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L’ORO DI NAPOLI

La leggenda del tesoro nascosto nella “Grotta degli Sportiglioni”

L'oro di Napoli | 11 Novembre 2019

 

Siamo nel 1528, sotto l’ègida più o meno sgradevole del viceregno spagnolo, e Napoli, Capitale del regno, è assediata dall’esercito francese del generale Odet de Foix, conte di Lautrec (tenetelo a mente), accampato a ridosso delle mura nord della città, tra le colline di Capodimonte e Poggioreale. L’ufficiale francese non era certamente insensibile al fascino sfacciato di Napoli: de Foix era un uomo assennato, un esteta, che non volle battere la città col cannone per non guastarla – come ci racconta il canonico Carlo Celano.

Per scardinare la celebre tenacia della città e al contempo evitare di scalfire la sua bellezza selvaggia, il conte di Lautrec decise di distruggere l’acquedotto della Bolla con l’intento di assetare la città e costringerla alla resa. Una strategia consolidata quanto spietata che avrebbe certamente sortito i suoi effetti se non gli si fosse malauguratamente ritorta contro decimando il suo stesso esercito. Con la demolizione dell’acquedotto, le acque provenienti dalla piana di Volla esondarono e con l’arrivo della calura estiva imputridirono scatenando una violenta epidemia che iniziò a mietere vittime tra le truppe francesi.

Il 15 agosto dello stesso anno, il conte di Lautrec morì a seguito di un’infezione e il suo corpo – prima di essere traslato nella chiesa di Santa Maria la Nova nel XVII secolo – fu gettato in una fossa chiamata “Grotta degli Sportiglioni”, collocata in una zona a nord del centro storico e ancora oggi conosciuta come colle di Lotrecco (proprio in onore del generale francese). Ed è proprio a questo punto che la storia prende a confondersi con la leggenda, come spesso accade per la città Partenopea, eternamente sospesa tra realtà e immaginazione.

È sempre il canonico Celano a raccontarci il seguito della storia, e di come i napoletani si sbarazzarono dei cadaveri francesi: “A destra di questa via nel piede del monte vedesi una grotta, da noi detta degli Sportiglioni, che è lo stesso che dire dei Pipistrelli; […] Perché questa grotta sia stata fatta, finora non si è potuto sapere. È lunga questa più di un miglio e mezzo”. Secondo la leggenda i francesi furono scaraventati nella grotta assieme ai tesori razziati durante la campagna militare nel Regno di Napoli, un patrimonio enorme e mai ritrovato, che nei secoli a venire alimentò la fame dei cercatori della città, così come ci racconta Maurizio Ponticello nella sua opera “I misteri di Piedigrotta”: Il tesoro maledetto seppellito con le truppe francesi non è mai più stato ritrovato, nonostante quella che Celano chiamò la calamità dei Camaleonti tesoristi, predatori di tombe che s’accanirono nella ricerca. Negli anni successivi alcune cavità rintracciate divennero luogo di pratica negromantica.”

L’esercito francese, decimato dalla pestilenza, ripiegò l’8 settembre del 1528: a Napoli era la festa di Piedigrotta, e una folla inebriata e festante per la ritirata degli assedianti rinnovò la sua devozione alla Madonna più famosa e controversa di Napoli.

Ma questa è un’altra storia, e intanto, il tesoro di Napoli, per chi vuol dare credito alla leggenda, è ancora seppellito negli inestricabili anfratti tufacei della città…

Antonio Corradini

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 11 Novembre 2019 e modificato l'ultima volta il 11 Novembre 2019

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