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Mama (il nostro augurio a tutte le mamme)

Mondo Napulitano | 14 Maggio 2017

Semaforo rosso all’incrocio adiacente il deposito del garrittone. Capodimonte. Si avvicina all’auto un ragazzo di colore con berretto e giubbotto beige. Sui vent’anni o giù di lì. Lo guardo distratta, ma una nota stravagante, non so se intenzionale, cattura la mia attenzione: indossa un paio di occhiali da sole a goccia, ma la lente, verde scuro, copre solo l’occhio sinistro.

Dall’altro, la montatura dorata è nuda e lascia vedere l’occhio: una pupilla scura, intensa, dalle ciglia lunghissime. Un anomalo pirata. Coglie il movimento del mio capo e agita vicino al finestrino aperto, all’altezza del mio orecchio, un bicchiere usa e getta lasciando tintinnare le scarse monetine contro la plastica.

Volto un attimo il capo: tace e mi guarda fisso. Guardo il semaforo. E’ ancora rosso. Mi sento lo sguardo “ciclopico” addosso. E’ fermo. Mi inquieto. E poi. Arriva. Un suono netto, distinto, un’unica parola pronunciata con tono roco, cavernoso: “Mama”. E ancora: “ Mama” , stavolta più supplichevole, remoto. Scatta il verde, non mi muovo, i clacson bussano, le viscere sono contorte, il cervello in stand by. Sono impietrita. Afferro una busta di panini che avevo comprato e glieli porgo dal finestrino, ingranando la marcia e partendo, seguita dalle jastemme degli automobilisti.

Quelle urlate ma non le sento. Il “mama” sussurrato è più forte di un grido, mi lacera le orecchie, mi “arravoglia” l’anima, colpisce corde  sconosciute: ho nelle orecchie come tamburi tutte le urla del mondo, i milioni di “mama” che riecheggiano in ogni dove, coagulando il dolore della Madre terra in un’unica sillaba al quadrato, i “mama” di tanti figli che vi crescono senza o strappati via dalle loro braccia.

Dalla mano armata di un compagno. Dalla guerra. Da un viaggio della speranza che si trasforma in inferno. “Mama” racconta lacrime che rotolano sulle guance. Ginocchia sbucciate e bacetti sulla bua. Profumo di dolci e ninne nanne. Nottate e sorrisi. Della disperazione nell’essere lasciate sole. Di alibi, raccontandosi la solita storiella sulla qualità del tempo. Tutte stronzate per arginare l’esondazione dei sensi di colpa, che bisogna lavorare per tirare la carretta, cercando di essere d’esempio barattando  giocattoli con momenti preziosi della loro crescita lasciati per strada.

Quando basterebbe solo un po’ di tempo. In una società che ha spostato il baricentro delle priorità, non offrendo una rete di protezione  a tutela e rendendo impossibile quasi conciliare lavoro e famiglia. Di mamme che si rinnegano. O quelle che li piangono perché la natura così ha voluto. Che non è nell’ ordine delle cose.

Ma si fanno forza, vanno avanti convivendo con le mancanze e convogliano la loro disperazione in qualcosa di più grande, aiutando altre vite a crescere. Di mamme che non hanno figli naturali ma sono un riferimento forte, donano quotidianamente la loro presenza, cura e amore ad un’idea, un progetto, un cucciolo, ai meno fortunati, al volontariato, alla ricerca, che portano un raggio di sole in un mondo che, grettamente,  pensa solo ad incasellare, giudicare, produrre, macinare chilometri ma non sa dove andare, navigando a vista.

Senza fermarsi ad ascoltare un attimo un rauco, gutturale, addolorato, angosciato, accorato “Mama”,  che lacera il ventre da cui è nato, cristallizza lo spasimo e l’aridità emotiva di un’umanità non riconosce più la vita come valore  supremo, che si è persa di vista e non si trova, rinunciando ormai anche a cercarsi, più brava a voltarsi dall’altra parte invece di guardarsi. E ascoltarsi un po’ di più.

Auguri.

Monica Capezzuto

Un articolo di Monica Capezzuto pubblicato il 14 Maggio 2017 e modificato l'ultima volta il 14 Maggio 2017

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