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MARADONA

Il mercoledi nero dei figli di Napoli

Identità | 26 Novembre 2020

Sembrava un mercoledi come gli altri, uno di quei giorni che, nell’intera esistenza, fanno solo volume.  Apro la postazione, indosso le cuffie e inizio un’altra giornata di smart working, alle prese con le richieste, e le inevitabili lamentele dei vari utenti. A un certo punto mio fratello bussa alla porta della stanza, incrocio il suo sguardo e leggo sul suo volto un’espressione strana, un misto di incredulità e tristezza. Non posso parlare, sono in linea e davvero non riesco a comprendere il motivo di quel volto amareggiato fino a quando non mostra il cellulare, lo screenshot di un sito di notizie sportive e quel titolo surreale: “Morto Diego Armando Maradona”.

Non riesco a crederci – penso – deve essere la solita fake news: come osano diffondere una notizia del genere! Ma il tempo scorre, le chiamate si susseguono a ritmo incessante e, in maniera parallela, anche le conferme: Diego è morto. Il turno deve continuare, gli utenti vanno gestiti ma ormai sembro un robot, la mia mente è letteralmente invasa da quel pensiero angosciante e inizia a riaffacciarsi quella sensazione di smarrimento difficile da spiegare, ma che conosco bene in quanto l’ho avvertita per la prima volta alla morte del grande Pino Daniele.

Devo lavorare, è mio dovere farlo e lo faccio, ma tutte quelle parole mi sembrano così superflue, così inadatte, così insopportabili. Vorrei solo dare forfait e dire, a ogni singola persona che mi contatta, ma lei ha capito che è morto Diego Armando Maradona? Ma lo sa chi era Diego Armando Maradona per me, per la mia gente, per la città di Napoli? Ma non potrebbe richiamare più tardi?

Conto le ore, i minuti e finalmente il turno finisce. Esco dallo studio, vado in soggiorno e ne parlo con i miei, già incollati alla tv che mostra le immagini del Pibe De Oro, con gli amici su Whats App, mentre scorro freneticamente la home di Facebook piena di immagini dell’unico, inarrivabile D10S. Ma quella sensazione non passa, si associa a un pesante magone, impossibile da mandare giù. Ceno svogliatamente, tutti a tavola parlano ma io non riesco davvero ad ascoltarli, preda di quelle lacrime che non riescono ancora a scendere sul mio viso.

Devo sfogarmi in qualche modo ed eccomi qui, su questo computer, a scrivere di Diego, del rimpianto di non averlo vissuto, dello stupore per le sue giocate, scoperte solo nella tarda adolescenza da quel ragazzo stranamente poco interessato al calcio fino a quel momento, fino alla consapevolezza, insita in ognuno di noi, che sei stato tanto altro: talento, amore, popolo, riscatto. Mentre scrivo, i media nazionali già si affannano a svilire il mio, il nostro legame con te, gridando allo scandalo, agli assembramenti, alla ricerca delle mascherine non indossate dai “soliti” napoletani. Non importa, questa volta, lasciamoli stare, non hanno capito prima perchè mai dovrebbero comprendere ora?

Ciao Diego, adesso ti saluto e grazie di tutto, ora è giunto il momento di chiudere lo schermo per far spazio a quelle lacrime che, prendendo il posto di quel grosso magone, stanno finalmente per arrivare…

Antonio Barnabà

Un articolo di Antonio Barnabà pubblicato il 26 Novembre 2020 e modificato l'ultima volta il 26 Novembre 2020

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