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LUOGHI DA RISCOPRIRE

L’antica Badia di Cava de’ Tirreni: tra storia e natura

Beni Culturali | 17 Giugno 2020

L’Italia del dopo lock-down riparte riscoprendo le bellezze storiche e culturali nostrane. Tra i percorsi campani, in grado di unire patrimonio ambientale e culturale, quello che conduce alla Badia di Cava de’ Tirreni è tutto da riscoprire. Attualmente parte dell’arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, la Badia, retta dall’abate Michele Petruzzelli, ha recentemente riaperto le sue porte a fedeli e visitatori, dopo il lungo stop di tre mesi imposto dal covid-19.

Partendo dalla bella cittadina di Cava, bisogna salire dalla strada provinciale che, tra radure e scorci boschivi, in circa nove minuti porta alla rupe dove si erge la millenaria Abbazia dedicata alla SS. Trinità, costruita tra i Monti Lattari, alle pendici di Monte Finestra.

La storia del complesso

La storia del complesso risale al XI secolo, quando Alferio Pappacarbone, nobile salernitano, scelse di ritirarsi a vita monastica nella grotta Arsicia. L’esempio del sant’uomo ispirò molti discepoli e nel 1011 egli fondò per i suoi seguaci un monastero di piccole dimensioni, pur continuando a vivere, fino alla sua morte, nell’originaria grotta che aveva occupato.

Nel giro di pochi anni il complesso venne ampliato, in particolare al tempo di Pietro I, nipote del fondatore, diventando il fulcro dell’Ordo Cavensis, congrega che raggruppava centinaia di monasteri ubicati nell’Italia meridionale. Nel 1092 la nuova abbazia fu consacrata da Urbano II, la cui scultura si può ammirare salendo per la strada che conduce alla Badia. Grazie a numerose donazioni e privilegi, la Badia godette sempre più di maggiore lustro, ottenendo anche un discreto potere temporale. Tale potere iniziò a vacillare a partire dal XIV secolo, quando Bonifacio IX fece di Cava una diocesi e dalla Badia una Cattedrale retta da un vescovo. Nel XV secolo si verificò un periodo di profonda decadenza: a gestire l’abbazia non fu più un vescovo ma un cardinale che, non potendo risiedervi a causa dei suoi impegni, ne affidò la gestione a fiduciari, interessati più ai guadagni che alla buona condotta della vita monastica.

Alla fine del Quattrocento, con lo scioglimento dell’Ordo Cavensis, l’abbazia confluì nella Congregazione di S. Giustina da Padova e fu nuovamente affidata alle cure di un abate. Il rinnovato splendore portò a un massiccio restauro degli ambienti, tra il XVI e il XVIII secolo, che ne modificò l’aspetto con la sostituzione degli spazi medievali con altri di stile più moderno.
Con le soppressioni napoleoniche, il complesso fu ridotto a stabilimento e abitato da venticinque monaci guidati da un direttore, che altri non era che l’abate stesso. Con l’Unità d’Italia l’edificio venne salvato da un’ulteriore soppressione, solo perché elevato a monumento nazionale, pur perdendo molti dei privilegi temporali acquisiti nei secoli.

Cosa vedere alla Badia della SS. Trinità

La visita al complesso si articola su due livelli: uno prettamente naturalistico, con la possibilità di seguire i sentieri che si diramano su per i monti; l’altro più culturale, in grado di immergere il visitatore in atmosfere passate, attraverso la scoperta della millenaria storia della Badia.
Si possono visitare la cattedrale, la cappella dei Ss. Padri Cavensi, la grotta di S. Alferio, le antiche cappelle, il chiostrino, l’antica e la nuova sala capitolare, la cappella di San Germano, le catacombe, il cimitero longobardo e, infine, il delizioso museo. Oltre al percorso di visita ufficiale è possibile ammirare la biblioteca e l’archivio, aperti a curiosi e studiosi provenienti da tutto il mondo.
La cattedrale, di dimensioni molto ampie e completamente rivestita in marmo, è costruita su tre navate, di cui la centrale maggiore rispetto alle laterali. Dal soffitto al pavimento tutto ci parla in un linguaggio moderno. La stessa grotta di S. Alferio conserva solo in parte la sua struttura originale, mentre per il resto è completamente rivestita in marmo, allo stesso modo della chiesa. Dinnanzi alla parete rocciosa della grotta, si resta impressionati all’idea che il fondatore del monastero vi abbia vissuto moltissimi anni, isolato dal resto della comunità.
La storia dell’ordine e della Badia è raccontata dai brani pittorici ottocenteschi affrescati da Vincenzo Morani lungo la navata centrale, le arcate delle cappelle, le lunette, i pennacchi e la cupola.
Solo l’ambone del XII secolo, forse donato da quel Ruggero II re di Sicilia che qui fece seppellire la sua seconda moglie Sibilla, di cui resta solo il sarcofago, è l’unica testimonianza medievale oggi visibile all’interno della chiesa. Altre testimonianze della stessa epoca si rintracciando nelle cappelle dell’antica basilica e nel bellissimo chiostrino con colonne binate e capitelli romanici, di dimensioni ridotte per i limiti ambientali dati dalla presenza della grotta e del ruscello Selano. Di qualche anno successivo è il vecchio capitolo, realizzato secondo lo stile gotico. Opere di Tino di Camaino, importantissimo scultore trecentesco, decorano dei vecchi altari. L’antico cimitero longobardo si estende al di sotto del complesso, ma le ossa che vi sono state rinvenute sono state traslate in un ossario realizzato nel giardino.

Alcuni tesori ci riportano ancor più indietro nel tempo, addirittura all’epoca romana, come la piccola scultura di fauno, forse testimonianza di passati riti pagani svolti nella zona.
Della bella sala del capitolo “nuovo” colpisce il pavimento in maioliche che proviene dalla chiesa di S. Andrea delle Dame a Napoli. Lungo le pareti, architetture affrescate danno l’idea illusoria di trovarsi di fronte ad arcate aperte sul paesaggio, e ospitano figure di santi in un tripudio di colori luminosissimi.

Infine il piccolo museo, organizzato in una sala del XIII secolo restaurata nel ’900, conserva le preziose opere che un tempo decoravano la chiesa e il convento. Si tratta di un luogo estremamente importante, i cui criteri espositivi vennero minuziosamente curati dal grande storico dell’arte Ferdinando Bologna.

Qualche ora alla Badia di Cava de’ Tirreni è tutto ciò che serve per allontanarsi dai ritmi frenetici della città, concedendosi una sosta tra arte, cultura e natura.

Martina Di Domenico

Un articolo di Martina Di Domenico pubblicato il 17 Giugno 2020 e modificato l'ultima volta il 17 Giugno 2020

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