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MATITE E PREGIUDIZI

Se anche i fumettisti cadono negli stereotipi sul Sud

Cultura | 26 Aprile 2020
C’è un’epidemia che attraversa l’Italia e non è quella da Covid-19. Se ne sono resi conto un po’ tutti, complice anche la permanenza nelle nostre case. Il messaggio mediatico è stato chiaro e preciso: Il sud non deve (ri)alzare la testa. Uno sputtanapoli che in questi due mesi si è fatto ancora più assordante e ripetitivo, una strategia d’assedio incessante su tutti i fronti.
Da Galli a Gallera, a Feltri, fino a i rinnegati locali come Giulio Golia delle Iene che proprio in questi giorni ci ha deliziato con un servizio, come d’uso solito  fare alle iene, montato ad arte. Ma in questo caso, da amante dei fumetti, sono rimasto diciamo “perplesso” davanti a due vignette. Un video di Makkox su Propaganda Live, che gioca con stereotipo solito del napoletano in vacanza, maglietta del napoli e sfogliatelle in mano. L’altra vignetta di tale Mario Improta, calabrese, che rappresenta il sud come un ragazzino dalla carnagione scura, brutto sporco e cattivo mentre il nord è un biondo caucasico che, tra l’altro, indossa l’azzurro, colore associato all’Italia.

Il confine fra satira, razzismo e stereotipo, chiacchierata con DaniloPè e The Marius

La satira si basa spesso sugli stereotipi. Anzi vive di stereotipi, li rappresenta, li sovverte, li smonta, li gonfia, li sgonfia, se ne nutre. Perchè sono luoghi comuni che, anche se rappresentano spesso in modo erroneo, danno identità.
Basta pensare ai Simpson che è un grandissimo meltin’ pot di gran parte degli stereotipi americani che, insieme, diventa una grandissima satira degli USA.  Ma in questo caso, analizzando le due immagini si tratta di satira o di razzismo gratuito?
La prima vignetta, quella di Makkox , estrapolata da un video più ampio in onda su Propaganda Live ( qui ) scherza sui consigli per l’ abbigliamento ai milanesi che vorrebbero scendere in vacanza al sud. Per Mario Lucio Falcone (The Marius), semplicemente gioca sugli stereotipi del milanese e del napoletano come vengono visti dall’occhio comune, tra apericena e sfogliatelle. Anzi, mentre il “milanese” è il chiattillo 2.0 con i risvoltini, il “napoletano” presenta stereotipi consolidati con la maglia Buitoni e la parrucca di Maradona. Un’ esagerazione probabilmente voluta ma senza intenti razzisti o stereotipi gratuiti.
Per  Danilo Pergamo (Danilopè) la prima specifica da fare è quella  di analizzare il  contesto da cui provengono. I social hanno dato una certa immedietezza, basta scrollare la home per vedere un contenuto,  ma con un rovescio della medaglia  composto da una base di persone che giudica senza analisi. Ed è cosi che una cosa che seppur suscita un emozione, diventa indice di un giudizio superficiale
Makkox ha una cifra stilistica spesso molto pungente.  Questa striscia o comunque video satirico, ironizza sulla situazione giocando con lo stereotipo per rimarcare un concetto, giocando  sulla chiusura delle frontiere paventata da De Luca. é  satirica ma senza intento di banalizzare o stereotipare ma semplicemente è un enfatizzare per rendere un concetto.

Opinioni discordanti sulla seconda vignetta

Per quanto riguarda la seconda vignetta, quella di Mario Improta, è più sottile. E porta ad opinioni divergenti
Il sud è stranamente rappresentato da un ragazzino mulatto, il nord da un biondo caucasico. Per quanto possa sembrare, a prima vista, quella più innocua, la vignetta di Marione è molto  più subdola. In bianco e nero avrebbe avuto più effetto e quindi un minimo di razzismo nella rappresentazione, conoscendo anche il soggetto che l’ha realizzata, per The Marius si trova eccome mentre per Danilopè abbiamo solo una visione  più stereotipata ma non cattiva.
Una vignetta  che è stata disegnata in quel modo solo  per  rappresentare i due volti dell’Italia in maniera visivamente migliore dal punto di vista dell’utente,  motivo per cui vengono disegnati con tratti cosi diversi, senza senso satirico o offensivo non volendo trasmettere un messaggio ma semplicemente una definire e rendere ben riconoscibili i “figli” dell’Italia.

I luoghi comuni si costruiscono col tempo

I luoghi comuni si costruiscono col tempo, goccia dopo goccia, tassello dopo tassello. Ci si abitua piano piano ad un’idea – giusta o sbagliata – su di un identità, su un popolo, su un’etnia che pian piano si diffonde e si consolida. Diventa d’uso comune. Si insidia e rimane latente  nella testa e ti si accende non appena la associ ad un altra parola che la stimoli.

Ed è cosi se ti dicono la parola ‘rumeno’ lo associ al verbo rubare. Se ti dico ‘albanese’ pensi al gommone. Se ti dico ‘nero’ automaticamente pensi agli extracomunitari che vengono in barca. Se ti dico ‘polacca’ pensi alla badante che ti vuole sottrarre il marito.

Ed è cosi che il sud viene disegnato in quel modo, lazzarone, poco serio, scugnizzo in modo dispregiativo, quasi come se dopo Roma ci fosse un territorio abitato da tribù primitive e non un territorio che affonda le radici sin dagli albori della civiltà e che ha solo da insegnare al mondo, come stiamo vedendo nel caso della cura del Covid-19.

Cosa legittima un atteggiamento del genere?

È un odio del tutto irrazionale e privo di fondamento quello che spinge una persona ad aggredirne un’altra, in questo caso aggressione solamente con la matita, solo sulla base della sua provenienza. Eppure, sembra che chi disegni in questo modo sia davvero convinto di essere nel giusto, protetto da chissà quale status di superiorità morale e sociale. Ma da cosa è legittimata una convinzione del genere? cosa legittima una narrazione stantia di un sud disegnato – letteralmente – come piccolo brutto cattivo e lazzarone? In che modo il mondo in cui si vive ogni giorno conferma e alimenta una simile credenza?

Odio gratuito e pregiudizi sono a volte talmente cementati nella coscienza da diventare solidi principi. Questa trasformazione è a dir poco pericolosa; interviste, atteggiamenti, fiumi di inchiostro versati e vignette come quelle che abbiamo visto, letto e di cui si è sentito parlare nelle ultime settimane non dovrebbero lasciarci indifferenti, anzi, dovrebbero portare  a far suonare un campanello d’allarme ed una controffensiva narattiva di un sud che, sopratutto in questi due mesi tragici, è riuscito a dare il meglio di sè sotto tutti i punti di vista, nonostante le cassandre pontificassero disatri sin dal primo giorno.

Il discorso sugli stereotipi sociali si lega a quello del fumetto per più ragioni

In primo luogo il fumetto, come forma di comunicazione, li veicola. E ne è un tramite a due livelli: come forma d’arte esso è sempre espressione di un intero sistema di valori, di idee e di credenze (tra cui gli stereotipi); come forma di comunicazione di massa esso ne rende capillare la diffusione. L’efficacia della comunicazione è poi aumentata dal fatto che, nel fumetto, contenuti culturalmente non neutrali come lo stereotipo passano in maniera sottile e quasi impercettibile perché mediata dal comico, dalla parodia, dall’apparente ingenuità del linguaggio e dal divertimento che suscitano.
In secondo luogo lo stereotipo si lega al fumetto perché “gli somiglia”. I comics si prestano a veicolare gli stereotipi perché, esattamente come questi ultimi, danno una rappresentazione della realtà filtrata da schemi tipici di una cultura e di una società in un determinato momento storico. E lo fanno usando un linguaggio evocativo che seleziona, accentua, connota e carica di significato. Un linguaggio che, nella sua semplicità ed essenzialità, è in grado di amplificarsi, adattarsi ed includere un’infinità di situazioni.

Un lettore o interprete che è parte attiva di un processo di negoziazione

Infine, in entrambi i casi si parte dal presupposto di un lettore o interprete che è parte attiva di un processo di “negoziazione” del significato da attribuire tanto alla realtà sociale quanto al racconto. Processo che si svolge all’interno di una cornice sociale e culturale condivisa che guida l’interpretazione essendone allo stesso tempo riprodotta.
Un’ultima osservazione, per concludere, potrebbe provocatoriamente essere quella per cui considerare il rapporto tra fumetto e stereotipi è anche servito per smentire uno stereotipo diffuso e corrente sul fumetto stesso: quello che lo vede come una semplice ed innocua forma di intrattenimento ed una forma di comunicazione che si serve di un linguaggio privo di una specificità, di spessore artistico e di una funzione sociale.

Caduta la maschera

Si deve ricordare. E stare sempre attenti. E analizzare. E non minimizzare. E capire da cosa nasce cosa. E non assolvere a priori uno scivolone perché si è fan di questo o di quello, giacché tutti possono commettere errori, di tanto in tanto, ma questo non vuol dire che non debbano essere corretti. E non accontentarsi di adesioni superficiali prive di intima convinzione. Basta giustificazioni.

Cercare le radici del razzismo idiota e pernicioso (con le sue infinite sfumature discriminatorie) dentro di sé per sradicarle, coi fatti, giorno per giorno. E non auto assolversi dicendo che è solo una vignetta, perché anche quelle hanno dato il loro contributo alla nascita di stereotipi che ancora oggi ammorbano e pesano su tutto il sud.
Se per le persone di una volta si tendeva ad attenuare le loro responsabilità (individuali e collettive) dicendo che, in fondo, così facevano tutti, così pensavano tutti, così dicevano tutti, nessuno pensava di fare qualcosa di male perché era il pensiero comune e prevalente dell’epoca (da alcuni considerato persino “buon senso popolare”) magari manipolato dalla propaganda, oggi in un mondo in cui abbiamo letteralemente la conoscenza in palmo di mano  non si può più avvalersi di quel tipo di attenuanti.
Non ci sono più giustificazioni di sorta.
L’avvento di questo virus, che tanti danni ha fatto e tante vite si è preso, ha avuto un solo merito, far cadere ancora di più le mille maschere dietro cui si nascondevano alcuni pensatori, illustratori, giornalisti e giullari televisivi, nati al Nord o cresciuti professionalmente lì, nel loro modo di rapportarsi al Sud e alla sua città più rappresentativa.
E questo noi non lo dimenticheremo.
Aniello Napolano
Un articolo di Aniello Napolano pubblicato il 26 Aprile 2020 e modificato l'ultima volta il 26 Aprile 2020
#fumetto   #razzismo   #sud  

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