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L’INTERVISTA

Sasà Striano: La mia vita? Non solo Gomorra. Sono un attore “socialmente utile”

Cinema, Teatro | 16 Maggio 2019

Salvatore Striano, attore napoletano (classe 1972) tra i più interessanti dell’attuale panorama partenopeo, dopo un passato turbolento e la successiva detenzione prima in Spagna e poi a Rebibbia, durante il periodo carcerario si appassiona al teatro, soprattutto a quello Shakespeariano. Lavora nel Gomorra di Matteo Garrone, pellicola culto tratta dall’omonimo libro di Roberto Saviano, che lo farà conoscere al grande pubblico, ma ha un curriculum di tutto rispetto: il ruolo da protagonista di Bruto nel film dei fratelli Taviani Cesare deve morire, (la sua partecipazione preferita) per esempio, e una serie di fiction, film e approfondimenti televisivi nei quali parla delle terribili condizioni delle carceri italiane e della rieducazione dei detenuti attraverso le potenzialità dell’arte, della lettura e, naturalmente, del teatro.

Ha fatto davvero tanto, Sasà Striano: cinema e serie televisive accanto a Beppe Fiorello e Peppe Lanzetta per fare due nomi, e film diretti da Marco Risi, Guido Lombardi, Stefano Incerti e Abel Ferrara, tra gli altri. Ha scritto libri, per raccontare di sé. Non male per uno che da ragazzino vendeva le sigarette di contrabbando sui Quartieri Spagnoli e un po’ più grande spacciava coca, con la guerra in testa, come si dice a Napoli. Il suo eloquio semplice ed essenziale ma affilato rincorre le esperienze vissute in prima persona, spesso con altre anime intrappolate nella stessa sciagura collettiva e accomunate dallo stesso destino. Il suo è un teatro indispensabile, necessario, un’arte che può salvare vite dalla criminalità e aiutare a lavorare sulla necessità di relazioni profonde senza elementi inutili e dannosi. Personaggio di grande caratura personale, questo è quello che Sasà dice ai ragazzi quando va a trovarli nelle scuole: “I ragazzi di oggi vogliono ottenere tutto e subito, ma non si ottiene niente nell’immediato, bisogna lavorare sulle cose. Io pensavo di averla fatta franca con la Scuola, invece da grande appena ho iniziato a capire di voler fare qualcosa d’importante, sono dovuto ritornare a Scuola. Non puoi fregare la Scuola: se vuoi essere qualcuno nella vita, la devi frequentare”.

Frequentatore di teatri off, oltre che di quelli classici, in questo periodo Striano ha portato sulla scena “Il giovane criminale. Genet/Sasà”, un testo basato sull’opera omonima di Jean Genet, scrittore e drammaturgo francese fra i più controversi del Novecento.

Salvatore, sei attore dotato di grande carica umana e personalità. Lasciamo stare per un momento “Teste Matte (edito da Chiarelettere)”, pur essendo un testo necessario per un’analisi sulla criminalità e sui sentimenti contrastanti che si provano quando si fa parte di quel mondo, il tuo periodo giovanile e cosa ne pensi della camorra, perché credo che tu ne abbia già diffusamente parlato in Tv e ai giornali. M’incuriosisce piuttosto sapere quando è nata l’esigenza di dedicarti allo spettacolo e alla scrittura.

È venuta prima la voglia di scrivere, perché sentivo l’esigenza fortissima di farmi conoscere da tutti a trecentosessanta gradi. Non desideravo che la gente conoscesse solo il Sasà di “Gomorra” di Matteo Garrone o il Bruto di “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, perché non pensavo che fosse un’operazione giusta per me. Stavo buttando fuori tutto il veleno che avevo dentro, tutto il mio passato, e l’unico modo per liberarmene era rendere certe informazioni pubbliche anche per mettere in guardia certe persone nel fare una scelta, sapendo chi è Sasà Striano. È stato un atto di giustizia per dimostrare che quando si cambia e si sceglie un’altra direzione bisogna lasciarsi alle spalle tutto quello che non serve e iniziare un nuovo percorso. In seguito ho capito che avevo anche delle attitudini a dirigere, quindi ho iniziato a lavorare in teatro, una realtà molto diversa dal cinema. Il teatro mi permette di calibrare meglio i miei errori e mi sono trovato così a essere autore e anche regista (“Dentro la tempesta” e “Il giovane criminale Genet/Sasà”). Infine, voglio continuare a crescere anche nel mondo del cinema.

 E, difatti, hai portato in scena proprio “Il giovane criminale. Genet/Sasà”, un monologo ispirato al testo di Jean Genet, che trascina gli spettatori in un percorso duro, faticoso da sopportare. Quanto ti senti vicino al protagonista, e perché hai scelto un testo francese per raccontare un’esperienza di questo tipo? Nel testo di Genet la vita e l’opera s’intrecciarono al punto da rendere difficile una distinzione tra situazioni inventate e reali. Quest’aspetto ha influito nella scelta dell’opera?

Ne “Il giovane criminale Genet/Sasà” mi sento dentro al personaggio, piuttosto che accanto, perché tratta la storia della mia vita e, quindi, è un monologo autobiografico in cui ho voluto fare un parallelismo con Genet perché abbiamo entrambi vissuto una vita di emarginazione, di galera, di fughe, di crimini, di ghettizzazione. Ho provato tenerezza nello scoprire che Genet è finito in carcere perché aveva una sessualità diversa da altri e questo è un altro dei motivi che mi ha spinto a portarlo con me in scena… anche il fatto che gli avevano vietato di portare il suo monologo in radio… e mi sono detto, okay, non te lo hanno fatto dire a te, lo dico io, questa voce deve uscire fuori, è un inno alla libertà, è un atto d’accusa per chi vuole giudicare invece commette più crimini dei criminali. Quindi siamo io e lui dentro un unico personaggio che fa un atto di accusa nei confronti di certe persone e categorie. Non c’è niente di romanzato, sono tutti fatti realmente accaduti.

 Hai fatto una scelta forte, di profondo cambiamento, di affrancazione. La gente che hai incontrato durante il tuo percorso ti ha mai giudicato? Magari qualcuno ti ha compreso.

No, assolutamente no. Qualcuno ci ha provato, ma io non gli ho permesso né di giudicarmi né di comprendermi. C’è poco da comprendere, le mie azioni passate erano criminose anche se per qualcuno, o per me stesso, potevano avere una giustificazione nobile. Io ho voltato pagina e si deve andare avanti, quel capitolo non si deve leggere più. Le persone che mi vogliono riportare indietro sono quelle che non mi vogliono bene e non mi amano. Mi piacerebbe parlare di ciò che va da oggi a domani e non da oggi a ieri, a meno che il mio raccontarmi di ieri non serva alle nuove generazioni per non finire nelle trappole del crimine… che poi è quello che faccio quando vado nelle carceri e nelle scuole.

In che modo la cultura e la parola, anche quella scritta, possono tirarci fuori dal dolore quotidiano della sofferenza?

 In tantissimi modi. Una delle cose che mi piace della letteratura è che quando iniziamo a leggere, ci sentiamo immediatamente meno sfigati perché capiamo subito che tutti quei fatti che pensiamo succedano solo a noi li ritroviamo invece nei libri, e sono già successi… magari duecento, trecento anni fa… e inizi a sorridere. Queste sono le prime avvisaglie che stai bene. Poi impari parole nuove, conosci delle storie senza necessariamente entrarci dentro, con altro dolore, e il dolore degli altri può aiutare a sanare il tuo. La letteratura è salvifica, è rigenerante, è costruttiva, ti apre la mente, ti fa venire voglia di avventurarti, di crescere, di spingerti oltre. Lo stesso si può dire per la scrittura, che poi sono “mamma e figlia”. 

Quanta Napoli c’è dentro di te? Abiti ancora in città?

Dentro di me c’è tutta Napoli, tanta Napoli, solo Napoli, ma non abito più in città perché ho fatto un ulteriore passo, un ulteriore cambiamento nella mia vita: mi sono separato dalla donna con cui ero legato da circa ventisette anni e con la quale siamo rimasti in ottimi rapporti e ho incontrato un nuovo amore. Abitiamo a Roma, dove lei già viveva, e stiamo meravigliosamente bene perché stiamo a un’ora da Napoli e ci andiamo spesso. Vivo a Roma e amo Napoli.

Hai lavorato con Abel Ferrara, Stefano Incerti, Matteo Garrone, Toni D’Angelo e i fratelli Taviani, fra gli altri. Tutti grandi registi. Il film a cui sei più legato?

Sono più legato a “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani ma sono legato anche ad altri film, dove ho recitato un piccolo ruolo. È sempre emozionante avere un confronto con un grande regista che ti dà un nuovo insegnamento e ti fa portare a casa qualcosa di nuovo. Sono legato a “Cesare deve morire” dei Taviani, per le condizioni in cui l’abbiamo girato, per le persone che eravamo e per i personaggi che abbiamo interpretato, quindi c’è la storia di ieri, di oggi e domani. Molti dei personaggi che ho interpretato in altri film li schifo un po’, non ho più niente a che vedere con loro.

 Ultima domanda: dopo quest’esperienza, a cosa ti dedicherai?

Sono un attore, uno scrittore, uno sceneggiatore teatrale, vorrei quanto prima mettermi dietro una macchina da presa e continuare a fare tutto quello che ho fatto in questi tredici anni, da quando sono uscito dal carcere (e quello che ho imparato nei sei anni di laboratorio in carcere). Questa è la mia vita, questo è il mio mondo ed è questo che farò sempre cercando di essere un “artista socialmente utile” per aiutare i più giovani a non cadere nelle trappole della malavita. Vado dicendo da sempre che l’unica cosa onesta della malavita è la sua parola, perché non porta niente di buono, quindi devo lottare con tutte le mie forze, e con le armi della cultura, affinché sempre meno giovani si possano perdere. Diciamo che mi sento in missione!

 Claudia Verardi

 

Un articolo di Claudia Verardi pubblicato il 16 Maggio 2019 e modificato l'ultima volta il 16 Maggio 2019

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