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L’OMAGGIO

Fischiettare il Novecento: l’addio di Ennio Morricone

Cinema, Musica | 6 Luglio 2020

FISCHIETTARE IL ‘900

Guardando l’asfittico panorama attuale di anonimi trapper all’ultima moda ed effimeri fenomenini studiati a tavolino da furbi agenti
di marketing a beneficio dell’audience distratta dei talent e del popolino del download usa e getta, si fa molta fatica a ricordare che gli italiani sono stati, per almeno una trentina d’anni, dominatori assoluti della musica colta e popolare in tutto il globo. Non stiamo parlando di Monteverdi, Gesualdo, Vivaldi, Scarlatti, Verdi, Puccini e Rossini. Ma di un’epoca in cui anche per il più scalcagnato film di serie b a basso costo si chiamava il fior fiore dei musicisti per scrivere colonne sonore che rimangono scolpite per sempre nell’immaginario collettivo. Nino Rota, Armando Trovajoli, Piero Piccioni, Gianni Ferrio, Bruno Nicolai, Stelvio Cipriani, Piero Umiliani (a proposito: lo sapevate che è sua, la proverbiale “Mah-nah, mah-nah” del Muppets Show, scritta per un documentario sulla Svezia nel ’68…?) e decine di altri talenti, oggi pressocchè dimenticati, che andrebbero ricordati come tesori della storia nazionale. Era gente proveniente dagli ambienti più diversi, chi dal jazz, chi dalle orchestre di classica, che dagli anni ’50 e per almeno trent’anni ha dettato legge, inventando generi e sincretismi che ancora oggi collocano queste figure ai vertici di tutto il ‘900 musicale e di costume. Ed è un delitto che oggi quasi più nessuno ricordi questi nomi.

Su tutti si stagliano, un po’ come la sagoma del Vesuvio sulla città di Partenope, un volto e una bacchetta di un uomo che basterebbero, come un Leonardo Da Vinci, a fare la gloria culturale di un paese per secoli: Ennio Morricone. Ovvero: il ventesimo secolo spalmato sopra il pentagramma.

Stanotte ci ha lasciati un gigante di 91 anni.

Classe 1928, diplomato all’Accademia di Santa Cecilia in tromba, composizione, strumentazione, direzione d’orchestra e musica corale. Un genio che incontra il cinema, nella sua epoca d’oro, nel 1961, musicando “Il federale” di Luciano Salce, in un tempo in cui proprio il cinema era la palestra in cui i migliori musicisti mettevano all’opera il proprio talento. Sarà con Sergio Leone, dal 1964, che Morricone troverà una fama nata quasi in punta di piedi e addirittura sotto pseudonimo. Le musiche scritte per la “Trilogia del dollaro” e “Giù la testa” rimangono, a tutt’oggi, uno dei vertici del patrimonio musicale novecentesco, al pari di Debussy, Ravel e Stravinsky. E quel memorabile “sciòn sciòn” è il punto d’incontro perfetto fra la sublime leggerezza
di Burt Bacharach e la profondità dela lirica. Morricone sovverte ogni regola scritta, mette dentro l’orchestra suoni di carillon, armoniche, scacciapensieri, strumenti etnici, fischi e rumorismi figli delle avanguardie italiane di Goffredo Petrassi (di cui fu allievo) Bruno Maderna e Luigi Nono (altri nomi dimenticati…), destrutturando, scomponendo
e ricostruendo, creando un archetipo che resta scolpito nell’immaginario comune. Inventa una cosa che prima non esisteva: la musica come personaggio di un film, tanto che lo stesso Leone (sovvertitore di regole anch’egli) dirà: “Morricone non è l’autore delle colonne sonore di quei miei film, ne è lo sceneggiatore. Senza quelle musiche, i miei film neanche esisterebbero. Quei suoni sono un personaghio dentro la pellicola, al pari degli attori”. Resta nella leggenda il contributo di Alessandro Alessandroni che in studio fischietta la melodia di alcuni temi da incidere e che alla fine sarà lasciato così com’era, consegnando al mondo quel fischio come uno strumento che prima non esisteva e uno dei suoni-icona più famosi al mondo. E una voce che resta ineguagliata al pari di tante altre che hanno goduto di fama mondiale: quella di Edda Dell’Orso, i cui vocalismi senza parole sono uno dei punti più alti mai raggiunti dall’arte del canto. Quello di Morricone e Sergio Leone non fu il primo sodalizio illuminato fra musicista e regista, nella storia del cinema: già prima, Bernard Herrmann e Alfred Hirchcock avrebbero legato i propri destini, così come avrebbero fatto Nino Rota e Federico Fellini (impossibile immaginare “8 e 1/2” e “Amarcord” senza quelle musiche) e John Barry con il personaggio di James Bond, ma Morricone e Leone rappresentano il concetto stesso di CINEMA IN MUSICA. Ogni volta che pensi all’idea stessa di cinema, inizi a fischiettare le note di “Il buono, il brutto, il cattivo”. E fa quasi sorridere quell’Oscar ricevuto solo in tarda età per “The eightful eight” di Tarantino, dopo ben 500 film, da Bellocchio a Pasolini, passando per Duccio Tessari e Tornatore, disseminando capolavori per cinquant’anni, da “Mission” a “C’era una volta in America”.

Eppure, è l’irrequietezza a fare di Morricone il genio che conosciamo. Nel 1968, abbandona i western iperrealistici, antiretorici e cubisti di Sergio Leone, per gettarsi nell’avanguardia più audace: con l’ensemble Nuova Consonanza, si dedica ad anni di sperimentazione estrema, scrivendo colonne sonore di thriller e horror di culto, attraversa i ’70 e gli ’80 mettendo la sua firma ovunque, da “Metti una sera a cena” fino ai primi film di Carlo Verdone. Un genio musicale senza confini e steccati di genere. Un uomo in perenne ricerca. Uno capace di scrivere una perla come “Se telefonando” di Mina seduto su una scala della Rai nel tempo di una sigaretta. Ennio Morricone è stato un gigante capace di mischiare e travalicare ogni genere, dalla canzoncina pop fino all’avanguardia contemporanea, consegnandoci una verità che dovremmo tener stretta: la musica è la vera lingua universale, l’unico qutentico esperanto capace di tenere unita l’umanità intera con l’unica forma di abbraccio possibile, che è anche la più antica: il canto universale che diventa racconto di un’epoca e accompagna la storia del genere umano.

Addio, Maestro.

https://youtu.be/3BOUoQG3Mug 

Maurizio Amodio

Un articolo di Maurizio Amodio pubblicato il 6 Luglio 2020 e modificato l'ultima volta il 7 Luglio 2020

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