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L’ORO DI NAPOLI

Le Quattro Giornate, l’insurrezione di un popolo unito

L'oro di Napoli | 27 Settembre 2019

I Napoletani per lungo tempo la chiamarono semplicemente la nostra guerra, in Europa e nel mondo, quel manifesto di disobbedienza civile e armata, è passato alla storia come le Quattro Giornate di Napoli, quel lasso di tempo che fu necessario ai Napoletani per scacciare i nazisti dal suolo partenopeo. 

Erano gli ultimi giorni di settembre del ’43 e Napoli piangeva. Torrenti d’acqua piovevano da un cielo funesto e fiumi di sangue scorrevano sul terreno; l’esercito nazista accampato in città aveva appena ricevuto l’ordine diretto di Hitler: inasprire i controlli e rastrellare Napoli, “doveva essere ridotta a fango e cenere”.

La seconda guerra mondiale fu per Napoli un gozzoviglio astruso e inesplicabile di macchinazioni militari e trame politiche che ebbero – ad un certo punto – l’obiettivo di stremare una popolazione vessata dai continui bombardamenti. Napoli fu la città italiana con il più alto numero di raid aerei, circa 200, di cui ben 181 nel tragico ’43; un accanimento studiato a tavolino che aveva l’obiettivo di scatenare quell’impresa che sarebbe passata alla storia come “Le Quattro Giornate di Napoli”. Tale fu la ferocia degli alleati che in una lettera a Churchill, Roosevelt scrisse: “Noi dobbiamo sottoporre la Germania e l’Italia ad un incessante e sempre crescente bombardamento aereo. Queste misure possono da sole provocare un rivolgimento interno o un crollo.” Ogni bomba sganciata sulla città aveva come pretesa quella di scoraggiare il popolo, di stremarlo, fino a condurlo per mano alla rivolta, consapevoli di stuzzicare una città storicamente anarchica e assai umorale.

Il popolo si ritrovò presto stretto in una morsa: da una parte le deportazioni naziste, e dall’altra i bombardamenti anglo-americani. Ma i tedeschi deportavano gli uomini, i ragazzi, gli scugnizzi. Per Napoli, per la femmena Parthenope, fu facile scegliere, i mariti non si toccano, i figli men che meno. All’appello dei nazisti dovevano presentarsi 30.000 napoletani. Risposero soltanto in 150. La città aveva deciso e, si badi bene, senza alcuna organizzazione precisa, senza alcuna chiamata alle armi.

L’insurrezione popolare fu inevitabile: il 27 settembre ci furono i primi focolai di guerriglia urbana, dal Vomero a Capodimonte, da Foria alla Sanità, il popolo si organizzava in gruppi armati alla meglio, nascondendosi dietro le barricate e assaltando i tedeschi alle spalle emergendo dagli anfratti della città; oppure facendo fuoco dal proprio appartamento, celati soltanto dalle ante della finestra di casa.

Alla fine del terzo giorno, Walter Schöll, il colonnello mandato a Napoli da Hitler, fu costretto a imbastire una trattativa con uno dei tanti capopopolo sorti in quei giorni convulsi: la fuga dalla città in cambio della liberazione di alcuni ostaggi detenuti al Campo Sportivo del Littorio. Per la prima volta dall’inizio della guerra i tedeschi furono costretti a trattare direttamente con i civili.

Il 1 ottobre del 1943 gli americani entrarono in una città libera. Napoli non fu ridotta a fango e cenere dalla furia di Hitler, fu il suo orgoglio semmai ad essere ridotto a una poltiglia livida e inconsistente dalla resistenza di un popolo che seppe mostrare con le sue gesta la strada della liberazione all’Europa intera.

Eppure il dazio che pagò la città per questo affronto fu altissimo, e a farne le spese furono soprattutto i civili; la povera gente, quella martoriata da anni di stenti e di fame: uomini, donne, preti, professori e disoccupati, ma soprattutto gli scugnizzi, quegli eroi irriverenti, sconsiderati e irriducibili che persero la vita affrontando i panzer tedeschi così come affrontarono l’intera guerra: con il sorriso perpetuo e spavaldo dell’incoscienza.

Antonio Corradini

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 27 Settembre 2019 e modificato l'ultima volta il 27 Settembre 2019

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