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L’OPINIONE

Ode al balcone: “perché da soli si muore”

Identità | 16 Marzo 2020

Non serve andare a pescare dalle nostre librerie ritrovate quei testi che nemmeno credevamo di avere più, per averne conferma. Lo sappiamo da sempre, ce lo portiamo dentro fin dalle origini: siamo animali sociali e la scoperta ha lo stesso valore dell’acqua calda.

Amiamo stare tra la gente, perderci negli sguardi degli sconosciuti, camminare senza meta per i vicoli della città e sentire il profumo dei sorrisi seminati senza motivo.

La storia, la nostra storia, racconta di noi questa essenza, trasmessa con una gestualità senza eguali. L’abbondanza degli abbracci e dei baci, prerogativa non solo degli amanti, le strette di mano e quella calorosa fisicità che ci contraddistingue.

Per sana e robusta costituzione, non siamo fatti per restare barricati in quattro mura. Il vento del Sud e l’odore del mare, le voci di una città che non riposa mai sono stati, da sempre, l’antidoto contro ogni malanno. E adesso che tutto questo manca, rispolveriamo l’antico e sempre nuovo spazio di relazione: il balcone.

In certi vicoli, i palazzi sono così vicini che si è sempre avuta l’impressione di vivere tutti in uno stesso appartamento. La signora di fronte che, quasi tutti i giorni, esce per stendere le magliette del figlio adolescente, è una di famiglia. In alcune zone, i fili per stendere la biancheria legano un balcone all’altro e quando li tiri per allontanare i panni stesi, finisci per avvicinare un pezzo di vita dei vicini.

E i balconi, allora, sono sempre stati uno spazio di vita importante, un momento della giornata sacro come il pranzo della domenica dove, intorno al ragù, ti scopri circondato da un sacco di persone che ti vogliono bene.
Come dimenticare il grande Eduardo che, nell’opera “Questi fantasmi“, proprio su un balcone, condivideva una sorso di caffè con il suo vicino regalandoci una meravigliosa pillola di teatro e quotidianità.

Il balcone, allora, non lo scopriamo oggi. Da queste parti è sempre stato uno spazio importante, esatto confine tra la vita privata e quella pubblica, un po’ come l’agorà per i greci. Ecco.

E allora, sì, caro balcone, a te dedichiamo quest’ode in un momento di forzata e necessaria reclusione.
Perché, ed è terribilmente vero, più del virus rischia di ucciderci la solitudine e avere qualcuno accanto o di fronte che ti ascolta e con il quale ci si può scambiare gesti e parole di gentilezza, ci aiuta a stare indubbiamente meglio.

Sarà pure strano, ma sembra che proprio dai balconi di casa nostra stiamo riscoprendo la bellezza di essere una comunità. E quando tutto sarà finito, siamo certi, sarà diverso. Proprio come su un balcone, sapremo ancora scambiarci la vita. Continueremo a far camminare le nostre storie, come sui quei fili dove sventola il bucato steso al sole.

Ci riconosceremo ancora, come se fossimo di famiglia, e anche grazie a te, sapremo indossare, come adesso, i panni degli altri per capire l’effetto che continuerà a fare.

Rocco Pezzullo

Un articolo di Rocco Pezzullo pubblicato il 16 Marzo 2020 e modificato l'ultima volta il 16 Marzo 2020

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