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L’ORO DI NAPOLI

Le radici greche della città partenopea

L'oro di Napoli | 14 Dicembre 2019

 

“Questa città è Napoli l’illustre le cui vie percorsi più di un anno d’Italia gloria e ancor del mondo lustro che di quante città in sé racchiude non v’è nessuna che così l’onori. Benigna nella pace e dura in guerra, madre di nobiltade e d’abbondanza dai Campi Elisi e dagli ameni colli.”
Miguel Cervantès de Saavedra da Viaje del Parnaso. Cap.VIII.

Tutto nasce intorno alla metà dell’VIII secolo a.C. Uomini ardimentosi mettono le navi in mare, al seguito le donne e i figli. Lasciano la loro terra per una nuova patria. Cercano condizioni di vita migliori, una terra vergine dove vivere e prosperare. Seguono i miti e le leggende. I segnali degli dei. I racconti di antichi navigatori. Vengono da una lontana isola nell’Egeo, altri ancora forse dalle coste turche e sfuggono alla guerra e alla carestia. Tagliano i ponti col passato. Siamo nel Golfo di Napoli tra l’odierna Ischia e la terraferma. Sbarcano, entrano in contatto con popolazioni locali e ne hanno facilmente ragione. Viene fondata Phytecusa sull’isola e, sulla terraferma, oltre il piccolo braccio di mare, nasce Cuma. E’ la prima colonia greca continentale in Occidente. Sta nascendo una nuova civiltà.

In pochi decenni sorgeranno sulle terrazze dell’acropoli cumana magnifici templi. Spalancheranno presto al Sole flegreo le loro porte d’oro. Quelle antiche genti non sono sparite nel nulla, l’oblio del tempo non ha inghiottito il loro ricordo. Nelle nostre vene scorre ancora un po’ del loro sangue. Quegli uomini e quelle donne siamo noi. Da Cuma verrà Parthenope e poi Dicearchia, l’odierna Pozzuoli, e poi finalmente Neapolis. Tutto il Golfo diventerà il Golfo Cumano. La storia però non si ferma. Verranno altri popoli. Gli Etruschi stessi arrivarono a migliaia per prendere il controllo di questo braccio di mare. Da Siracusa arrivarono in forze altri greci. Arrivarono persino da Atene. Anche Sanniti e Romani in seguito si scontrarono aspramente. Poi la civiltà antica si perde nel buio del tempo, il mondo si apre più largamente su terre fino ad allora sconosciute. Tutti gli equilibri si rompono. Una sola città conserverà la sua impronta antica e la sua dignità di città magno greca: Napoli.

A Napoli si parla greco

Attraverso il Ducato conserverà il legame col mondo ellenico orientale e nelle sue strade si sentirà parlare il greco ancora per secoli. Agli albori dell’era volgare Napoli è ancora città greca. La sinuosa sirena distesa mollemente nel Golfo racchiude in se tutto il fascino e tutte le contraddizioni di una città antica. Una umanità varia colora ora come allora le sue vie, i suoi cardini e i suoi decumani, o meglio le sue plateie e i suoi stenopos, come avrebbero detto gli antichi abitanti. In queste strade una linfa vitale anima sempre le giornate e i suoni e le voci sono sempre uguali da millenni.

Una città unica, che proietta negli occhi del visitatore tutte le sue incredibili bellezze. Centinaia, migliaia di anni di storia tramutati in arte e architettura ci stordiscono ad ogni angolo di strada. La Napoli angioina, la Napoli rinascimentale, la Napoli barocca esplode letteralmente in un turbine di forme e di colori. Tra chiese e palazzi si svolge un’infinita matassa fatta di luoghi e di memorie, di amore e di morte, di lotte ed intrighi di potere. Un intricato dedalo di storia cristallizzato nel marmo e nel piperno, nel tufo e nel granito.

Sembrano pietre ma sono radici

Ma la Neapolis delle origini, la Neapolis dei nostri antichi progenitori dove si trova? Non è scomparsa, tutt’altro. E’ viva e visibile sotto i nostri occhi. Basta saper guardare, basta cercare. Un occhio attento vedrà murati nei piedritti di antichi campanili blocchi di marmo bianco, vedrà murato nel cortile di un palazzo nobiliare un’antica base con scritte in lettere greche. Vedrà nella facciata di una chiesa barocca imponenti colonne di marmo alte più di dieci metri. Vedrà, isolati nello spazio e nel tempo, frammenti di vita antica, come la scacchiera graffita su un basolo di calcare, murato nel campanile della vecchia chiesa di S.Maria della Pietrasanta. In giro per il centro antico tanti sono gli esempi come questi. Queste antiche vestigia vennero recuperate, secoli fa, vennero spostate e riutilizzate.

Molti pezzi antichi finirono bruciati nelle calcare, molti altri invece furono salvati. Altri finirono addirittura ad abbellire la torre campanaria di San Giovanni a Pappacoda del XV secolo. Come una lastra di sarcofago del II secolo che da terra finì a 20 metri di altezza. Rappresenta la fuga di Proserpina verso la madre Cerere ed è suggestivo il fatto che la sua corsa verso la vita l’abbia portata a quell’altezza. I nobiluomini che vollero quelle pietre murate nei loro palazzi e cappelle agirono mossi da molteplici ragioni. I marmi di recupero erano oggetti belli e di grande pregio a volte e quindi il fattore estetico ebbe la sua importanza. A volte le ragioni furono prettamente statiche e strutturali, si riutilizzava semplicemente un bel pezzo di pietra.

Un’identità da custodire

Ma la ragione principale è molto più importante. Si sottolineava con orgoglio la propria identità. Con vanto e compiacimento si evidenziava la propria origine antica e nobile. Erano le vestigia di una civiltà ancora viva, erano le proprie origini immortali. Le memorie da preservare e tramandare ai posteri. Quelle pietre vennero salvate e mostrate con orgoglio.
Agendo così quei nobiluomini dei secoli passati riuscirono a legare i luoghi alla loro memoria, rendendo entrambi immortali. E quegli oggetti da pietre si trasformarono in radici. Le radici feconde della nostra identità.

Un articolo di Enzo Di Paoli pubblicato il 14 Dicembre 2019 e modificato l'ultima volta il 15 Dicembre 2019

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