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L’ORO DI NAPOLI

Megaride, tra storia e leggenda

L'oro di Napoli | 16 Agosto 2017

Qualcuno, tanto tempo fa, lo battezzò Megaris, e ancora oggi, a distanza di chissà quanti secoli, quell’isolotto abbarbicato al lungomare partenopeo viene chiamato Megaride, da Mega, che in greco vuol dire grande, anche se di grande, quella propaggine di tufo giallo incastonata nel mare, non ha mai avuto nulla. E allora il mistero s’infittisce, e qualcuno, in passato, ha immaginato che quel termine derivi in realtà dal punico, e che rappresenti il toponimo di uno degli antichi approdi commerciali fenici disseminati lungo il Tirreno.

In ogni caso, quel lembo di tufo dove oggi si erge maestoso il Castel dell’Ovo, è da sempre protagonista assoluto della storia di Napoli, grembo materno per la Sirena Parthenope, custode delle arti magiche di Virgilio e delle sue spoglie terrene, poi misteriosamente sparite, e prigione dorata per l’ultimo imperatore di Roma, quel Romolo Augusto confinato nel bastione valentiniano dal barbaro Odoacre.

Una buona fetta della tradizione locale colloca proprio sull’isolotto di Megaride l’approdo leggendario di Parthenope, la Sirena fedele a Persephone tragicamente sopraffatta dall’astuzia di Ulisse. Fu proprio su quello sperone di roccia prospiciente Pizzofalcone che alcuni Greci la ritrovarono “con gli occhi chiusi nel bianco del viso e i lunghi capelli che ondeggiavano nell’acqua”. Eppure l’origine della città di Parthenope si perde tra le inestricabili spirali della storia. Seppure molti studiosi attribuiscono la nascita della città ai Greci di Cuma, altri, supportati da poche ma rilevanti tracce archeologiche e filologiche, attribuiscono la fondazione di Parthenope alle ondate micenee che nell’Età del Bronzo affollarono il Tirreno inseguendo le “via dei metalli”, in direzione dell’isola d’Elba.

Megaride in epoca romana

Più avanti, durante l’epoca romana, l’isolotto di Megaride divenne la sfarzosa dimora del console Licinio Lucullo, che, non solo la trasformò in un’imponente villa che da Megaride s’inerpicava per Pizzofalcone, ma decise di preservare le rovine antiche sopravissute nei secoli, custodendole con rispetto e grande venerazione. Propositi, ahinoi, disillusi dalle generazioni successive, e completamente abbandonati a ridosso del ‘900, allorquando il remunerativo fascino del cemento sfigurò brutalmente il volto millenario di Parthenope.

Pizzofalcone e Megaride furono separati dal mare fino a quando la colmata di cemento realizzata a cavallo del ‘900 non cancellò definitivamente la spiaggia, favorendo i grandi speculatori edilizi e la costruzione di lussuosi alberghi a cinque stelle. Una smania che mise a repentaglio lo stesso Castel dell’Ovo, destinato, secondo i diabolici piani degli urbanisti dell’epoca, a essere abbattuto per far posto a un abulico quartiere residenziale che ci avrebbe privato di una delle cartoline di Napoli più conosciute al mondo.

Per fortuna, all’epoca, qualcuno di buon senso si oppose con veemenza al folle piano. Grazie a costoro il leggendario maniero di tufo svetta ancora oggi tra le onde spumose del golfo partenopeo, avvinghiato con tracotanza a quello sperone di roccia vulcanica: l’ultimo ed eterno appiglio della protettrice di Napoli.

 

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 16 Agosto 2017 e modificato l'ultima volta il 3 Luglio 2019

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