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LO SPETTACOLO

La Luna di Davide Iodice: in scena i rifiuti dei napoletani per riscoprirsi umani

Cultura, Teatro | 14 Luglio 2019

A Palazzo Fondi, in prima assoluta venerdì 12 luglio, e in replica con un doppio appuntamento (18:00 / 21:00) fino al 14 luglio, arriva La Luna: uno spettacolo penetrante e suggestivo attraverso cui Davide Iodice, rovistando nell’immondo “psicologico” della collettività partenopea, si propone di rintracciare il senno perduto dell’umanità.

La vita delle cose

Gli oggetti ingombrano prepotentemente le nostre esistenze e non solo a causa delle loro dimensioni, quanto piuttosto per ciò che rappresentano. Libri, soprabiti, monili, l’insieme di tutte quelle «cose che non dovrebbero commuovere, perché non sono vive» (Sartre, La nausea) può rivelarci, invece, molto più di quanto si possa immaginare.

Ed è vero quando si dice che i sentimenti di una vita possono essere disvelati per mezzo delle cose di cui ci circondiamo. D’altra parte, così come ci ha insegnato l’andamento artistico-letterario dei tempi postmoderni, ogni oggetto, se investito dai sentimenti umani, può assumere diversi valori e accezioni, fino al punto da perdere i connotati della sterile forma inanimata.

Le cose, infatti, grazie a quell’attitudine propriamente umana che le riveste di affetti, di sensazioni o di ricordi, sembrano prendere vita. E in un certo senso si animano, si trasformano. Spesso, addirittura, diventano opprimenti, insopportabili, tanto, da spingere gli esseri umani a volersene disfare.

Ed è esattamente da qui, da questo sentimento di negazione, dal rifiuto, dallo scarto, che nasce l’ultimo spettacolo di Davide Iodice intitolato La Luna. Un vero e proprio viaggio, una ricerca sospesa tra antropologia e poesia, che conduce lo spettatore nei meandri del cuore dilaniante del rifiuto, facendoglielo assaporare in tutte le sue sfumature possibili.

La Luna a Palazzo Fondi- Prologo

Che La Luna non fosse uno spettacolo teatrale dai riverberi convenzionali, c’era da aspettarselo. In realtà, lo si intuisce da subito. Tira un’aria diversa, infatti, già dall’accoglienza. A ridosso dell’ingresso del Palazzo Fondi, dopo il consuetudinario controllo del biglietto, il pubblico è invitato a sostare nei pressi del cortile. Allo spettacolo non è possibile accedervi singolarmente: in sala ci si presenterà tutti insieme.

Dopo esserci radunati, quindi, ci muoviamo. Uno strano silenzio ci accompagna fino al primo piano. E dopo aver attraversato un paio di sale ricche di tele, di installazioni e di dipinti, raggiungiamo una stanza, piccola, opaca, senza finestre. Solo più tardi scopriremo che quell’ambiente è il primo dei due in cui è previsto lo svolgimento della scena. Ed eccoci lì, dunque: 30 sconosciuti, uno di fianco all’altro. Nemmeno il tempo di capire agli effetti cosa sta succedendo, che siamo letteralmente catapultati dentro il prologo dello spettacolo.

Davanti a noi, un tavolo su cui riposano una serie infinita di oggetti dalle più disparate dimensioni. Sono le cose che i napoletani hanno portato al regista, rispondendo alla call in cui era stato chiesto loro di lasciare ciò di cui si volevano disfare. Una cosa viva, quindi, una di quelle capace di raccontare in eco un sentimento di necessità, un’emozione o un momento significativo della propria esistenza.

Due attori vestiti di grigio e coi volti ricoperti d’argilla, si rivolgono alla platea, mostrando ad uno ad uno quegli oggetti carichi di sentimenti. Più volte ci chiedono chi siamo, cosa portiamo, poi, insistono nel volerci far guardare più da vicino quei rifiuti dolenti dei nostri concittadini.

Noi, gli spettatori, siamo tutti in piedi. Rapiti.

I due allora, a mo’ di “monatti” ci fanno strada. Sono quelli dimenticati, dicono, gli infettati. Poi ci invitano a cambiare stanza. Ed è così che ha inizio la Luna: una stanza, poi un’altra, una serie di cose senza proprietari e un intenso profumo di dolore che inizia a propagarsi nell’aria.

L’impatto è forte, senza eguali.

Lo spettacolo

Così, raggiungiamo il secondo ambiente. La stanza è più grande, ma comunque a suo modo raccolta. Una serie di cuscini rossi indicano i posti riservati agli spettatori. Mi siedo, gli occhi spalancati su quella che sembra essere una sorta di discarica lirica. Siamo sulla Luna? Guardo il soffitto: una rete a maglia larga è costellata da una serie di lampadine accese.
Il cielo stellato sopra di me, penso, poi guardo la scenografia.

Quattro blocchi enormi, rettangolari, sono ricoperti da una moltitudine di buste della spazzatura. Inquantificabili, coloratissime, multiformi. I blocchi si muovono e si rigirano, si agitano di continuo: dalle lacerazioni sui bordi, che sembrano richiamare le ferite di un parto, d’improvviso, nascono gli attori. Portano in dono gli oggetti desueti, i rifiuti, i pezzi di vita abbandonati dai napoletani.

In filodiffusione si sentono le registrazioni di chi ha deciso di sbarazzarsi di quegli averi. Sono le testimonianze reali di chi, consegnando i propri oggetti, ha scelto di condividere prima col regista e poi con noi spettatori un tassello significativo della propria esistenza. Quelle voci, quelle storie, la trepidante intimità dell’attesa avvolgono l’animo degli astanti.

Ed è così che la scena prende il sopravvento. La drammaturgia è intessuta col valore aggiunto della realtà di ciò che si sta verificando: l’artificio del teatro porta in scena il reale, i sentimenti, il patimento, il dolore, la delusione, il rimpianto. D’un tratto, a stretto contatto con quelle cose dimenticate, così delicatamente rappresentate, un brivido corre rapido lungo la schiena.

Lo spettacolo ci obbliga a ricordare, a recuperare, cos’è che realmente ci qualifica quali esseri umani.

Tra gli scarti ed il rifiuto il senno dell’umanità

Non la frenesia degli impegni, il lavoro, la tecnologia, la società assopita. Non il menefreghismo, la viltà, l’indifferenza, l’indisposizione nel tendere la mano. Quanto il valore della condivisione, l’accoglienza, l’ascolto, l’empatia per il dolore, il sentimento di assoluta appartenenza all’umanità. I principi che dovrebbero regolare la nostra vita sono tutti lì, chiaramente vividi e rappresentati dalla poetica del rifiuto che si dispiega sotto i nostri occhi giudicanti.

La Luna, che affonda le sue radici in quanto di più veritiero esiste, ci mette faccia a faccia coi dolori che abbiamo provato, temuto, odiato, allontanato. E, allora, non possiamo far altro che riconoscerci e sentirci vicini al pathos di chi, ad esempio, ha consegnato per la realizzazione di questo spettacolo l’abito scelto per affrontare il funerale del padre.

Comprendiamo o semplicemente sentiamo di appartenere al rifiuto di chi ha consegnato le chiavi con cui ha chiuso la porta di quella stanza dove non è mai più voluto entrare.

Ci indigniamo per gli occhiali rotti di chi è stato vittima di bullismo.

E ancora, inorridiamo per il dolore provato da quella donna sconosciuta che ha deciso di disfarsi di un mazzo di rose appassito, le rose che il compagno le regalava tutte le volte che voleva farsi perdonare dopo averla picchiata.

Sentiamo, allora, pur restando seduti nella nostra sterile condizione di spettatore, le mani stringersi intorno alla gola, mentre le orecchie restano in ascolto di quella voce registrata che ci svela il sentimento di disprezzo che ha reso cosa viva quel mazzo di fiori stropicciato.

Ed è nel contatto col rifiuto, nella sofferenza capita, che ci sentiamo fraternamente uniti, mentre lo spettacolo continua, incalza, con il suo susseguirsi di storie in atto. Gli oggetti prendono vita in scena, mentre la scena si mescola col reale, permettendoci di condividere, di ascoltare, di recuperare quel senno umanitario che sulla terra, da troppo tempo, ormai, abbiamo dimenticato.

Così, come una sorta di moderno Ariosto, Davide Iodice ha scelto di portarci sulla sua Luna. Ed è un viaggio imperdibile, da fare, rifare e consigliare, giacché: «Le lacrime e i sospiri degli amanti, / l’inutil tempo che si perde a giuoco, / e l’ozio lungo d’uomini ignoranti, / vani disengi che non han mai loco, / i vani desideri son tanti, /che la parte più ingombran di quel loco: / ciò che in somma qua giù perdesti mai,/ là su salendo ritrovar potrai».(Ariosto – Orlando Furioso)

Flavia Salerni

 

Un articolo di Flavia Salerni pubblicato il 14 Luglio 2019 e modificato l'ultima volta il 16 Luglio 2019

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