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L’INTERVISTA

Oriana Lippa, la cantantessa partenopea: dalla cover di Calcutta, al ritorno in scena in napoletano

Musica | 22 Maggio 2019

Oriana Lippa è la nostra “cantantessa”. Sì lo sappiamo che questo appellativo accompagna da tempo la voce e la chitarra di Carmen Consoli, ma per come la vediamo noi è perfetto anche per le canzoni d’amore e di rabbia di Oriana. Onesta, viscerale, nuda di fronte a chi la ascolta. Per lei la musica è cura e aria da respirare, un cuore spogliato che si riscopre e canta napoletano.

Abbiamo fatto con lei una lunga chiacchierata, dagli anni in cui ha smesso di suonare e di esibirsi, passando per il ritorno attraverso una serie di nuovi singoli, fino alla cover del brano di Calcutta – Che cosa mi manchi a fare – e al remake del video di Francesco Lettieri, che le è valso complimenti e apprezzamenti da parte di entrambi gli autori. Senza tralasciare la visione futura, i progetti e i sogni che usciranno presto dal cassetto.

Stai andando bene Oriana.

Prima domanda, la più difficile probabilmente: se dovessi descrivere la tua musica a parole come lo faresti?

«Ci pensavo proprio qualche giorno fa e credo che per un’artista sia molto difficile autodefinirsi, è molto più semplice per chi ascolta, perché quando crei qualcosa non ti soffermi troppo sulle etichette o sui generi. Semplicemente porti all’esterno quello che fa parte di te. Per me la musica è un modo per emozionarmi, la sensazione che più di tutte mi fa vibrare. Sono stata per diversi anni senza cantare e senza suonare, quindi è come se fossi tornata con maggiore intensità, con delle consapevolezze in più, ho scavato proprio a fondo per lasciare emergere la mia nuova personalità. Passo dalla malinconia, all’ottimismo, all’ironia, questo è un po’ il mio mondo, ascolto il rock, la bossanova, il jazz e anche l’indie. Fare musica significa raccontare le mie sensazioni, arrivare a sentirle sulla pelle e farle arrivare agli altri».

Possiamo parlare di te come un’autodidatta?

«Non ho mai studiato la musica in maniera approfondita, non mi definisco una musicista. Ho solo questa voglia di fare, la musica è una sorta di prolungamento di me stessa, è lei che sceglie me».

Facciamo un po’ un riassunto della tua carriera fino a questo punto…

«Dal 2007 al 2011 ho suonato in un gruppo rock tutto al femminile – le Delirious Luminal – facevamo pezzi inediti sia in inglese che in italiano, scrivevo i testi, cantavo e suonavo la chitarra. Poi ci siamo sciolte, è stato un bel periodo, anche se farsi conoscere senza strumenti social, senza Spotify, non è stato semplice. Abbiamo suonato molto in giro, tra Club e Festival in tutta Italia, è finita proprio sul più bello se vogliamo. Per altri due anni ho lavorato facendo cover con diversi progetti, tante vicende personali si sono intrecciate e alla fine mi è sembrato di essere spenta, senza energia per suonare. Sono stata ferma per diverso tempo, non mi sono esibita ma la musica ha sempre fatto parte di me. Ho risolto molte cose interiori per tornare nella migliore forma possibile».

E oggi ti ripresenti al pubblico in un’inedita versione napoletana, come mai la scelta di cantare nella tua lingua?

«Nell’ultimo periodo ho iniziato a scrivere in napoletano, è una cosa che non avrei mai immaginato, è stato un avvicinamento lento. Trovo sia una lingua molto musicale, incisiva a livello melodico, mi permette di cantare con naturalezza, riconoscendo la mia voce. Ho la padronanza di questa lingua che mi appartiene, perciò riesco ad essere più diretta e viscerale nella scelta delle parole. Spesso mi capita di prendere la chitarra, suonare qualche accordo e avere un’ispirazione immediata, questa lingua è poetica, qualsiasi verso assume una connotazione particolare. Vorrei approfondirla di più, un conto è la lingua che parliamo, un altro è la conoscenza letteraria, mi dicono che faccio un sacco di errori nelle canzoni perché è tutto istinto, per questo vorrei tentare un approccio formativo. Ho scritto tantissimi brani, sto ragionando su che forma dargli».

 

Veniamo alla cover che più di tutte ha suscitato interesse, quella del brano Che cosa mi manchi a fare di Calcutta, come mai l’hai scelta?

«In realtà avevo in mente da tempo di rivisitare in napoletano una canzone italiana. Questo pezzo mi piace moltissimo, è tra i miei preferiti, così ho cominciato a cantarmi il ritornello e lo trovavo davvero perfetto, molto più forte nel senso. Così l’ho tradotta e insieme ad alcune amiche abbiamo pensato che potesse essere una bella idea anche rigirare il video, così ho vestito i panni del bambino e sono andata in giro per Napoli, anche perché le ambientazioni del videoclip di Lettieri si prestano a qualsiasi città. E’ stata un’avventura, insieme a me Alessia Maturi si è occupata delle riprese, siamo salite in Vespa e abbiamo cominciato a chiedere ai commercianti se potevamo girare delle scene nei loro negozi, tutti si sono dimostrati immediatamente disponibili e questa è una delle cose più belle di Napoli, un’apertura e una solidarietà di cui possiamo certamente vantarci».

Diciamo che hai lanciato una doppia sfida al cuore sacro dell’indie, sei consapevole?

«Lo so, lo so (ride, ndr). Presto molta attenzione a questa scena nei miei ascolti, sono innamorata del progetto Liberato, perché nessuno negli ultimi anni aveva cantato Napoli in questo modo e Lettieri lo seguo da tantissimo, dai tempi del primo video di K-Conjog, fino a quelli di Giovanni Truppi e lo reputo bravissimo, in grado di costruire delle storie per immagini sorprendenti e poi ha ritratto la nostra città in una versione cinematografica assolutamente inedita. Più che una sfida lo reputo un omaggio, so che ho corso il rischio di entrare a far parte della schiera di chi fa le parodie, ma non era assolutamente il mio intento, anzi. Hanno dimostrato sia Calcutta che Lettieri un senso dell’ironia che mi ha riempito il cuore, la stessa autoironia che ho dimostrato io nell’interpretare il ruolo del bambino, riguardandolo mi viene sempre da ridere. Sono soddisfatta, soprattutto se questa cosa mi aiuterà a far conoscere le mie canzoni, è stata un’opportunità oltre che un piacere».

Alla fine la tua versione è piaciuta anche agli interessati…

«Assolutamente inaspettato. Abbiamo ricevuto i complimenti sia da Calcutta che da Francesco Lettieri, molte persone che mi seguono mi hanno contattata e ci siamo presi anche i commenti negativi, come è giusto che sia. Abbiamo rivoluzionato una canzone talmente tanto famosa, quindi è piuttosto normale trovare chi la apprezza tantissimo e chi la critica. L’importante è sentirsi sempre liberi di esprimersi, sono contenta del giudizio positivo che è arrivato dagli interessati, è stato emozionante. Per me ora è come ricominciare da zero, quindi mi sono sentita un po’ frastornata da questa visibilità».

Pian piano, quasi a tappe, stai condividendo i tuoi nuovi singoli: immagini un lavoro discografico?

«Ancora non so se tutto questo porterà ad un album che comunque è un lavoro impegnativo, richiede anche delle risorse economiche importanti, per il momento è in uscita l’ultima canzone prodotta grazie al team di Snap Studio, con la collaborazione del mio amico arrangiatore e musicista Phonix – Enzo Foniciello – sono già fuori i singoli Mai e C’avit rutt’ o’ karma. E il 21 giugno terrò il mio primo concerto a Napoli al Riot Studio di Via San Biagio dei Librai, prima di quella data spero nell’uscita del video che accompagna il mio nuovo singolo. Avrà diverse contaminazioni elettroniche perché alla canzone napoletana volevo abbinare un sound contemporaneo con influenze anche anni ’90 – che poi sono quelle con cui sono cresciuta – per evitare di dare al brano una connotazione troppo classica».

Che futuro ti aspetti?

«Spero di continuare a suonare, magari di incontrare un produttore interessato a quello che faccio. Se devo sognare in grande, vorrei andare in tour e vendere tanti dischi. Ma restando con i piedi per terra mi auguro di riuscire a farmi conoscere, tutto il resto arriverà».

Maria Fioretti

Un articolo di Maria Fioretti pubblicato il 22 Maggio 2019 e modificato l'ultima volta il 22 Maggio 2019

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