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martedì 26 gennaio 2021
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MARADONEIDE

La fabbrica dei miti e l’ultimo simbolo della nostra diversità

Identità | 26 Novembre 2020

Prova ad immaginare di riuscire ad alzarti in volo e planare sopra la città come un Dedalo alla ricerca del figlio schiantato al suolo con le ali disciolte. I Quartieri spagnoli ti appaiono come un corpo vivo disseminato di ferite. Delle voragini più o meno grandi che all’improvviso si aprono in mezzo al groviglio inestricabile di vene e venuzze brulicanti di tutto ciò che è umanamente immaginabile fra la vita e la morte. Boccate d’aria, pensi. Piazze. No, sono proprio ferite, quelle che vedi. Lasciate così: aperte. Visibili. Crateri lasiati dalle bombe alleate che a migliaia caddero come grandine sulla città durante la guerra sulla testa delle tante Donne Amalie che vivevano di mercato nero e sui mariti deportati che tornavano a casa devastati. Di piazze, la pianta urbanistica cinquecentesca di Don Pedro de Toledo non ne prevedeva. Solo qualche sparuto piccolo slargo davanti a una chiesa, ogni tanto. Le piazze le hanno aperte le tragedie: venute giù dal cielo sottoforma di bombe, o germogliate dalle viscere della terra, con l’urlo rauco di un terremoto.

Una di queste ferite si chiama (a furor di popolo) “Largo degli artisti”. È il gran finale di quell’universo di brodo primordiale che risponde al nome di Via Emanuele De Deo, una delle arterie più vive dei Quartieri. Una “strada-mondo” dove trovi un riassunto di tutta Napoli concentrata in quattro metri di larghezza: i palazzi nobiliari e quelli ricostruiti, i bar, i verdummari con la merce per strada, i dottori dell’università e gli scippatori, le catapecchie e gli ascensori con le gettoniere a 20 lire. E miliardi di motorini che sfrecciano sfiorandosi senza mai scontrarsi. Come ogni arteria che si rispetti, sfocia, salendo, in questo piccolo, surreale cuore rettangolare, che è diventato, negli anni, una cattedrale laica, un sacrario popolare. Un Pantheon plebeo. Qui ci trovate tutti quei personaggi che una statua ufficiale, pur meritandola, non l’hanno mai avuta: Massimo Troisi, Pino Daniele, Totò, Peppino De Filippo, Giacomo Furia, Marek Hamsik, Ciruzzo Mertens (un napoletano nato per caso in belgio)… Una strana chiesa con due altari maggiori: da un lato, una “Pudicizia” altra 25 metri, disegnata sul fianco di un palazzo; dall’altro, Maradona. Come dire: una mamma sensuale morta giovane e un figlio geniale e sregolato. Al centro di questo tempio sghembo, la cella, il sacrario vero e proprio: una specie di bar-salotto all’aperto mischiato a un parcheggio tutto storto. E intorno, bandiere, mattonelle colorate, altarini, murales, manifesti, scritte. Una caotica cassaforte di memorie. Un baule pieno di gente. Viva, morta, e indecisa.
In tutti i casi, ricordata. Rinfrescata.

Era naturale, ovvio, che tutto il popolo dei Quartieri confluisse qui, ieri sera. Perchè è così che funziona, a Napoli. Non c’è bisogno di fare flash mob. Qua la voce si da dai balconi. Si va dove i piedi ti portano, sospinti da un richiamo che se non senti non sei napoletano. Il corpo brevilineo ed inspegabile di Diego Armando Maradona era ancora caldo a Buenos Aires e qua avevamo già sistemato i lumini sul muretto. Sai com’è… Le veglie funebri a Napoli ci vengono bene. E sai da quando? Da quando eravamo greci (e lo siamo ancora oggi) e intorno al defunto facevamo il simposio funebre, coi melograni, il vino e tutto quello che serviva a vivere nell’aldilà. E a conservare chiunque nell’aldiquà sottoforma di memoria. Prova a farti un giro nei Quartieri. Ma un giro vero, non un banale mordi e fuggi turistico. Cammina, sali in alto, consuma le gambe. Apri gli occhi, guarda, parla chiedi… Le vedi tutte quelle edicole sacre, ogni venti metri? Non ce n’è una – dico UNA – che non abbia una folla di foto di morti comuni a far compagnia a santi e madonne. E lo sai perchè? Perchè a Napoli nessuno muore mai completamente. E nessuno viene mai dimenticato. Neanche l’ultimo degli straccioni. Poi esci pure dai Quartieri, scendi in una delle tante terresante sotto le chiese, in una catacomba, al cimitero delle Fontanelle. E capirai quanto, per tutte le volte che ci è piovuta addosso, ogni napoletano ha con la morte un rapporto di confidenza assoluta. Quasi fisico, tattile. Nudo e crudo. Umanissimo.
Oggi come in passato.

Ieri sera, in quel piccolo Pantheon nei Quartieri c’erano tanti giornalisti. Di qualunque testata nazionale. Si muovevano smarriti, quasi increduli, fra la gente comune, i ragazzi, i papà e le vecchie in vestaglia, disinvolte davanti a microfoni e telecamere: “Maradona m’è figlio”. Ecco il solito teatrino. Come sono pittoreschi, questi napoletani, così plateali anche nel lutto… Stavo appollaiato a scrivere un pezzo sopra una di quelle enormi ruote di legno che servono ad avvolgere i cavi per l’illuminazione pubblica e che ora è diventato un tavolino da bar. Con le lacrime agli occhi, ridacchiavo. Ah, se solo tentaste di provare a capirla, Napoli… Questo corpo estraneo ficcato nelle costole dell’Italia moderna, evoluta, asettica… Guarda quanta tragedia greca c’è in mezzo a questa gente. Quanto Sofocle, quanto Euripide. Guarda bene quanto è radicato ed inestinguibile il bisogno di essere corali di fronte alla storia, di essere famiglia di fronte alla morte, di fare simposio intorno ad un figlio di tutti. Guarda i volti di queste persone: sono tutti specchi. A questo serve “essere comunità”, moltitudine in cui riflettersi, in una dimensione ininterrottamente pubblica che ti chiede continuamente conto di ciò che sei e ciò che fai, che ti costringe ogni giorno a metterti in gioco. E se tutto ciò diventa amare, può anche stritolarti, asfissiarti. Perchè se un solo napoletano ti ama, lo fa in modo debordante, straripante. Immagina se ti ama tutta la città…

E dove porta, questo amore? Dove sfocia tutto questo fiume ribollente? Nella continua creazione di icone, di archetipi. Lo facciamo da sempre. Cos’altro è, la sirena Partenope, se non l’archetipo della donna ribelle, forza selvaggia ed essenza di pura passione che resiste fino alla morte all’avvento della società patriarcale ai suoi albori? E chi è Santa Restituta? L’icona dello straniero allo stremo, del naufrago accolto dalla città dei porti aperti, dove ogni disperato ha sempre trovato cittadinanza. Restituito dal mare, consegnato a nuova vita. Napoli è la città del mondo che conserva intatta la capacità di “iconizzare” chiunque. Il pozzaro del vecchio acquedotto che diventa il “munaciello”, Corradino di Svevia, Masaniello, il Dio Mithra che diventa Pulcinella… E anche la gente comune, quella che non trovi nei libri di storia: la vecchiarella delle galline a Via Tribunali, Furtunato ‘o tarallaro… Dove la politica si arena nelle goffe pastoie della burocrazia, dei decreti e delle gare d’appalto, i napoletani fanno da soli: altarini, murales, manifesti. Ai turisti superficiali, le statue del potere costituito; a noi, il popolo, la città vera, che rinnova sè stessa, attraverso l’eterno ciclo della morte, della rinascita e della memoria.

Da ieri, Diego Armando Maradona entra nel sacrario collettivo di una città che di eroi ribelli ne conta già decine. Al fianco di Giordano Bruno, Eleonora Pimentel Fonseca, Matilde Serao, Maddalena Cerasuolo e chiunque abbia fatto della lotta contro il potere uno stile di vita. Lascia pure che il resto dell’Italia giornalettistica s’incagli ad enumerare i vizi privati dell’eroe, cara Napoli, e tieniti stretto il tuo archetipo di bellezza. Accanto al rissoso giocatore d’azzardo e assassino Michelangelo Merisi da Caravaggio, all’adultero e bigamo Vittorio De Sica e a tutti gli altri napoletani d’adozione, che napoletani lo erano ancor prima di nascere. Oltre che archetipo del riscatto culturale, sociale e politico del sud del mondo, Maradona è stato funambolo nudo, in mezzo alla gente, napoletano in mezzo a quella moltitudine di specchi a cui nulla puoi nascondere. Né la gloria, né l’abisso. Ha pagato fino all’ultimo centesimo il prezzo di una grandezza fatta di arte e vizio, di luce abbagliante e buio pesto. Come Caravaggio, Maradona trova a Napoli la sua essenza chiaroscurale. La città lo riflette, lo rappresenta, lo include.

In qualunque altro luogo, sarebbe stato un grandissimo giocatore di pallone. A Napoli no. Napoli ti trasforma in mito letterario, ti trasfigura in personaggio epico, figura romanzesca. Qui si esagera. Sempre. Si estrae poesia tragica da ogni quotidiana vicenda umana. Perchè questa non è una città normale. Napoli è un racconto mitologico in continua costruzione. Scritto dalle mani di chiunque ci abiti.

Maradona è solo l’ultimo simbolo della nostra diversità. Forse, il più bello di tutti.

Maurizio Amodio

Ph Carlo Hermann – tutti i diritti riservati

Un articolo di Maurizio Amodio pubblicato il 26 Novembre 2020 e modificato l'ultima volta il 26 Novembre 2020

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