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Malafemmena e la Napoli delle scelte negate, dell’amore tradito

Rubriche | 29 Marzo 2015

NAPOLIAMMORE2015

#‎Napoliammoremio‬

Malafemmena – 1951 – Testo e musica di Antonio De Curtis (e potrei anche fermarmi qui)
Si avisse fatto a n’ato
chello ch’e fatto a mme
L’inizio è già la fine. Il poeta, l’autore, l’amante, non è “n’ato”. E allora tutto il resto è solo e soltanto liturgia del dolore, un cavallo lanciato al galoppo nei meandri di un labirinto da cui non riesce a uscire, è lo strazio di un amore tradito.
Oggi il mio lavoro mi ha portato in un’altra Napoli, quella delle scelte negate, quella dei destini che viaggiano su binari che non vanno da nessuna parte, quella in cui il caffè è un po’ più nero, e un po’ più bollente.
…femmene comme a te
non ce hanna sta pé n’ommo
onesto comme a me!…
L’amore rende stupidi, acceca, “scemunisce”. E chi ama profondamente, chi nell’amore si tuffa con disperazione e follia, chi per amore depone perfino la propria dignità, è uno scimunito indifeso. Scimunito, indifeso e felice. Sempre che l’amata ricambi il suo amore, sempre che lo rispetti e ne abbia cura. Altrimenti quelle braccia aperte diventano un invito a trafiggere il cuore.
Nella Napoli che ho visto oggi portare la legge non significa portare giustizia. Quella che ho visto oggi è quella dove il sole nasconde le ombre, è quella dei figli senza padre e delle figlie mamme, è quella in cui ricordarsi del mare è un atto d’amore.
Chist’uocchie ‘e fatto chiagnere..
Lacreme e ‘nfamità.
Gli amanti piangono e sono felici, quando piangere è un tributo alla lontananza, quando piangere è la gioia che sublima, quando le lacrime sono il mare in cui si immergono i loro occhi. Ma ‘e lacreme e ‘nfamità sono tragedie senza catarsi, notti senza stelle.
L’amore, per essere amore, ha bisogno d’amore. Altrimenti è lacrime e rabbia.
La mia città ha bisogno d’amore. L’amore di chi dovrebbe fare con amore il proprio lavoro, l’amore di chi dovrebbe amare la propria gente e la propria terra. L’amore di chi di dovrebbe ricordarsi di dover essere e di essere Stato.
Te voglio ancora bene
Ma tu nun saie pecchè
L’amore è amore. E ama, sempre e comunque, perché è amore, perché quello che ti manca è quello che vuoi, perché dire “io ti amo” è più bello che sentirselo dire, perché amare è più difficile che essere amati, perché amare è più vero di qualsiasi altra cosa.
Oggi sono dovuto entrare in un rione e non ne sono ancora uscito. Perché le mie scelte sono state mie, perché ho avuto una famiglia, dei maestri, dei professori e tanto altro che qui non hanno mai avuto, perché penso a quello che potevo essere stato e a ciò che sono, perché voglio ricordarmi questa sensazione di vergogna per queste vite negate, perché voglio che la vergogna diventi rabbia, e la rabbia alimenti la mia passione e il mio amore per questa gente e per questa città, perché il caffè nero e bollente “me fa murì”, pure quando mi scotto, e perché, perfino qui, continuo a sentire l’odore del mare, e verso il mare voglio continuare a guardare per continuare ad avere forza e speranza, e per continuare ad amare.
Ma Dio nun t’o perdone
chello ch’e fatto a mme!…

Francesco Paolo Oreste

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 29 Marzo 2015 e modificato l'ultima volta il 29 Marzo 2015

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