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L’ORO DI NAPOLI

La leggenda di Spartacus: da Capua al Vesuvio contro l’esercito più potente al mondo

L'oro di Napoli | 6 Settembre 2019

Di tanto in tanto accade che la storia ci tramandi gesta e leggende che neanche la mente più fervida avrebbe potuto immaginare. Storie che risuonano nei millenni, ispirando cantori, filosofi, scrittori e quell’abbacinante contenitore di sogni che è il grande cinema contemporaneo. Uno di questi racconti, tra i più avvincenti e conosciuti di sempre, ci narra dell’intrepido gladiatore Spartacus, e della sua leggendaria rivolta contro il potente esercito romano.

Spartcaus, un pastore nato in Tracia

Secondo la tradizione letteraria Spartacus (nome affibbiatogli presumibilmente durante la schiavitù) era un pastore nato in Tracia intorno al 109 a.C., una regione che oggi comprende i confini di Grecia, Bulgaria e Turchia. Le vicende che circondano questo indomito guerriero capace di sbaragliare più volte l’esercito romano – come accade spesso in questi casi – sono annebbiate dal sempiterno incedere del tempo, che talvolta cancella e talaltra enfatizza le imprese dei comuni mortali. Tuttavia, le numerose (e talvolta discordanti) tracce tramandate fino ai nostri giorni ci permettono di tratteggiare con buona approssimazione le peripezie di Spartacus, l’uomo che con i suoi ideali e con la sua sete di giustizia fece tremare Roma.

Secondo le testimonianze più autorevoli, il trace fu arruolato come ausiliario dall’esercito Romano durante il conflitto armato con la Macedonia. I testi antichi raccontano che Spartacus, stanco dei soprusi e dell’atteggiamento ostile dei generali Romani, tentò una fuga disperata dalle fila dell’esercito che si concluse ben presto con la cattura e la riduzione in schiavitù, così come previsto dalla legge romana. Il trace giunse prigioniero a Capua nel 75 a.C. e fu selezionato dal lanista Lentulo Batiato per entrare a far parte della sua folta schiera di gladiatori. La città campana, a dispetto di quello che si potrebbe pensare oggi, era una delle città più importanti e grandi del mondo, seconda solo a Roma, così come il suo maestoso anfiteatro era secondo solo al Colosseo che peraltro fu realizzato successivamente.

La ribellione Spartacus

Fu proprio sotto il giogo della schiavitù e dei rischi dell’arena che il seme della vendetta, unita al desiderio di libertà, si impadronì della mente dell’indomito Trace. Nel 73 a.C. Spartacus si pose a capo di una violenta ribellione convincendo un manipolo di gladiatori armati solo di attrezzi agricoli e coltelli da cucina a rinunciare per sempre alla schiavitù e a scappare nelle campagne di Capua. I fuggiaschi sbaragliarono un primo contingente di truppe inviate da Capua e si diressero verso il Vesuvio per riorganizzarsi e cercare riparo. Fu proprio sulla sommità di questa leggendaria Montagna che il piccolo drappello di schiavi e di gladiatori, con a capo Spartacus e i Galli Crisso ed Enomao, si arroccò in attesa degli eventi e della violenta offensiva dei Romani. Una reazione che non tardò ad arrivare, ma che ebbe il demerito di sottovalutare le abilità strategiche dei gladiatori che, in piena notte, circondarono l’accampamento dei Romani alle pendici del Vesuvio spargendo sangue e terrore tra le fila dell’esercito del pretore Gaio Claudio Glabro, spedito in Campania con un contingente di 3 mila uomini.

La guerra contro Roma

Si narra che durante la battaglia i Romani bloccarono ogni sentiero di fuga della montagna con l’intento di costringere i ribelli alla fame e alla conseguente resa. Tuttavia, a scapito delle convinzioni di Glabro, Spartacus e i suoi uomini si calarono nella notte attraverso i pendii più ripidi del Vesuvio con l’ausilio di corde ricavate da tralci di vite, annientando con l’arguzia e con la forza la prima spedizione romana. Il clamore che ebbe quest’incredibile vittoria fu tale che da tutta la Campania accorseromigliaia di schiavi e di contadini ad infoltire le fila dei ribelli.

Sorpreso della sconfitta, il Senato inviò a seguito di Glabro il pretore Publio Varinio e i suoi legati Furio e Cossino con un contingente di ben 6 mila soldati e l’ordine improrogabile di sedare nel sangue la rivolta servile di Spartacus, e debellare una volta per tutte quel fastidioso grattacapo. Per il Senato e per l’élite romana la ribellione del trace era infatti considerata una faccenda disonorevole e di poco conto da sbrigare in fretta e furia. Tuttavia, anche questa volta, Varinio e i suoi uomini furono massacrati dai ribelli, e Spartacus, l’ex schiavo di Batiato, inflisse una dura indimenticabile umiliazione alla Repubblica, impadronendosi dei cavalli, delle insegne e dei fasci littori del pretore, simbolo del potere e dell’autorità dell’antica Roma.

Una morte misteriosa

Spartacus e il suo esercito di ribelli, che raggiunse le 120 mila unità, percorsero in lungo e in largo la penisola italica infliggendo gravi e umilianti sconfitte all’esercito più potente al mondo, fino a quando, dopo tre anni di battaglie e resistenza, il trace trovò la morte nei pressi del fiume Sele mentre risaliva dalla Calabria. La leggenda racconta che prima della battaglia finale Spartacus uccise il suo cavallo, urlando al suo popolo che se avesse vinto ne avrebbe avuti a migliaia e che se avesse perso non voleva essere tentato dalla fuga.

Altre fonti raccontano che Spartacus fu catturato e poi crocifisso sulla via Appia, accompagnato da 6 mila dei suoi uomini. La leggenda del suo nome era però destinata a sopravvivere alla sua morte, i suoi ideali di libertà e di uguaglianza, il suo giudizio e le abilità da stratega militare continuano ancora oggi, dopo oltre due millenni, a stupire e ad ispirare il mondo.

“Il console Lentulo non esitò a lasciare le colline e accelerare il ricongiungimento con il suo collega, ma ciò porta a Spartacus una vittoria più facile e completa, a seguito della quale, per onorare la morte di Crisso, forzò per coprire la vergogna, 400 prigionieri romani a combattere come gladiatori intorno al loro capo. E nonostante questo dolce risultato, Spartacus, sempre lontano da qualsiasi presunzione.” – Sallustio.

Antonio Corradini

 

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 6 Settembre 2019 e modificato l'ultima volta il 6 Settembre 2019

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