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L’ORO DI NAPOLI

326 a.C. il patto rocambolesco tra Neapolis e Roma

L'oro di Napoli | 27 Maggio 2020

 

Durante la sua millenaria storia Napoli è stata più volte assediata dalle armate di conquistatori, da sempre bramosi di assoggettare quella perla di amenità e di cultura incastonata ai piedi della Montagna. Tuttavia, per buona pace dei conquistatori, le sue imponenti mura furono a lungo considerate inespugnabili, al punto da scoraggiare finanche il potente esercito di Roma.

Nel 328 a.C. ambasciatori Romani, Nolani e Tarantini giungono in città con l’intento di procurarsi i favori di Neapolis, esortandola a rivendicare la propria grecità e argomentando propagande ognuno a favore della propria fazione, in un contesto geopolitico in grande fermento e alimentato dai primi focosi attriti tra le forze in gioco. Neapolis si ritrovò involontariamente arbitra della disputa, le ragioni del suo coinvolgimento sono probabilmente riconducibili alla sua rilevanza strategica nel Mediterraneo. A quanto pare, tutte le attenzioni furono improvvisamente rivolte alla città greca in riva al golfo e il motivo è presto detto: Neapolis, con il suo porto, aveva in breve tempo intrecciato rapporti commerciali con le più grandi città del Mediterraneo, la sua posizione privilegiata e la sua influenza sulla Grecia la resero una potenza in ascesa e molto ambita nei giochi di potere che si delineavano nella penisola.

Oltretutto bisogna considerare il digiuno di tecnica navale nel quale ristagnavano i Romani e i Sanniti, un inconveniente da non sottovalutare per le ambizioni espansionistiche delle due potenze italiche. L’ambasciata romana cercò quindi di persuadere la città a consolidare la sua amicizia con Roma, spingendoli a respingere la fazione sannita della città, mentre i Nolani e i Tarantini premevano per la guerra, assicurando il loro impegno nel conflitto contro le forze romane.

I Greci, presi tra l’incudine e il martello, si allearono con le forze campane accogliendo tra le proprie mura un contingente di 2000 Nolani e di 4000 Sanniti pronti a schierarsi contro i Romani in difesa della città. La fazione ostile ai Romani non si limitò però alle forze italiche dell’entroterra campano. Come ricorda lo storico Livio, infatti, Neapolis attendeva i greci di Taranto con i quali nel corso degli anni instaurò proficui rapporti commerciali che contribuirono a rafforzare la fratellanza tra le due popolazioni elleniche.

I Romani dichiararono quindi guerra a Palepolis e inviarono un esercito comandato dal generale Publio Filone che si frappose tra le due città del Golfo, allo scopo di impedirne le comunicazioni. E’ interessante evidenziare a questo punto come l’assedio narrato dallo storico Livio, di chiaro orientamento filo-romano, sia concentrato alla sola città di Palepolis, omettendo difatti l’apporto di Neapolis nel conflitto tra sanniti e romani. La strategia del console romano nascondeva probabilmente l’intenzione di dividere e isolare la fazione sannita da quella greca, una manovra che alla lunga elargirà i suoi frutti e determinerà la soluzione del conflitto tra greci e romani.

Dopo circa un anno d’assedio a sbloccare lo stallo fu proprio l’aristocrazia greca, trascinata dalle lungimiranti e audaci gesta dei due principes civitatis della città: Ninfio e Carilao. Il primo persuase i sanniti a salpare in piena notte dalla spiaggia neapoletana e tentare un attacco contro gli avamposti di romani lungo la costa; allo stesso tempo il secondo, Carilao, coadiuvato da alcuni compagni, spalancò le porte al generale romano e mise in fuga il contingente nolano che presidiava la città.

Un raggiro in piena regola, capace tuttavia di produrre il massimo risultato con il minimo sforzo, scongiurando, con ogni probabilità, lo scontro diretto tra le fazioni contendenti. Naturalmente Carilao si guardò bene dal consegnare la città nelle mani del nemico, pretendendo che i Romani riconoscessero lo sforzo dei Greci e gli garantissero l’immunità ed alcuni importanti privilegi. Dal canto suo Publilio Filone, stremato dall’attesa di prendere la città con la forza, impresa giudicata assai improbabile sin dal primo momento, accettò di buon grado le condizioni delle autorità neapolitane.

Appagata dalla fruttuosa risoluzione dell’assedio, Roma conferì alla città di Neapolis numerosi vantaggi sanciti dal foedus neapolitanum, un trattato di alleanza che garantiva ampia autonomia alla città in cambio dell’appoggio militare e commerciale fornito dal tanto bramato porto di Neapolis. La città godette dunque dei benefici sanciti dal trattato di alleanza, conservando sia la continuità politica e amministrativa garantita dal proprio senato e dalle proprie leggi, che la possibilità di continuare a coniare le proprie monete. Dal canto suo Roma, da sempre sedotta dalla cultura greca, custodì con interesse e devozione le tradizioni, la lingua e i costumi di Neapolis, preservando con ossessiva caparbietà quella grecità tanto anelata che contribuì a rendere la città partenopea meta prediletta degli aristocratici romani, che la scelsero di buon grado come appagante tregua dai tormenti della politica, e luogo dove affinare i propri studi.

Antonio Corradini

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 27 Maggio 2020 e modificato l'ultima volta il 27 Maggio 2020

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