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LO SCENARIO

Quei quesiti referendari per l’autonomia del Sud che hanno solo valore consultivo e costerebbero milioni di euro inutili

Campania, Politica | 13 giugno 2018

Il Comitato Referendario per l’istituzione della Macroregione autonoma del Sud ha depositato ufficialmente, presso la segreteria generale del Consiglio Regionale della Campania, i quesiti referendari per i quali verrà chiesto ai cittadini campani di firmare al fine di indire il referendum consultivo. I quesiti sono due, il primo recita “Volete voi che la Regione Campania intraprenda tutte le iniziative istituzionali necessarie per ottenere dallo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 116, comma terzo, della Costituzione, in tutte le materie indicate dalla predetta disposizione?”. Il secondo, invece “Volete voi che la Regione Campania stipuli con le altre Regioni dell’Italia meridionale continentale tutte le intese necessarie, ai sensi dell’art. 117, ottavo comma, della Costituzione, per l’esercizio unitario, anche attraverso l’istituzione di organi comuni, delle funzioni di propria competenza?”.

“Con il primo quesito – ha spiegato il presidente del Comitato, Alessandro Sansoni – ci prefiggiamo di avviare le procedure per ottenere l’autonomia, sull’esempio di quanto già avvenuto in Veneto e Lombardia. Il secondo mira, invece, a vincolare l’esercizio dell’autonomia in una logica di cooperazione rafforzata con le altre Regioni dell’Italia meridionale, in vista della istituzione della Macroregione autonoma del Sud. Nei prossimi giorni i nostri attivisti realizzeranno banchetti su tutto il territorio per invitare i cittadini a firmare e chiederemo un incontro con le ministre Erika Stefani e Barbara Lezzi, che detengono rispettivamente le deleghe alle Autonomie e al Sud”. Ma in realtà le altre regioni non si sono assolutamente espresse su questa possibilità, dunque il secondo quesito appare già di per se inutile.

La notizia, a differenza di quanto accaduto al Nord, dove era la Lega a promuovere i quesiti per l’autonomia un anno fa,  è passata nell’indifferenza generale. Lasciamo perdere che del comitato facciano parte soggetti che in queste ore bacerebbero in bocca Matteo Salvini – comunque sarà divertente ascoltare il suo “pensiero” in merito – o comunque protagonisti dello scenario politico appena bocciato dalle urne, che tanti danni ha prodotto, tra cui ex Forza Italia che blaterano addirittura di un’agenzia del mezzogiorno finalizzata agli investimenti strategici e infrastrutturali, come se non ci fosse bastato il magna magna derivato dalla Cassa del mezzogiorno, baraccone di qualche decennio fa.

Ma premettendo che parlare di autonomia, come è noto, per noi non è mai stato un tema taboo – magari lo si facesse, ma seriamente e con competenza –  nessuno ci racconta che se pure i referendum passassero e vincessero, saremmo comunque allo zero totale e assoluto. I referendum regionali infatti non sono giuridicamente vincolanti. E semmai si dovesse raggiungere il quorum, il consiglio regionale avrebbe solo l’obbligo di analizzare entro 90 giorni il tema. E anche se se ne approvassero i contenuti, non cambierebbe nella lo stesso. Non è la Regione che decide. Anzi la Regione può farsi promotore del tema direttamente con le Camere. Senza nessuna consultazione.

La Corte Costituzionale, infatti, ha giudicato già inutili i precedenti referendum del Nord. E dal momento che da un punto di vista meramente formale l’art. 116 della Costituzione non richiede espressamente l’indizione di una consultazione del corpo elettorale, teoricamente si potrebbe avanzare la proposta di maggiore autonomia regionale direttamente al Parlamento, come ha fatto lo scorso anno il presidente regionale dell’Emilia-Romagna che, pur “rispettando la decisione di Veneto e Lombardia di fare un referendum pienamente legittimo” ha deciso di avviare un diverso percorso, consultando imprese, sindacati, territori e associazioni.

Nessuno dice, infine, che le spese previste per l’organizzazione del referendum – interamente a carico dell’amministrazione regionale – sono enormi. In Veneto, dove un referendum analogo si è svolto lo scorso anno, senza alcun risultato concreto, un anno dopo (se non un protocollo d’intesa col vecchio governo) sono state di 14 milioni di euro, di cui 1.200.000 euro destinati alla campagna di informazione istituzionale promossa dalla regione. In Lombardia (dove invece si è già discusso in consiglio regionale di riproporre al governo la vicenda) invece sono stati spesi quasi 50 milioni di euro. I costi sono stati superiori a causa dell’acquisto di 24mila tablet usati per le procedure di voto, che però dopo il referendum sono stati donati alle scuole della regione: solo per l’acquisto dei tablet e dei software relativi, la Lombardia ha speso 23 milioni. Altri 24 sono invece serviti per pagare gli scrutatori e garantire il resto delle operazioni, mentre altri 1,6 milioni di euro sono stati spesi per la campagna elettorale. Per avere un termine di paragone: 50 milioni di euro è stato più o meno quello che sta spendendo la Regione fra 2017 e 2019 per finanziare le tariffe agevolate del trasporto pubblico.

Ecco, spendiamoli per qualcosa di utile questi milioni di euro. Per potenziare i trasporti campani, magari. E non per l’ennesima consultazione demagogica, modello Lega Nord, alla quale non ispirarsi mai, men che mai in questo caso sul discorso delle autonomie di Veneto e Lombardia, che come secondo fine ha solo quello di deprivare ancora noi, qui al Sud.

Lucilla Parlato 

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