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DONNE DA RICORDARE

Mariannina Coffa: la “Saffo Sicula” che denuncia la condizione di subalternitá delle donne

Sicilia | 8 Marzo 2019

…La vita mia…perchè son morta e vivo,
E là dove non sei me non ritrovo!
Saprai, ch’ombra adorata, a me d’accanto
Ti riveggio pur sempre o sogno o scuola rivo
E più che il labro tuo trovo il tuo pianto.

Mariannina Coffa, delicata poetessa siciliana, è sicuramente l’emblema di una società che vede nella volontà di determinarsi delle donne una colpa di cui restano macchiate per la vita, che ne influenza le scelte e ne decide il destino.

Enfant prodige esibita dal padre come trofeo

Mariannina sin da piccola mostra spiccate doti per la poesia, è in grado infatti, di improvvisare composizioni partendo da poche parole che gli vengono suggerite.

Il padre, famoso e ricco avvocato netino la esibisce durante le feste stupendo i suoi ospiti con l’incredibile talento della bambina.

La fa studiare seguita da uno dei più abili verseggiatori siciliani del tempo Corrado Sbano, sacerdote intransigente e purista che limita l’accesso  di Mariannina a molti testi che egli considera fuorivianti.

La curiosità della sua allieva supera di gran lunga i suoi biechi divieti, in ogni caso.

A soli 14 anni viene pubblicata la sua prima raccolta di poesie e a 18 la seconda che la porta all’attenzione dell’accademia dei Trasformati di Noto.

L’amore negato

Mariannina a 18 anni si innamora pazzamente di un musicista e compositore che le dà lezioni di piano. Con lui sente di poter essere felice e la famiglia sembra accettare il loro fidanzamento finché il padre non decide per l’opportunità di fargli sposare un uomo ricco e rispettato di Ragusa.

Il suo fidanzato le propone la fuga ma suo malgrado lei si lascia sottomettere alle regole sociali che la vedono donna e figlia obbediente al volere del padre, dunque lascia che siano altri a decidere per lei.

Questa sarà la scelta di cui la poetessa si pentirà per tutto il resto della sua breve vita.

La prigione del matrimonio

E invan m’è dato rivederti,invano
Le lunghe notti in un martir profondo
Me stessa impreco,e la natura e il mondo,
E il sogno onde mi piacqui,e il voto insano.
Terribil voto che a me stessa ascondo,
Che trasse al nulla un avvenir lontano,
Ch’estinse il raggio di un affetto arcano
Che m’ha lasciato d’ogni morte il pondo.
Oh potessi un istante il mio martire
Disvelarti,amor mio,potessi almeno
Udir che mi perdoni e poi morire.
Paga morrei pur che fia salvo il core

Dopo il matrimonio Mariannina Coffa e suo marito vanno ad abitare a Ragusa dove la poetessa è costretta a convivere con le rigide regole del marito e del suocero che le impediscono di scrivere considerandola entrambi un’attività non consona ad una donna.

É a causa soprattutto di questo divieto che Mariannina inizia a sviluppare un malessere che la porterà a desiderare ardentemente di potersi separare dal marito.

Uno strisciante senso di follia sembra impossessarsi di lei e in breve tempo diventa argomento delle chiacchiere dei compaesani.

Quando scrive lo fa di nascosto e solo di notte alla luce fioca di qualche candela.

La disperazione crescente la spinge a ricercare un contatto con il suo vecchio innamorato che però troppo deluso dal suo rifiuto, non vorrà più rivederla.

Poetessa maledetta?

La ribellione nei confronti delle regole di una società biecamente conformista, il malessere generato nel sentirsi avulsi dal contesto sociale e la melanconia che da questa condizione scaturisce, hanno fatto accostare spesso Mariannina Coffa ai poeti maledetti francesi suoi coetanei.

La sensazione leggendo i suoi versi è però quella di una donna consapevole della assurda condizione delle donne nell’Italia del sud.

La poetessa denuncia spesso attraverso il racconto della sua condizione quanto difficile possa essere per le donne stare alla finestra ad osservare gli sconvolgimenti politici e sociali dell’Italia che va unificandosi, processo a cui peraltro lei guarda con una certa simpatia forse illudendosi che questo potesse portare una ventata di libertà, senza poter partecipare in alcun modo.

Pia illusione come sappiamo, che nulla toglie all’importanza del coinvolgimento anche ideologico di una donna che tanto dava, nonostante tutto, e molto più avrebbe potuto dare alla vita intellettuale cittadina.

Il ritorno a Noto

Nel 1875 Mariannina abbandona il “tetto coniugale” ritornando a Noto dove crede e forse spera di poter riacquistare un poco della serenità che le serve anche per affrontare la malattia.

La poetessa soffre, infatti, di fibromi all’utero che le causano continue emorragie.

una patologia curabile con una operazione, ma i suoi genitori rifiutano di aiutarla e persino di riaccoglierla in casa loro.

L’amicizia con un medico omeopata netino le da conforto e un tetto, poiché il medico la accoglie, non senza pettegolezzi, in casa sua.

Negli ultimi anni della sua vita spesso Mariannina chiede a gran voce di potersi separare da suo marito, in ogni modo a sua disposizione.

Il paese naturalmente non è  ancora pronto per il divorzio, basti pensare che più di  ottanta anni dovranno ancora trascorrere prima del referendum che lo renderà legge.

Questo non può che confermare quanto  Mariannina Coffa fosse “avanti”, consapevole di quanto alle donne fosse preclusa qualsiasi possibilità di poter decidere del propio cuore, della propria mente e naturalmente del proprio corpo.

Muore a soli 36 anni, la città pagherà i suoi funerali, ricordandola con un busto in marmo ai piedi della cattedrale.

Un articolo di Simona Sieno pubblicato il 8 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 9 Marzo 2019

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