mario Conte, l’intenzione è sempre stata quella di fornire una chiave di lettura nuova e attuale a canzoni ispirate e mai banali, nel solco della tradizione del miglior songwriting italiano, e non solo.  Diversi cambi di formazione dopo, oggi gli EPO sono Ciro Tuzzi, Michele De Finis alla chitarra, Jonathan Maurano alla batteria, Gabriele Lazzarotti al basso e Mauro Rosati alle tastiere.

Nelle ultime battute del 2015 gli EPO sono protagonisti di una trionfale campagna di crowdfunding su Musicraiser per la realizzazione di due lavori indipendenti – entrambi con il producer Daniele “Il Mafio” Tortora che ha porato alla realizzazione di un EP – “Serpenti” – uscito nel Gennaio 2016, e di un disco in lingua che unisce la tradizione partenopea ad un sound internazionale. Attualmente in fase di missaggio con Roy Paci nel ruolo di Co-produttore artistico e musicista e con gli archi di Rodrigo D’ Erasmo.

Parte delle sonorità di questo nuovo progetto sono state anticipate da “Appriesso ‘e stelle” singolo pubblicato il 22 dicembre 2017 che sta ottenendo grande attenzione da parte del pubblico e dalle radio indipendenti: dal chitarrista Michele De Finis ci siamo fatti raccontare la storia di questa musica, qualcosa sulle ispirazioni che vengono da Napoli e i progetti futuri della band.

Come nascono gli EPO?

Quando sono nati io ero un loro fan, non facevo ancora parte della formazione. Ci sono stati diversi cambi di rotta, ma siamo stabili con questo nucleo da circa sei anni, abbiamo unito la storia ad una fisiologica innovazione dei componenti. Si pensa sempre che le band siano dominate da una sorta di oligarchia, se fosse così potremmo dividere gli EPO  in un nucleo creativo – formato da Ciro – e noi musicisti a collaborare per l’arrangiamento, in realtà il lavoro creativo che sta dietro ad ogni canzone è un lavoro assolutamente di gruppo. Veniamo da background differenti e il nostro sound è la risultante di tutte le nostre esperienze precedenti.

Che sound è quello degli EPO, se lo dovessi descrivere a parole…

E’ una domanda da un milione di dollari questa. Al momento siamo coinvolti nella realizzazione di un progetto abbastanza ambizioso, il nuovo disco che è uno dei due traguardi raggiunti tramite una campagna di crowdfounding che era stata avviata sull’Ep “Serpenti” e sull’album che uscirà a breve ed è il primo disco degli Epo completamente in lingua napoletana. Il tentativo culturale che stiamo facendo è quello di utilizzare una forma canzone classica, riportata ad un sound più moderno. Ne viene furi un suono che flirta con l’RNB, il downbeat americano, senza perdere nulla né della tradizione napoletana né del sapore rock che è tipico della nostra band. L’obiettivo è contaminarci con dei suoni inediti.

Appriess ‘e stelle è il singolo che lancia il nuovo disco, cosa racconta?

E’ un’operazione atipica, nel senso che la canzone è nata dopo la lavorazione del disco che è completamente suonato dal vivo e ci ha portato in una dimensione tale da avere molte energie, ci ha reso più semplice scrivere in questo modo nuovo, per cui il singolo è un’ottima anticipazione per le atmosfere che si ritroveranno nel disco, ben riassunte in questo brano. Dentro c’è qualcosa a cui teniamo molto, che parte da un punto di vista personale dell’autore ma poi rimanda ad una sensazione universale: è quella di chi lotta contro la mancanza di rispetto a più livelli, contro la disumanizzazione che è in corso in questo momento. Ci sono persone che mettono passione e cuore nelle cose che fanno, per poi vederle sporcate, tradite e calpestate da chi non riconosce gli sforzi.

E voi vi siete mani sentiti così?

Evidentemente si, parlo per immedesimazione perché non sono l’autore dei testi, però immagino che l’esigenza creativa nasca dal cercare di esprimere in musica quello che in un discorso diventa più complesso e dalla certezza che sia un’emozione che tutti hanno provato almeno una volta nella vita.

Con questo disco tornate alla lingua napoletana, che rapporto avete con la città, in che modo vi ispira?

Napoli c’è sempre stata anche prima che si formassero gli EPO, Ciro ad esempio aveva una band che faceva grunge in napoletano – si chiamavano Core e parliamo dei primi anni ’90 – quindi l’elemento napoletano è presente pur non essendo totalizzante, questo è il primo lavoro tutto in lingua. Paradossalmente è un disco interamente in napoletano voluto da due produttori che napoletani non sono, uno è romano, l’altro siciliano e sono loro ad aver spinto su questo acceleratore, perché hanno pensato che quando Ciro canta in napoletano il sound della band diventa in automatico più internazionale. Perciò il tentativo in questo momento non è quello di fare un’operazione campanilista tutta rivolta a Napoli, ma di andare fuori, proprio perché abbiamo un ottimo legame sia con la scena musicale napoletana che con la città, ci teniamo a far arrivare l’album ad un livello successivo. L’obiettivo non è cantare e suonare da soli sotto al Vesuvio, ma fare in modo che questa musica in questa lingua possa arrivare oltre.

Quindi cantare in napoletano è una sorta di valore aggiunto?

La lingua scelta da Ciro con pretesa arcaista, se così possiamo dire, è uno strumento in più che si aggiunge al disco, è a tutti gli effetti un elemento sonoro, è una suggestione, non qualcosa in cui restare impigliati. Se qualcuno ha creduto di poter fare un disco dei brani che avevamo in napoletano, evidentemente c’è qualcosa che colpisce e affascina allo stesso tempo.

Cosa c’è nel prossimo futuro degli Epo?

La massima aspirazione è quella di continuare a fare musica con dignità, di farla bene e di arrivare ad un pubblico ampio che ha voglia di ascoltarci. In sostanza, se c’è un sogno o una speranza per il futuro, è quello di sentirsi sensati facendo quello che ci rende felici, che poi è suonare.

Maria Fioretti

 

 

 

 

Un articolo di Maria Fioretti pubblicato il 19 Marzo 2018 e modificato l'ultima volta il 19 Marzo 2018

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