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MAFIA CAPITALE IN TV

La satira minimizza: è Roma mica Napoli!

Italia, Senza categoria | 9 Dicembre 2014

quanto manca

Checché ne dicano Giuseppe Pignatone, procuratore capo di Roma,  o Pietro Grasso, ex Capo della Direzione nazionale antimafia, per Roberto Saviano a Roma ci sarebbe solo una confusa terra di mezzo non “una cerniera tra teppa criminale e colletti bianchi“.

E come  Saviano minimizza definendo “confusione” ciò che sta accadendo nella capitale ‘taliana così fa anche  la trasmissione Quanto manca di Raidue che ieri sera ci ha propinato l’infelice tentativo di ridurre il fenomeno mafioso romano a eventi criminali isolati ed estemporanei.

Piuttosto che parlare di vera e propria organizzazione mafiosa  e descrivere quindi la capitale con gli stessi toni che siamo abituati a sorbirci noi napoletani anche se giriamo semplicemente senza casco, si preferisce, insomma, deformare il più possibile l’argomento declassando letteralmente la mafia romana ad attività criminale comune e di scarso rilievo.

E così, per non stravolgere troppo l’illibata civis romana, a Quanto manca si è fatto giustamente ricorso  alla satira “minimizzante” , finendo per ironizzare, a mò di gossip, sui ruoli e sugli interpreti venuti alla ribalta negli ultimi giorni,  inscenando addirittura la ribellione della scuola mafiosa siciliana in cui due malavitosi, diplomati a pieni voti al liceo “Nitto Santapaola” si sarebbero dichiarati offesi perché derubati “dell’esclusiva mafiosa”.

Al contrario, tutto ciò che riguarda il fenomeno criminale campano e meridionale viene sempre drammatizzato e spettacolarizzato accentuandone il carattere negativo e facendolo assurgere a modello unico di riferimento per ciò che accade da Roma in giù.

Non a caso, prima il film Gomorra e dopo la serie tv omonima sono divenuti cult di enorme successo, successo evidentemente dovuto all’atavica propensione dei meridionali all’ essere criminali e perciò condivisa e assunta a dato di fatto incontrovertibile dall’opinione pubblica italica.

Siamo certamente inclini a pensare “faciteve ‘na risata” e noi ce la vorremmo pure fare ma, senza voler ricorrere ad analisi psicologiche o sociologiche di massa e alle dinamiche che certi stereotipi possano portare, ci chiediamo una cosa: ma perché  le risate ce le dobbiamo fare sempre sulla nostra pelle?

G. I. D.

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 9 Dicembre 2014 e modificato l'ultima volta il 9 Dicembre 2014

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