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L’Italia delle disuguaglianze: perché oggi non celebriamo l’unità nazionale

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Italia | 17 Marzo 2021

Era il 17 marzo 1861 quando, a Torino, Vittorio Emanuele “assume per sé e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia“. Fu così che il Palazzo Carignano della città sabauda accolse il Parlamento Subalpino divenuto, in quello stesso giorno, Parlamento nazionale.

Da quel momento – e per 160 anni ormai – l’Italia ha imparato a considerarsi unica e indivisibile. Ha conosciuto periodi bui e slanci di particolare bellezza. E gli italiani, messi insieme letteralmente “con la sputazza”, hanno faticato a considerarsi figli della stessa Patria, rappresentati dallo stesso inno e dal tricolore.

Oltre i tentativi di revisionismo storico e di inutile, nostalgica, rivendicazione del passato, esistono alcuni importanti motivi che ci spingono a non celebrare questo evento.
L’Italia è ancora spaccata in due, unita principalmente dal concetto di disuguaglianza che attraversa tutto lo stivale e penalizza, ovviamente, le regioni del Mezzogiorno.

Si tratta di un regalo post-unitario che dal Settentrione ha raggiunto il Sud, senza alcuna possibilità di reso. E dal momento che l’Italia, sulla carta, è ormai fatta, che ne pensate se cominciassimo a lavorare per un Paese realmente unito?

Se si sceglie di emigrare, il problema esiste ed è serio

Partiamo da qui, dalle carovane di migranti che da Sud si spostano verso Nord. Negli anni ci siamo abbandonati con rassegnazione all’evidenza che il Meridione dovesse svuotarsi per andare ad arricchire, con competenze e denaro, altre regioni.

L’emergenza legata al Covid e il lavoro agile hanno consentito a molti lavoratori di ritornare a casa. Chissà se e quanto durerà questa pratica, considerando il numero di privati che sulla migrazione interna hanno costruito il loro profitto e che adesso si ritrovano, per esempio, con le seconde case sfitte. Nessuno sta pagando loro esorbitanti canoni d’affitto per occupare una stanza o poco più.

L’emorragia di lavoratori dal Sud, pari al 23%, resta una grande piaga italiana che nessuno ha mai voluto risolvere davvero. E il tasso migratorio resta una prerogativa del Sud, considerando che le regioni settentrionali vengono considerate come bacino di accoglienza e si assesta, in questo senso, con un dato positivo di poco inferiore al 10%.

La salute, in Italia, è un lusso destinato al Nord

Come non citare, in questo giorno nefasto, l’incredibile differenza che caratterizza la Sanità nel nostro Bel Paese.  Parliamo, forse, di una migliore gestione al Nord? Non esattamente. Esistono ospedali migliori o eccellenze particolari che al Sud non possiamo permetterci? Forse sì, ma non si tratta di un demerito delle struttura sanitaria meridionale, quanto di una diseguale distribuzione delle risorse e investimenti in questo campo.

La conseguenza più immediata è rintracciabile in quel “turismo sanitario”, interessante business che il Nord continua a coltivare a danno del resto del Paese. Come già in un precedente articolo nel quale abbiamo approfondito la questione, stiamo parlando della mobilità sanitaria interregionale, vale a dire quel processo di movimentazione che interessa quei pazienti che ricevono cure mediche in regioni diverse da quella di appartenenza.

Un giro d’affari nazionale pari a 4,578 miliardi di euro. Di questi, la sola Lombardia riesce ad intercettarne 1,2 miliardi di euro, in virtù dei 120-160 mila pazienti extra-regione che affluiscono nelle strutture sanitarie lombarde, perlopiù se non esclusivamente private.

Per non parlare della speranza di vita alla nascita che, come riportato da Il Sole 24 ore, “è pari a 83,2 anni al Nord contro i quasi 82 del Sud. Ancora più ampio è il gap in termini di speranza di vita in buona salute alla nascita (ovvero quanti anni un individuo che nasce oggi può aspettarsi di vivere in buona salute), pari a 3,4 anni (poco più di 61 al Nord rispetto al 57,2 del Sud)“.

Dici disoccupazione e pensi al Sud

Deve essere nata in questo modo l’atavica e stupida affermazione che appella i meridionali come dei fannulloni, senza voglia di lavorare, altrimenti non si spiega.

D’altronde, le fabbriche e le imprese del Nord dovrebbero ben conoscere l’importanza e la competenza della gente del Sud. Operai, impiegati e lavoratori di ogni sorta sui quali continua a fondarsi, da decenni, la ricchezza del Nord del Paese.

E i dati, anche in questo contesto, ci restituiscono una fotografia inclemente e drammatica. La forbice che separa il Nord e il Sud del Paese è pari al 24%. Un divario enorme che nessuno si è mai preoccupato, seriamente, di cancellare. Alla fine, se non si trova lavoro al Sud, si può benissimo partire con il primo treno utile e decidere (liberamente, eh) di trasferirsi stabilmente altrove.

L’Italia unita solo sulla Carta: per quanto tempo ancora?

Le regioni del Sud che hanno visto diminuire in maniera significativa gli investimenti rispetto al Centro-Nord, tanto che la spesa ordinaria in conto capitale della PA ha raggiunto nel 2018, nelle regioni meridionali, i 6,2 miliardi, ovvero solo il 22,5% del valore nazionale, ben al disotto del peso del Sud in termini di popolazione (circa 34%)“. Lo si legge nella versione di gennaio del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. A scriverlo e diffonderlo è il governo in carica in quei mesi.

L’aspetto positivo di questa affermazione è che, almeno, manifesta una certa consapevolezza su quanto sbilanciati siano gli investimenti in questo Paese. E disparità di questo tipo possono essere rintracciate in molti altri aspetti della vita comunitaria e sociale dell’Italia.

In tutta onestà, come vi sentireste se foste figli di una madre che, costantemente, mostra una certa preferenza per vostro fratello e lo sostiene e gli facilita la vita sempre a discapito vostro?
Ecco, mamma Italia, dal 1961, si comporta esattamente così, come se i meridionali fossero cittadini di una Patria minore. Come se l’articolo 3 della Costituzione non esistesse. Rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese è un dovere di questa Repubblica puntualmente disatteso.

Per questo motivo la festa dell’Unità nazionale proprio non ci appartiene.  Non la sentiamo nostra e sarà così fino a quando non cominceremo ad avvertire, davvero, che, sì, siamo italiani pure noi quaggiù.

Rocco Pezzullo

Un articolo di Rocco Pezzullo pubblicato il 17 Marzo 2021 e modificato l'ultima volta il 17 Marzo 2021

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