martedì 16 luglio 2019
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NEL NOME DEL CIUCCIO

Luciano Castellini, un Giaguaro nell’arena del San Paolo

Identità, Sport | 29 Gennaio 2019

“Nel nome del Ciuccio”: nasce oggi il nuovo spazio di Identità Insorgenti dedicato ai personaggi più importanti e rappresentativi della storia del Calcio Napoli. Non vi parleremo, però, dei noti e arcinoti Maradona, Careca o di capitan Hamsik. La nostra collana, infatti, si pone l’obiettivo di farvi conoscere i ritratti di atleti e allenatori – di anni ed epoche sia a noi lontane, sia più vicine – che si sono contraddistinti per attaccamento ai colori azzurri, per il legame con la Città e per l’ardore agonistico mostrato in campo. Al di là del risultato – come recita un noto striscione esposto nella Curva B del San Paolo – e delle fortune sportive raccolte con la maglia del Napoli.

Uno et trino. Anima granata, cuore azzurro, fede interista. La vita calcistica di Luciano Castellini – di professione portiere – può essere riassunta così, cavalcando una metafora che, sulla scia di una mistica assonanza, ben si presta per rievocare i tempi in cui i suoi interventi richiamavano al “miracolo” il pubblico presente.

Per l’estrema capacità di identificarsi nei colori che ha difeso e rappresentato, Castellini ha saputo incarnare il prototipo per definizione del calciatore-bandiera. Lo è stato prima del Torino, con duecentouno partite giocate solo in campionato tra il 1970 e il 1978. Poi del Napoli, dove tra il 1978 e il 1985 ha inanellato ben duecentodue presenze, diventando così uno dei tre soli giocatori – insieme a Gianfranco De Sisti (Roma e Fiorentina) e Ciro Ferrara (Napoli e Juventus) – capaci di collezionare almeno 200 presenze in Serie A con due club differenti.

Sullo sfondo, un amore mai nascosto per la sua Inter, la squadra della sua città natale e per cui, però, Castellini mai ebbe l’occasione di giocare. Arriverà a vestire il nerazzurro solo pochi anni dopo aver dismesso i guantoni, nel 1988, dando il via ad un lungo rapporto di collaborazione, tutt’oggi in essere, nelle vesti di preparatore dei portieri e di osservatore.

La leggenda del Giaguaro

Per la spettacolarità delle sue parate, il coraggio nelle uscite e l’esplosività atletica, Castellini era in grado di destreggiarsi come un felino da un legno all’altro della porta.

Nelle sue cronache, Gianni Brera amava definirlo “Fanfulla”, rievocando l’omonimo eroe nato dalla penna di Massimo D’Azeglio. A Torino, invece, i tifosi lo ribattezzarono “Giaguaro”, dopo che nel 1971 regalò loro la vittoria in Coppa Italia, ai calci di rigore, contro il Milan di Gianni Rivera.

Allora, diversamente da adesso, a presentarsi dal dischetto vi era un solo giocatore per ciascuna squadra. I rossoneri si affidarono al loro Golden Boy, cui Castellini neutralizzò due dei suoi cinque penalty. In maglia granata, al Giaguaro riuscirà quella che con tutta probabilità è l’impresa sportiva più grande della sua carriera: la vittoria, nel 1975/76, dell’ultimo Scudetto della storia torinista contro i rivali cittadini della Juventus.

L’approdo in azzurro avviene nell’estate del 1978. In un’intervista rilasciata nel 2017 a Repubblica, è lo stesso Castellini a ricordare il suo trasferimento alle pendici del Vesuvio:

“Il Napoli è stata la mia rivincita dopo l’addio dal Toro, che fu una grande sofferenza. E così, quando passai al Napoli, mi ritrovai pieno di voglia di rivincita: oggi le chiamano motivazioni, io dicevo che mi giravano tanto le scatole”.

A Torino, infatti, il patron Orfeo Pianelli gli preferisce il più giovane Terraneo. Castellini, a 33 anni, si veste d’azzurro. Ad accompagnarlo, la fama del giocatore sì forte e carismatico, ma ormai a fine carriera e pertanto ritenuto in fase calante. All’ombra della Mole, son convinti di aver ceduto un vecchietto con poc’altro ancora da dire. Sulle rive del Golfo, invece, mal si celava il timore di aver accolto un giocatore che, in termini di apporto in campo, rischiava di essere cotto.

Corsi e ricorsi storici, ci verrebbe da dire.

A far ricredere anche il più restio degli scettici, fu lo stesso Castellini. A suon di colpi di reni e riflessi prodigiosi, il Giaguaro conquistò repentinamente il cuore dei Napoletani, aprendo un lungo ciclo che terminerà sette stagioni più tardi, nel 1984/85. Quella del primo Napoli di Diego Armando Maradona.

Il più forte portiere della storia del Napoli?

Il suo settennato in azzurro coincide, però, con un periodo altalenante e scosceso per il club partenopeo. E’ il Napoli di Savoldi, Krol e Bruscolotti. Di Ramon Diaz, Pellegrini e Musella. E’ un Napoli che sognava da grande, ma che grande davvero riuscirà ad esserlo solo con l’arrivo del Pibe de Oro da Lanus.

Di quegli anni, il Giaguaro è simbolo e idolo indiscusso. Napoli gli ridà nuova linfa, regalandogli una vera e propria seconda giovinezza. Che lui restituisce sotto forma di prestazioni di livello costantemente elevato. L’esperienza in azzurro non lo premia, però, con alcun trofeo. Con il Napoli, Castellini arriverà a sfiorare lo Scudetto solo nel 1980/81, quando a spegnere i sogni di gloria partenopei fu il già retrocesso Perugia, in quel letale testa-coda al San Paolo del 26 aprile 1981.

Seppur privo di coppe e titoli messi in bacheca, il Castellini napoletano fu un portiere letteralmente insuperabile. Complessivamente, nelle 202 partite giocate col Napoli in massima serie, il Giaguaro ne concluse 94 senza subire gol. La metà, o poco meno.

Nell’anno del titolo mancato, Castellini mantenne la propria porta inviolata per 531 minuti, stabilendo quella che al tempo era la seconda miglior prestazione di sempre del campionato italiano (dopo i 590′ dell’amico fraterno Dino Zoff, con la Juventus), nonché il miglior rendimento della storia del Napoli. Primato che resisterà fino al 2010, quando Morgan De Sanctis alzerà l’asticella di impenetrabilità della propria rete a 588 minuti.

C’è un dato, però, che più di tutti certifica e testimonia la superiorità tecnica mostrata in azzurro da Castellini. A cavallo tra le stagioni 1982/83 e 1983/84, il Giaguaro inanellò ben 1188 minuti di imbattibilità al San Paolo, mantenendo inviolati i pali dell’arena di Fuorigrotta dal 27 febbraio 1983 (gol di Altobelli in Napoli-Inter 1-1) al 29 gennaio 1984 (gol di Platini in Napoli-Juventus 1-1).

Si tratta del record assoluto di imbattibilità interna nella storia del campionato di Serie A. Che resiste tutt’ora e che, proprio oggi, festeggia i suoi primi 35 anni.

Alle origini di un gemellaggio

Del Giaguaro, la letteratura sportiva ha spesso fornito una narrazione monotematica e ridondante, specie se riferita al gol del rossoblu Marco Faccenda in un Napoli-Genoa 2-2, del 16 maggio 1982. La rete, giunta a cinque minuti dal termine dell’incontro, condannò il Milan – inutilmente vittorioso in quel di Cesena – alla retrocessione in Serie B. A propiziarla, fu un errato disimpegno dello stesso Castellini, che causò di fatto il calcio d’angolo da cui scaturì il pareggio del Grifone.

Il San Paolo, che durante l’incontro non nascose il proprio supporto per la squadra ospite, esultò come se a segnare fossero stati proprio gli Azzurri. Fu quello l’episodio da cui nacque lo storico gemellaggio che, da quasi quarant’anni, lega le tifoserie di Napoli e Genoa. E che lo stesso Giaguaro, pur rigettando senz’altro la parodia narrativa che ne scaturì, potrebbe senz’altro rivendicare con un pizzico di orgoglio.

Antonio Guarino

Nell’illustrazione che accompagna l’articolo, realizzata da Maura Messina, il gol di Faccenda e il vano tentativo di opposizione del nostro Castellini.

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 29 Gennaio 2019 e modificato l'ultima volta il 2 Febbraio 2019

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