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MANCANZE

La scomparsa di Troisi per molti di noi ha segnato un passaggio all’età adulta

Identità | 4 Giugno 2020
Ero un ragazzino quando andai a vedere “Ricomincio da tre”.
A Casamicciola, isola d’Ischia, al Cinema Italia, proprio accanto alla Pizzeria Ciritiello, prima che diventasse un mobilificio, il giorno in cui uscì.
Seduto su vecchie poltroncine di legno scassate, accanto a mia madre e la figlia dei Casertano, più grande di me, che stava sempre sul nostro terrazzino perchè si vedeva tutta la baia di San Francesco, quando ogni sera lei guardava il tramonto e io guardavo lei, troppo timido per riuscire a dire qualcosa.

All’inizio del secondo tempo, il tetto del cinema Italia si apriva e vedevi un po’ il film, un po’ le stelle e la luna.
La terra ancora ci tremava sotto il culo, dopo il terremoto dell’80 ed eravamo puntellati, tenuti su da stampelle gigantesche.
Ad ogni angolo, ogni vicolo fetente, era tutta una foresta di pali e tubi. La Napoli della nostra giovinezza era tutta un’ombra di crepe e impalcature.

Quel ragazzo sullo schermo non era un attore, era NOI. Eravamo tutti così, a Napoli, in quegli anni, a chiamarci gridando dai cortili dei palazzi sgarrupati e a passare le serate a fare “agorazein”, cioè chiacchiere inutili sui massimi sistemi che non portano mai a nulla, ma che allenano il cervello ad allungarsi come una molla e a pompare fantasia come un polmone.
E l’abbiamo avuto tutti un amico che ci ha tenuti bloccati su quelle scale, a lamentarsi anche sotto la pioggia.
E una Giuliana De Sio del portone di fronte di cui eravamo innamorati.
Massimo era il fratello maggiore pieno di dubbi, quello che ti diceva una verità diversa da quella che ti raccontavano i genitori, i preti e i telegiornali, che ti copriva quando fumavi di nascosto, che ci portava sullo schermo e ci rendeva visibili a tutti. Un nuovo tipo di napoletano che sino ad allora nessuno aveva mai visto. Lui al cinema, Pino Daniele sui solchi del vinile.

Quelli eravamo noi. E quelle erano le cose che pensavamo e dicevamo noi ogni giorno. Il nostro vivere quotidiano e il nostro modo di vestirci a cazzo, coi maglioncini arancioni coi cristalli di neve disegnati sopra. Ce n’erano migliaia così, dietro ogni porta. Napoletani nuovi che su ogni stereotipo ci ridevano su infastiditi e guardavano avanti.

Il giorno in cui morì io lavoravo al Jamaica un pub del quartiere Chiaia, poco lontano da quelle scale, come ogni sabato e domenica, negli anni dell’università, con Massimo, Ciro e Alessio e una sala piena di belle ragazze. Quella sera non ci fu baldoria.

I volti tirati, noi e tutte le ragazze, una fatica immane per non piangere, tutti insieme in silenzio. Lo sapeva ognuno di noi che quella non era altro che la fine della giovinezza e della nostra innocenza.

Toccava farci adulti.
Nessuno di noi ne aveva voglia.
E alcuni non sono mai riusciti ad impararlo.

Generazione a cui hanno tolto un fratello, non siamo altro che orfani.
E non passa giorno che non ricordiamo com’era tutto più semplice
quando c’era Massimo.
Un articolo di Maurizio Amodio pubblicato il 4 Giugno 2020 e modificato l'ultima volta il 6 Giugno 2020

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