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Macry e i lavavetri napoletani, causa dei mali di Napoli

Attualità, Criminalità, Media e new media | 19 Gennaio 2018

Lo sapevamo. Del resto, era facile prevederlo: i numerosi episodi di violenza che si sono verificati negli ultimi mesi a Napoli sarebbero stati un ghiotto pretesto, per stampa e TV, per lanciare l’ennesima emergenza, con annesse disamine sociologiche ed antropo-genetiche sulla “razza” napoletana.

Urteremo la suscettibilità di qualcuno, ma dobbiamo dirlo: quello di giovani incazzati, alla deriva, violenti e che si uniscono in branco è un fenomeno mondiale. In alcuni paesi, è una vera e propria piaga nazionale e, pare, di difficile risoluzione.

Città come Milano o Torino ci hanno dovuto fare i conti molto prima di noi, tant’è che la stessa espressione “baby gang” non risulta essere stata coniata per i fatti di Napoli, ma è un tantino antecedente.

E non siamo neanche certi di poter parlare di delinquenza, nel senso che il fenomeno sfocia decisamente in azioni criminose ma si tratta evidentemente di disagio, sociale o personale.

Non si nega, né lo abbiamo mai fatto, che Napoli vive una fortissima esclusione sociale, le cui colpe sono tutte politiche, come abbiamo sempre detto ma che, di fatto, hanno creato tante Napoli in una Napoli sola.

Ciò detto, e senza volerci addentrare nel merito di una questione complessa ed articolata, ci siamo imbattuti nell’ennesima “macrynata” che, un po’ come quelle mappinate d’annata, ci obbliga ad una risposta.

L’articolo in questione, dal titolo evocativo “il ventre molle che chiede e non dà” (a chi dovrebbe dare, poi, non si capisce) entra subito nel vivo della questione (diciamo…):

“Un’assonanza di maniera. Perché, certo, il fenomeno delle culture giovanili aggressive esiste anche altrove, ma, su questo piano, Napoli sembra una sorta di laboratorio. Sta costruendo (e non da oggi) un modello di violenza impensabile, per esempio, a Milano. Ed è assai meno innocente di quanto può sembrare.

Veramente, basterebbe fare una ricerca su google e digitare la parola “baby gang” – magari seguita dal nome della città in esame- per capire che il fenomeno è altrettanto virulento, tenace e preoccupante nelle altre città, Milano in testa. Ed è anche ovvio, trattandosi di metropoli. Forse Macry confida nell’ignoranza funzionale dei suoi lettori.
Ad ogni modo, il Cormez, esattamente un anno fa, pubblicò una relazione del Ministero di Grazia e Giustizia che prendeva in esame il numero di minori di cui “si occupano gli uffici di servizio sociale minorile (Ussm), vale a dire gli apparati che seguono i ragazzi in tutte le fasi del procedimento penale”.
Sorpresa sorpresa, “al primo posto c’è Bologna con 2.506 ragazzi presi in carico dagli Ussm, seguita da Roma (1.427) e Catania (1.225); subito dopo c’è Bari, seconda città del Sud, che supera Palermo (969) e Napoli (878); più in fondo ci sono Lecce (685) e Taranto (427).”
Napoli solo sesta. Che delusione…
L’articolo integrale lo trovate qui qui 
Su una cosa Macry ha ragione, però. Napoli è e resta un’anomalia. Un “laboratorio”, per usare le sue parole.
Perché i giovani napoletani, la maggioranza dei giovani, si ribella, non ci sta, manifesta il suo disappunto come può. Ne sono ulteriore prova, dopo le decine di cortei anticamorra, i 5.000 ragazzi che il 17 gennaio, partendo da Scampia, hanno sfilato per la città, urlando con disprezzo ai loro coetanei delinquenti “voi non siete napoletani”. Ce ne era stato un altro, il 22 dicembre, partito dal Rione Sanità e che aveva visto sfilare circa 2.000 persone, in sostegno di Arturo, il ragazzo ferito da una banda di ragazzini a via Foria il mese scorso.
Quando anche a Bologna, Torino, Milano i ragazzi metteranno in campo le stesse iniziative, ci farete sapere. Per il momento, un dignitoso silenzio sarebbe d’obbligo.
Prosegue sciorinando, il nostro Professore, una serie di luoghi comuni su centro e periferia, probabilmente ignorando che anche in centro ci sono situazioni di grande criticità e che in periferia esistono centinaia di giovani che lavorano per il riscatto sociale e la costruzione di modelli alternativi. E sono decisamente in sovrannumero rispetto ai protagonisti della cronaca nera di questi mesi.
Subito dopo, si sofferma sulla borghesia “opulenta” della città, la cui disamina ci trova anche concordi. Peccato che lui rientri perfettamente nella categoria ma non sembra averne percezione.
Sostanzialmente, riconosce come colpevoli gli oziosi pseudo-intellettuali che da secoli ammorbano questa città con le loro supercazzole senza mai offrire soluzioni, vendendosi, di volta in volta, al miglior offerente. Di fatto, il vero cancro di questa città.
Ma lui non sembra essere tanto diverso.
Il Professor Macry è quello, per capirci, che nel 2014 sparò a zero sui collettivi napoletani con invettive francamente risibili, poi montò la sceneggiata dell’aggressione da parte di una delegazione di giovani attivisti, recatisi da lui per chiedere spiegazioni. Proprio lui che ha sempre pronto un “vittimista” da rifilare a qualcuno. Tutta la faccenda la trovate qui 
Poi comincia a regalarci delle vere e proprie perle:
Il fatto è che le diseguaglianze strutturali e culturali tra periferie e centro esistono dappertutto nelle metropoli contemporanee, mentre il fenomeno delle gang dei ragazzini è (al momento) una specialità vesuviana.”
Dobbiamo commentare? Crediamo non ce ne sia bisogno…
Ma altrettanto si spiega con il carattere friabile, poroso, se non addirittura colluso del cuore borghese della città. Se la pressione delle periferie violente appare così efficace e diffusa, è anche (forse soprattutto) perché Napoli non fa resistenza, non oppone una cultura della legalità, non difende i valori della convivenza, non reagisce. Anzi, accetta, appare rassegnata, asseconda.
Ecco, i borghesi (e baroni, soprattutto) come il Professor Macry senza dubbio sono più che aderenti alla descrizione. Ma solo loro. Perché  “l’altra Napoli” la resistenza la fa eccome. Strenuamente, con tutte le sue forze.
E se Macry -e chi gli fa eco- uscisse dalle “stanze protette” e mettesse piede nella Napoli reale, lo capirebbe anche lui.
Nella parte centrale dell’articolo, si passa dalla pseudo-cronaca alla fiction:
Arrivando nel paradiso del lungomare liberato con mazze, coltelli e pistole-giocattolo, le babygang trovano un ambiente che, per certi versi, gli assomiglia. Anche nell’aspetto, nel taglio dei capelli, nelle divise nere, nella gestualità nervosa, nelle parole urlate. Chi riesce a distinguere il branco dalla folla delle vittime, prima che si scateni l’inferno?”
Certo, ovviamente. Chi è che a Napoli non cammina armato di mazza -e pivezo, ci verrebbe da dire- e non porta i capelli alla Genny Savastano? Pure tu che stai leggendo, dici la verità…quante divise nere tieni nell’armadio?
E insiste! Direbbe Totò. Insiste!
“A Napoli, anche tra i palazzi settecenteschi di Chiaia, nelle strade umbertine del Vomero, nelle colline panoramiche del sacco edilizio, mille pratiche di violenza si manifestano quotidianamente. Accettate in modo supino o sollecitate o direttamente messe in atto dalla cosiddetta società civile. E basti citare una lunghissima storia di prevaricazioni di piazza, il vandalismo dei disoccupati organizzati (oggi scomparsi, ma di quanto veleno hanno infiltrato la cultura cittadina?), le aggressioni ai conducenti di bus, la militarizzazione dei marciapiedi da parte dei guardamacchine, perfino l’aggressività dei lavavetri. Oppure quell’altro capitolo di violenza subliminale e collettiva che è il traffico automobilistico, i sorpassi killer, le vetture parcheggiate che bloccano intere strade, l’urlo dei clacson in fila, l’unanime dimenticanza del diritto alla vita di pedoni, anziani, donne con le carrozzine.”
Qui passiamo dalla fiction ai  videogiochi in stile  “Call of Duty”.
Che poi i lavavetri risultino antipatici a molti napoletani è pure vero, ma solo perché ti insozzano i vetri che, solitamente, con un tempismo disarmante, avevi appena fatto lavare.
Poi si tenta la carta dell’omertà, che quella  quando parli di Napoli è come il nero, va su tutto:
” Ed è questo ventre molle della metropoli che non reagisce alle manifestazioni dell’aggressività giovanile, che assiste senza muovere un dito al massacro di Arturo”
Infatti, i 5.000 ragazzi che hanno sfilato per Arturo erano figuranti…
“Pretendendo al tempo stesso, contraddittoriamente, un più severo intervento da parte dello Stato. E sarà pure necessario che lo Stato faccia di più, come ieri ha promesso il ministro Minniti. Ma sembra difficile, molto difficile, che basti Minniti a sconfiggere l’assuefazione di Napoli alla cultura della violenza”
Quando si chiede “più Stato” -ma ci basterebbe già avere uno Stato degno di questo nome- non si sta chiedendo la militarizzazione delle strade che, come abbiamo visto, non serve assolutamente a nulla, tanto più che i militari per strada non hanno praticamente nessun potere.
La presenza di uno Stato, in un paese normale – non come quello governato dai suoi amici-  sarebbe sinonimo di welfare, sicurezza, lavoro, istruzione, sanità, pari opportunità, trasporti dignitosi, coesione sociale e tutte le belle cose che Macry non elenca, lasciando addirittura sottintendere che le fasce più deboli siano causa del proprio e dell’altrui male, con quel sottile e strisciante classismo tipico della borghesia giacobina di questa città.
È Napoli, anche la Napoli delle bellezze architettoniche e ambientali, che appare inselvatichita. Che, direbbe Norbert Elias, non ha metabolizzato il lungo e vittorioso processo di civilizzazione dell’Occidente.”
Alla Napoli di Macry preferiamo quella di  Luciano De Crescenzo, un figlio eccellente di quest’antica Capitale, che parla di lei come “l’ultima speranza che resta alla razza umana”. E chest’è.
Drusiana Vetrano
Un articolo di Drusiana Vetrano pubblicato il 19 Gennaio 2018 e modificato l'ultima volta il 19 Gennaio 2018

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