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LO SCEMPIO

Pinto (Trianon): “Si riqualifichi piazza Calenda a Forcella” dove le promesse sono più antiche del Cippo

Identità, Storia | 17 Novembre 2019

È la zona archeologica più antica di Napoli, risale molto probabilmente al III secolo a.C..

A Napoli, dire che qualcosa “S’arricorda ‘o Cippo ‘a Furcella” sta proprio a voler sottolinearne l’antichità: come a piazza Bellini, anche qui si intravedono i resti della cinta muraria di epoca greca: Forcella è la parte finale del decumano inferiore  della Napoli greco romana. Si chiama così secondo molti perché il percorso termina in una biforcazione (forcella). Anche se ci sono varie interpretazioni in merito. Ora su questa storica piazza, pregna di storia e identità, arriva l’allarme del presidente della Fondazione Trianon teatro del Popolo, Giovanni Pinto, che proprio qui si trova. Le sollecitazioni sono quelle di sempre: troppo degrado, abbandono, scarsa pulizia e cura dell’area. Oltre a progetti mai realizzati.

“Riqualificare Piazza Calenda a Forcella – è la richiesta di Pinto – Oltre un anno fa scrivevo che nell’ambito del Progetto Monumentando era prevista la riqualificazione del Cippo a Furcella e che il relativo Progetto è stato presentato alla Soprintendenza archeologica in data 9 agosto 2018: sinora però nulla è partito. Tutto è fermo e non si capisce perché. Intanto non è  il caso di provvedere a una pulizia sistematica del Cippo che sta diventando una discarica? Inoltre nel Grande Progetto Centro Storico di Napoli – valorizzazione Sito UNESCO pure era prevista una riqualificazione di Piazza Vincenzo Calenda a Forcella. Non si sa pero’ quando inizieranno i lavori in quanto debbono prima terminare gli interventi in Piazza Mercato, rientrando le 2 piazze nello stesso Lotto 3. Non si comprende perché non siano iniziati contemporaneamente e intanto Piazza Mercato è ancora un cantiere aperto. In attesa che partano i Progetti Centro Storico Unesco e Monumentando – suggerisce ancora il presidente della Fondazione Trianon – per Piazza Calenda a Forcella si potrebbe dare una sistemata all’arredo urbano, alla viabilità e all’apertura alla cittadinanza del Parcheggio di Castelcapuano. Sarebbe un bel segnale contro il degrado e l’abbandono di Forcella.”

La storia di Forcella e del cippo

Quando durante i lavori del risanamento furono ritrovati i resti delle mura a piazza Calenda, la stessa fu  detta inizialmente piazza delle mura greche, poiché è la zona archeologica più antica di Napoli.

Come spiega bene il nostro Antonio Corradini, Forcella si chiama così proprio dalla caratteristica biforcazione con cui termina una delle antiche plateaie greche della città (i famosi decumani), quella che oggi è conosciuta in tutto il mondo come Spaccanapoli.

“Durante i suoi primi anni di vita, l’assetto urbano della nuova città, Neapolis, assimilò i canoni ippodamei di Atene, plasmando un intreccio di strade ortogonali a formare una scacchiera solcata da est a ovest da tre strade principali e parallele chiamate plateiae, e intersecate perpendicolarmente da strade più strette chiamate stenopoi. Un tessuto urbano ancora oggi riconoscibile, sopravvissuto a venticinque secoli di storia e premiato dall’Unesco come patrimonio dell’umanità.

Così come accade oggi, duemila anni fa la strada che fluiva fuori dalla città attraverso la Porta Furcillensis, rintracciabile oggi nel cumulo di macerie conosciuto come “Cippo ‘e Furcella”,  si diramava in due strade, assumendo la forma tipica forma ad “Y” di una forcella: una strada conduceva ad est, verso Ercolano, e l’altra scendeva in direzione del mare, verso le attuali Torri Aragonesi di via Marina, laddove, al tempo, sorgeva il Ginnasio, l’Ippodromo e lo Stadio Neapolitano,un ampio teatro di forma rettangolare lungo addirittura 200 metri nel quale si svolgevano i certami atletici tanto cari alla madre Grecia”.

Ricorda lo storico napoletano Bartolomeo Capasso: “Lo Stadio era grandioso, quale richiedevasi per la celebrità delle feste Napoletane e per la moltitudine della gente che vi soleva accorrere.”

“A pochi passi dallo Stadio, verso oriente, dove oggi svetta il monastero di S. Maria Egiziaca, si stagliava invece l’antico Ippodromo Neapolitano, un anfiteatro notevolmente più grande dello Stadio destinato alle corse dei carri e dei cavalli – racconta ancora Corradini –  Anche in passato Napoli era una città viva, ricca di svaghi e di grandi eventi come in nessun altro posto della Magna Grecia. I cittadini della polis in riva al Golfo potevano dissertare e rilassarsi in una delle tante terme disseminate per la città, oppure assistere ai certami poetici e musicali nei teatri neapoletani; potevano partecipare alle gare dell’Ippodromo, allenarsi al Ginnasio o celebrare gli atleti che si esibivano allo Stadio nella disciplina del pentatlo. Bene, tutto molto bello, – direte voi – ma l’arena? Dove era collocato l’anfiteatro dei gladiatori che rese celebre Capua e onorò gli imperatori e la storia di Roma? Ebbene, pare che i Neapolitani non vedessero di buon occhio le barbarie che si consumavano in quelle arene sanguinarie; da queste parti il popolo era raffinato: amava il teatro, la lirica, i giuochi, restando sempre fedele ai costumi della madre Grecia, e respingendo fermamente la ferocia e le atrocità dei combattimenti.

Il mastodontico raggruppamento di edifici ludici che sorse a ridosso delle mura della città richiamava dunque un gran numero di cittadini, che ogni giorno percorrevano in lungo e in largo quel decumano inferiore il quale, probabilmente, finì per diramarsi in un trivio a forma di forca che diede origine a quel termine curioso e a noi familiare sopravvissuto per oltre due millenni di storia: Forcella”.

Del resto poi a rafforzare questa narrazione ci sono le recenti scoperte sotterranee emerse dagli scavi della metropolitana in piazza Nicola Amore dove è stato ritrovato il tempio isolimpico edificato da Augusto nel 2 d.C., il Gymnasium, destinato ai giochi olimpici, ad imitazione di quello di Olimpia in Grecia edificato sopra un tempio greco di IV s.a.C., costruito forse in onore di Parthenope e adibito a funzioni sacre delle quali sono rimaste tracce ancora tutte da decifrare. Lo scavo ha restituito più di 500 frammenti  che riportano i nomi dei vincitori dei giochi, la loro provenienza e le specialità nelle quali avevano concorso. Un’ iscrizione ad Olimpia riporta proprio il regolamento dei giochi Isolimpici napoletani.

I sedili di Napoli e la Y

Spiega invece Luigi de Lutio di Castelguidone in quella bibbia che si chiama “I Sedili di Napoli” che il secondo dei seggi maggiori – dopo il seggio di Capuano –  era quello di Forcella che dava il nome o da esso prendeva tutta una contrada o quartiere. “Perché così si chiamasse non è ancora chiaramente dimostrato. Varie sono le ipotesi. La più probabile è quella che afferma chiamarsi col predetto nome il fatto che in quel quartiere e precisamene fuori di una porta sorgevano le forche, ipotesi avvalorata dal fatto che in seguito proprio nei pressi della Piazza di Forcella, sorsero le famigerate esposizioni delle teste recise dei rei, luogo noto come “‘e cape a Vicaria”, le teste alla Vicaria, dal nome delle omonime carceri site nei sotterranei di Castel Capuano, ed anche perché una tradizione popolare indica in un tratto di quel che resa dell’antica murazione greca della città, affiorante ancora in Piazza Mura Greche, luogo posto proprio nel cuore del quartiere di Forcella, il cippo delle esecuzioni, il famoso cippo a Forcella, che appunto viene ricordato come il più antico luogo di supplizio della città. Anche se quindi non si parla esplicitamente di forche, pur sempre un luogo di supplizio indicherebbe il vocabolo. Lo stemma di questo antico Seggio – continua de Lutio di Castelguidone – è appunto costituito da uno scudo di rosso e di oro con una pergola o forca, scorciata a ipsilon sul tutto, avente come detto il motto: “Ad bene agendum nati sumus”.

Con la riforma angioina, qualche decennio dopo la rivoluzione di Masaniello, il seggio di Forcella fu poi incorporato nel sedile di Montagna, ma in piazza san Lorenzo Maggiore il simbolo a Y di Forcella si intravede ancora tra gli altri.

La Y e la Scuola di Pitagora

Nel libro sui Sedili non si accenna invece alla Scuola di Pitagora, citata altrove: secondo alcuni Forcella si chiama così perché la Y era l’emblema della scuola di Pitagora. La Porta Furcillensis rappresentava l’uscita/entrata principale dalla Città perché posizionata in rapporto aureo con il lato della pianta quadrata di Napoli, una città armonica e proporzionale che segue – nella sua edificazione – i nuovi principi pitagorici, con al centro l’agorà e le strade che si dirigono verso il centro, non in maniera concentrica, ma rettilinea. Il principale riferimento letterario sulla scuola Pitagorica a Napoli si trova nel celebre libro di Carlo Celano del 1692  “ Notizie del Bello, dell’Antico e del Curioso della Città di Napoli  per gli Signori forastieri“ .

” Di Forcella, avanti l’atrio della chiesa oggi detta di S. Maria a Piazza – racconta Celano –  Nel rifarsi  la  chiesa  vi  fu il Seggio  di essa  incorporato. Fu chiamato Forcella perchè quivi vogliono che fosse la scuola di  Pitagora  che  per impresa  aveva la  lettera  Y,  e che  questa fosse la  particolare  insegna  del  Seggio,  come  vedesi scolpita  in   un antico marmo sulla porta  di  detta  chiesa ,  e sotto  della quale  i  nobili di esso fecero incidere  quel  celebre  motto :  Ad  bene  agendum nati sumus; e che dopo la sua  demolizione  fu  adattato  sul fregio della porta minore di S.  Agrippino.  Era  non  molto  lungi dalla  porta  Forcellense  oggi detta Nolana”.

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 17 Novembre 2019 e modificato l'ultima volta il 17 Novembre 2019

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