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L’oro di Napoli – Masaniello, il Capopopolo

L'oro di Napoli, Rubriche | 28 Aprile 2014

 

Il buon Nino D’Angelo è come il vino, più passa il tempo e più diventa piacevole assaporarlo. Il testo di una sua recente canzone viene impreziosita da una strofa bella quanto significativa: “E guagliune d’e viche ‘e Napule nun sarranno maie Re”. Una frase degna di un epigrafe, che tanto racconta sulla storia della città di Napoli. Eppure, esiste una fugace e leggendaria eccezione a questa verità, un’eccezione che merita d’essere ricordata.

Nella sua storia millenaria Napoli ha ospitato con remissiva pazienza un’infinità di piccoli e grandi regnanti.  La sua ubicazione strategica unita alle meraviglie paesaggistiche l’avevano resa paradiso ambito sin dai tempi della Magna Grecia, punto d’origine di un susseguirsi di dominazioni straniere dalle culture più disparate. Eppure il popolo napoletano all’occorrenza si elevava a giudice supremo del suo reggente prendendo in mano la situazione della città quando i soprusi divenivano intollerabili o quando vigeva ‘o malgoverno.

Bisanzio fu costretta ad esempio a cedere poteri politici al popolo per sedare i malumori sorti in seguito a un tentativo d’indipendenza, così come nel settembre del ’43 il popolo partenopeo offrì all’Italia intera l’esempio e lo spunto necessario per la liberazione dall’occupazione nazista.

Ma a dispetto di questi illustri esempi, l’evento che più colpisce l’immaginario collettivo quando si associano le parole “rivoluzione” e “Napoli”, è la rivolta popolare del pescivendolo più famoso del mondo, al secolo Tommaso Aniello D’Amalfi, meglio conosciuto come Masaniello.

Era il 1647 e la pazienza dei napoletani era messa a dura prova dall’asfissiante governo spagnolo. Gli iberici nella prima metà del diciassettesimo secolo si trovarono ad affrontare una serie di rovinosi conflitti che mandarono sul lastrico il florido reame asburgico. Il regno iberico dunque, per rimpinguare le proprie casse, impose una serie di gabelle al Vicereame di Napoli aumentando di fatto il costo degli alimenti di prima necessità e scatenando la rivolta infiammata da Masaniello.

Piazza Mercato ieri più di oggi era il centro nevralgico per il popolo partenopeo e sede del mercato cittadino. E’ in questo scenario drammatico, colmo di povertà e frustrazione, che Masaniello fomentato da Giulio Genoino trova con facilità il combustibile per infiammare la protesta. Nei mesi di giugno e luglio sollevò l’intera piazza bruciando i banchi del dazio e perseguitando gli addetti alla riscossione delle gabelle al grido di: «Viva ‘o Rre ‘e Spagna, mora ‘o malgoverno». Masaniello giunge con i suoi seguaci alla reggia del Viceré sbaragliandosi facilmente dei soldati spagnoli e costringendo alla fuga il duca D’Arcos il quale, messo alle strette dalla popolazione e ritiratosi in gran segreto al Castel Nuovo, abolì tutte le imposte più gravose, consegnando difatti la vittoria al cittadino napoletano, a Masaniello, Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano. La rivoluzione ha vinto!

La vicenda ebbe immediatamente un risalto internazionale, l’umile pescivendolo di vicolo rotto veniva formalmente annunciato come «Sua Signoria illustrissima», e nei giorni successivi alla rivolta ebbe modo di frequentare la corte spagnola e partecipare agli eventi reali, legiferando dal suo pulpito a nome della corona di Spagna. Ma il suo regno non poteva durare e la leggenda che circonda la sua morte – probabilmente – resterà avvolta da una coltre di nebbia per sempre. Masaniello travolto dalla gloria inizia a mostrare segni di cedimento che lo avrebbero presto condotto alla follia, testimonianze asseriscono che il capo popolo fu gradualmente compromesso da un potente allucinogeno somministrato ai banchetti reali, un allucinogeno che ben presto l’avrebbe screditato dinanzi al suo popolo e condotto a una fine ingloriosa. Decapitato dai capitani corrotti dagli spagnoli i suoi resti furono gettati in una fogna del Lavinaio.

Tutti i benefici ottenuti svanirono con la sua morte e in breve tempo i rimorsi per quel esecuzione architettata con tanta arguzia dagli spagnoli cominciarono ad assalire il popolo partenopeo che si scoprì responsabile della propria disgrazia. Il corpo di Masaniello fu ricucito e il suo corteo funebre all’uscita della Basilica del Carmine fu seguito da migliaia di persone, con le spoglie del defunto che attraversarono l’intera città quasi a sfidare San Gennaro. Fu tale la sua grandezza e il rimpianto del suo popolo che questi, con un ultimo gesto, lo elevarono a Re di Napoli, conducendo il feretro per il medesimo itinerario tanto amato e apprezzato dai viceré spagnoli nel momento dei loro insediamenti in città.

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 28 Aprile 2014 e modificato l'ultima volta il 29 Giugno 2020

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