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L’università ai tempi del covid: la testimonianza di una studentessa napoletana

Istruzione, scuola, università | 19 Aprile 2021

Dallo scoppio della pandemia, come Identità Insorgenti abbiamo sempre rivolto uno sguardo particolare al tema della scuola e ai giovani, vittime, forse più degli adulti, di un sistema che non è in grado di rispondere adeguatamente alle loro necessità.

Abbiamo cercato di raccogliere il punto di vista di tutti. Nell’ambito di questa narrazione, oggi vi raccontiamo la storia di una studentessa universitaria, Susy, laureanda in storia dell’arte che da tempo è costretta alla DAD. Il governo, nell’ultima conferenza, ha parlato di aperture a partire dal 3 maggio: aumenteranno lezioni, sessioni di esame e di laurea in presenza. Ma vediamo cosa ci racconta Susy, che ormai è all’ultimo anno del suo percorso di studi.

Da più di un anno in DAD

“Non frequento in presenza da dicembre 2019 e non mi reco all’università da marzo 2020, quando, con lo scoppio della pandemia, mi sono rintanata in casa con la speranza che in poco tempo, e con sacrificio, tutto si sarebbe risolto nel breve tempo”. Inizia così la mia chiacchierata con Susy, una cara amica conosciuta quando entrambe lavoravamo per le realtà culturali del nostro territorio. Nei giorni che precedevano il lockdown, per Susy, che all’epoca lavorava sei giorni a settimana, seguire i corsi era diventato complicato. Si incastravano a malapena con gli orari lavorativi, e quando riusciva a ottenere un cambio turno o una giornata di riposo, la stanchezza si faceva sentire.

I vantaggi della DAD per gli studenti lavoratori

“All’inizio ho sfruttato pienamente i vantaggi della didattica a distanza. Venivo da mesi folli, ed ero combattuta tra il lavoro e lo studio, entrambi parimenti importanti nella mia vita. Per quanto fossi spaventata da quello che succedeva fuori dalla mia camera, avevo deciso di concentrarmi sull’università, di rimettermi in careggiata e di seguire per bene i corsi del secondo semestre, iniziati proprio a marzo. Così, credendo che sarei tornata presto nei miei amati musei, ho macinato ore su ore di DAD, raggiungendo velocemente ottimi risultati.”

Susy, come molti studenti lavoratori, ha sentito in quel momento l’università più vicina, pratica e maggiormente accessibile. “Ancora oggi che la didattica a distanza sembra l’unica soluzione possibile per noi laureandi, mi rendo conto, pur non lavorando più, di come questo stia giovando i miei colleghi che per motivazioni spesso economiche sono costretti a non frequentare. Con le lezioni su piattaforme online è più facile collegarsi, magari nel tragitto casa-lavoro, o nelle pause, e soprattutto, quando i docenti lo consentono, si possono recuperare le lezioni registrate.”

“Se dovessi pensare a una cosa positiva di tutta questa situazione paradossale, direi che registrare ha i suoi vantaggi, e che dovrebbero renderlo possibile anche quando torneremo in aula”, continua Susy, che quando lavorava riusciva a recuperare solo qualche appunto offerto da altri studenti.

Gli aspetti negativi della DAD e il tentativo di tornare in presenza a settembre 2020

“Però”, continua, “per quanto mi sforzi di vedere i lati positivi, ce ne sono stati altri assolutamente negativi. In quanto non più matricole, quando a settembre si era proposto agli iscritti al primo anno di frequentare in presenza, a noi nessuno ha pensato. Siamo rimasti in casa, magari con genitori e fratelli, collegati anche loro in smart-working o DAD, a condividere gli spazi angusti di casa. Poi, di punto in bianco, alcuni professori hanno chiesto di frequentare le loro lezioni, o quanto meno di sostenere gli esami in loco. Ma anche lì è sorto un altro problema: un folto numero di studenti fuorisede era  tornato a casa ed era impossibilitato a muoversi, vuoi per zona rossa, per contagi familiari o anche solo per la paura del contagio. I repentini cambi di decisione ci hanno sottoposto ad ansie, a nottate insonni e all’incapacità di programmare le nostre giornate. A ottobre poi, almeno per quanto riguarda il mio corso, nessuno più è tornato in presenza.”

Giorni di confusione tra DAD e tirocini intramoenia

Un periodo folle, in cui si passava dal voler tornare in aula al preferire la sicurezza di casa propria. I giovani, insieme ai loro professori, sono stati vittime dell’incapacità di chi avrebbe dovuto trovare delle soluzioni anche ibride. Soluzioni che potessero venire incontro alle esigenze e alle paure di tutti, e che fossero soprattutto stabili.

“Se ripenso a quei giorni, ho solo una grande confusione nella testa, non saprei nemmeno a chi dare ragione; non so nemmeno se questa didattica a distanza prolungata sia la decisione più giusta per ora. Di certo, adesso che sono ormai al secondo anno e che il mio indirizzo di studi prevede delle attività pratiche, mi rendo conto di quanto sia necessario salvare questi ultimi mesi prima della laurea. Da studenti di storia dell’arte e archeologia, uno dei momenti più significativi del nostro percorso universitario coincide con lo svolgimento di un tirocinio, che consiste nel lavorare attivamente in ambito culturale. Dal momento che le istituzioni culturali sono ancora chiuse, non è stato possibile stipulare convenzioni. Stiamo svolgendo un tirocinio intramoenia, facendo ricerche attraverso gli strumenti digitali, ma la digitalizzazione è ancora ad un punto morto nel nostro paese e non sempre è facile condurre un lavoro completo. Ho paura -continua Susy- che tutto questo impegno, che supera poi di gran lunga le ore regolari, mi porterà a poco, che queste ricerche non potranno nemmeno essere sfruttate per la tesi.”

Il tasto dolente della ricerca

Altro tasto dolente: la ricerca. Per quanto anche in zona rossa si era deciso che la ricerca doveva continuare, quella umanistica ha trovato non poche difficoltà rispetto a quella scientifica. Biblioteche e archivi sono stati chiusi e aperti, poi richiusi, poi aperti su prenotazione. Insomma, la vita degli studenti in questi luoghi non è facile, la ricerca si riduce a centinaia di mail inviate a funzionari bibliotecari e archivisti oberati di lavoro (per la mancanza di personale aggiunto o di personale in generale, ma questa è un’altra storia). I tempi, possiamo intuirlo, si allungano di gran lunga.

Inoltre, una facoltà umanistica in cui si studia come salvaguardare il patrimonio culturale, è un’università molto pratica che prevede anche sopralluoghi, dibattiti, conferenze, congressi. C’è chi fa ricerca in laboratorio e chi ha il mondo come laboratorio.

Visite virtuali, nessuna attività pratica, progetti realizzati in DAD

“Da un anno e mezzo abbiamo dimenticato qualsiasi attività all’esterno. Le nostre visite sono tutte virtuali, lì dove complessi museali e archeologici permettono una fruizione virtuale. Per lo studio dei complessi monastici, a cui è riservata grande considerazione in una città come Napoli, dobbiamo invece affidarci a fotografie. I professori stanno cercando in tutti i modi di mantenere alta la nostra concentrazione, di stimolare la nostra creatività. Ci chiedono di lavorare a progetti, magari in gruppo, ma è tutto diverso. Stiamo perdendo del tempo che non ci tornerà più indietro e quando l’anno prossimo terminerà il mio percorso di studi, e saremo usciti, almeno spero, dalla pandemia, ricorderò che tutto quello che avevo da fare praticamente nell’ultimo anno magistrale, l’ho svolto solo apparentemente nella mia cameretta vista città. Una città che avrei dovuto vivere a morsi per meglio tutelarla e che, invece, ho dovuto immaginare.”

Ora non vogliamo entrare nel merito di quello cosa è giusto e sbagliato. Non vogliamo sostituirci a quei tecnici che fanno questo di mestiere. Vogliamo solo portare alla luce un’altra testimonianza, quella di una giovane studentessa che, perché adulta, perché non matricola, ne sta pagando comunque le conseguenze. Una delle numerose voci dimenticate a cui è richiesto di avere pazienza, di comprendere le priorità e di continuare a lavorare sodo.

Da un momento di fragilità e sfogo nasce questa chiacchierata-testimonianza. Siamo vicini a Susy e ai tanti giovani universitari che si sentono abbandonati e confusi, non sapendo più da che parte stare e cosa sperare.

Martina Di Domenico

Un articolo di Martina Di Domenico pubblicato il 19 Aprile 2021 e modificato l'ultima volta il 19 Aprile 2021

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