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LO STRUSCIO DEL GIOVEDI SANTO

La tradizione importata dalla Spagna: oggi si fa il giro delle “Sette chieselle”

'O Pinnolo | 29 Marzo 2018

Giovedì Santo ‘o «struscio» è nu via vaie:
Tuledo è chiena ‘e gente ‘ntulettata,
ca a pede s’ha da fa’ sta cammenata,
pe’ mantene’ n’usanza antica assaie.
– Mammà, ci andiamo? – Jammo. Ma che faie?
– Vediamo due sepolcri e ‘a passeggiata.
E ‘a signurina afflitta e ‘ncepriata
cerca ‘o marito ca nun trova maie.
‘A mamma ‘areto, stanca, pecché ha visto
ca st’atu «struscio» pure se n’è ghiuto,
senza truva’ chill’atu Ggiesucristo,
s’accosta a’ figlia: – Titine’, a mammà,
ccà cunzumammo ‘e scarpe. – L’ho veduto.
E me l’hai detto pure un anno fa.

(Raffaele Viviani)

 

 

Fà ‘e sette cchiesielle è l’espressione in lingua napoletana che si usa per far riferimento a chi, non avendo altro da fare, ha l’abitudine di gironzolare per le case altrui, per ammazzare il tempo, per inciuciare e per accaparrarsi gratuitamente un caffè. Il detto deriva dal rito pasquale dello struscio del giovedì santo: le sette cchiesielle chiamate in causa sono gli edifici religiosi che il fedele incontra – nel numero di sette appunto – andando da piazza Dante (un tempo largo Mercatello) a piazza del Plebiscito (già largo di Palazzo) lungo via Toledo: basilica dello Spirito Santo, chiesa di San Nicola alla Carità, chiesa di San Liborio alla Carità, chiesa di Santa Maria delle Grazie a Toledo, chiesa di Santa Brigida, chiesa di San Ferdinando di Palazzo e, infine, la Real basilica pontificia di San Francesco di Paola.

Il rituale prevedeva di intrattenersi a pronunciare orazioni in ciascuna di queste chiese, nelle quali per l’occasione i “sepolcri” erano adornati di fiori bianchi e di candele accese.

Nel Settecento, ai tempi di Ferdinando I di Borbone, le strade in occasione della settimana Santa si trasformavano in vere bolge infernali, prese d’assalto in ogni direzione e per tale motivo nel 1704, così come era già tradizione in Spagna, il viceré Fernández Pacheco de Acun͂a emanò un bando per bloccare la circolazione di carrozze dal mezzogiorno del Giovedì fino all’ora della Messa solenne del Sabato Santo, in un primo momento per tutte le principali arterie cittadine, poi limitatamente alla più importante strada di Napoli, cioè via Toledo.  Qui la famiglia reale in pompa magna, con l’intera compagnia delle Real Guardie del Corpo e un corteo di cortigiani al seguito, dopo il vespro del Giovedì Santo, si recava a piedi nelle chiese limitrofe per fare visita ai sepolcri. Presto i napoletani, non solo nobili ma anche borghesi e popolani, cominciarono a imitare la tradizione spagnola importata dal viceré; tuttavia, visto il divieto di circolazione con i carri, i fedeli erano costretti a camminare a piedi e, poiché la folla nel tempo si fece numerosa, il passeggio divenne lento e si procedeva strusciando i piedi a terra.

La Pasqua napoletana, almeno fino all’Ottocento, era considerata la festa dell’ostentazione, del lusso e dello sfarzo: in questi giorni il popolo napoletano si preparava osservando il digiuno, un poco per devozione religiosa e un poco perché affamato: ma a Pasqua non voleva sapere niente e non rinunciava a niente, dalla zuppa di cozze (tipica di questa giornata) in poi.

Anche oggi il rito del Giovedì Santo prevede l’adorazione del Santissimo Sepolcro del Cristo morto e recare visita ad almeno 7 chiese principali: è numero sacro, che corrisponde per assonanza ai 7 gradi della perfezione, alle 7 sfere celesti, ai 7 rami dell’albero cosmico, ai 7 maggiori pianeti e indica il rinnovamento umano e spirituale. Ma c’è chi sostiene che il numero di 3 chiese sono più che sufficienti a rispettare il rituale del Giovedì Santo, in quanto anche questo numero è associato alla religione, al corpo, all’anima e allo spirito. Una regola sollecita, mai superiore a 7 e inferiore a 3 e sempre in numero dispari.

 

Buono struscio a tutti!

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 29 Marzo 2018 e modificato l'ultima volta il 29 Marzo 2018

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