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Lo spirito di Napoli nelle Sette Opere di Misericordia del Caravaggio

7arti, News | 7 Dicembre 2015
sette%20opere%20della%20misericordia,%20dettaglioVia dei Tribunali 253, Chiesa del Pio Monte della Misericordia, uno dei tanti scrigni nascosti nel cuore di Napoli. Varcando la soglia ci si sente catapultati nel 1600, avvolti da fasci di luce caravaggeschi ammirati e studiati da quello stuolo di artisti  che raccolse l’eredità del Merisi a Napoli (fra cui Luca Giordano e Battistello Caracciolo).
Il Pio Monte della Misericordia è una storica istituzione fondata nel 1601 da sette giovani nobili napoletani, che svolge attività di carità cristiana. Dai documenti, alcuni conservati nell’Archivio del piano superiore, si evince che nel febbraio 1607 Caravaggio ricevette il saldo di quattrocento ducati per la commissione di una grande tela da collocare sull’altare maggiore della chiesa: le Sette opere di Misericordia.
Le emozioni suscitate nel visitatore davanti all’opera sono sconvolgenti, anche per chi già la conosce dalle immagini, soprattutto per la complessità della pittura che è in qualche elemento barocca, classicista in altri e finanche “volgare” in alcuni particolari.

La commissione chiedeva a Caravaggio la realizzazione di un quadro d’altare che raffigurasse la Madonna della Misericordia, magari con una iconografia tradizionale che raffigurasse la “Mater Misericordiae”, protettrice della collettività che avrebbe esplicato il programma della confraternita. Ma la canonicità ovviamente non rientrò nell’opera del Merisi.
Egli dispone l’iconografia essenzialmente su due livelli: una parte alta ed una bassa. Nella parte inferiore sono raffigurate le sette opere della misericordia, in essa si esplica tutta la complessità iconografica: Sansone che beve dalla mascella di un asino (“dare da bere agli assetati”), una donna che allatta un vecchio condannato a morire per fame (“visitare i carcerati” e “dare da bere agli affamati”), si vedono appena i piedi e le gambe di un cadavere portato a sepoltura (“seppellire i morti”), San Martino che divide il suo mantello in due per dare una metà ad un uomo a terra di spalle (“vestire gli ignudi”), un signore ben vestito indica la sua casa ad un pellegrino (“ospitare i pellegrini”), in basso la figura storpio (“curare gli infermi”).
Interessante è la figura dietro alla donna che nutre il vecchio, un sacerdote che regge una torcia: è l’unico esempio di una sorgente di luce interna ad un quadro di Caravaggio. In tutte le altre opere infatti, il fascio di luce proviene da una sorgente esterna alla scena.
Nella parte superiore vi è la Madonna, che nella realtà è una donna al balcone in un vicolo di Napoli con in braccio Gesù bambino che si sporge per osservare in basso. Appena sotto due angeli che si abbracciano alludono al tema della fratellanza. Questa parte ci offre la chiave di lettura per l’intera opera: gli angeli osservano lo svolgimento delle opere di carità rese possibili attraverso il dono gratuito della Grazia della Madonna concessa dal Cristo. L’ombra dell’angelo di destra si riflette sul muro del carcere e penetra tra le sbarre, sembra trasmettere la grazia al mondo terreno.
Analizzando il significato ideologico del dipinto, emerge che il Merisi non mostra le opere caritative effettivamente svolte dall’istituzione napoletana e non ci sono riferimenti ai committenti. Egli esalta la misericordia spontanea del popolo Napoletano, non i nobili dell’istituzione che attraverso la carità rafforzavano il loro potere, e lo fa raffigurando personaggi tutti di estrazione popolare. Dunque, possiamo leggere le Sette Opere di Misericordia come un omaggio del Caravaggio all’intero popolo napoletano.
A cura di Loredana De Simone.

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Un articolo di Il Vaporetto pubblicato il 7 Dicembre 2015 e modificato l'ultima volta il 7 Dicembre 2015

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