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MEMORIE

Colera e discriminazioni: una storia che abbiamo vissuto

NapoliCapitale | 30 Maggio 2020

Quando nel 1973 ci fu un ritorno del colera in Italia, con epicentro a Napoli e Bari, i numeri furono decisamente minori rispetto a quelli attuali del Coronavirus. 277 contagiati e circa 24 morti, in tutta Italia. 119 contagiati e 12 (o 24) morti a Napoli.

Durante quei giorni il Napoli Calcio doveva recarsi a Genova per disputare un incontro di Coppa Italia; la giunta regionale della Liguria però, dopo una riunione con esperti tra i quali il direttore dell’istituto di Igiene dell’Università di Genova, vietò l’incontro per non far salire i tifosi napoletani: “per evitare pericoli eventuali di diffusione del colera in questa regione”.
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La Lega Calcio stabilì allora che l’incontro si disputasse a Napoli, visto che le autorità nazionali e locali non avevano posto veti. Ma furono i giocatori stessi a rifiutarsi di venire, per paura di infettarsi nel rettangolo verde. Contemporaneamente anche i giocatori del Verona si rifiutarono di scendere a Bari, altro focolaio.
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Un rifiuto “giusto”, scrisse il Corriere della Sera il 16 settembre, considerando che le autorità le quali avevano dato l’ok, si erano espresse in maniera diversa per altri match campani. E in un clima di confusione la paura era considerata legittima.
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Giuste erano anche le raccomandazioni dell’assessore regionale alla Sanità in Lombardia il quale raccomandò a chiunque provenisse dalle zone “infette” di presentarsi agli uffici sanitari comunali delle zone di residenza.
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Perché le precauzioni, i cordoni sanitari, sono attività doverose nell’interesse della salute pubblica. E in questi casi, specie quando le informazioni sono poco chiare, il passo tra precauzioni e psicosi è breve. E questa psicosi diede il via a numerosi episodi di intolleranza come quello che accadde a Sanremo, alla pensione «Marina» dove una famiglia di 5 napoletani, padre, madre, figlio, nuora e nipotino, tra l’altro vaccinati, si vide la camera regolarmente prenotata rifiutata perché i 5 tedeschi e i 15 ospiti milanesi e torinesi non volevano condividere l’albergo con i napoletani.

La proprietaria aveva anche sentito l’ufficiale sanitario del Comune il quale le aveva spiegato che non poteva rigettare la prenotazione. Ma per accontentare gli altri ospiti che proprio non ne volevano sapere di avere dei partenopei tanto vicino, simulò che l’ospite precedente della camera si era fatto male e non l’aveva liberata. La famiglia chiese almeno un pasto per la figlia, stanca del viaggio, ma anche quello fu rifiutato. Il figlio della coppia era però un funzionario della Rai, e questa storia uguale a mille altre che accadevano in quei giorni, riuscì a finire sui giornali.
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A Roma invece tirarono sassi e sacchetti dell’immondizia verso le automobili targate Napoli e Bari
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Il colera andò via rapidamente; ma il sentimento di intolleranza verso i napoletani (e i meridionali in genere) non si è mai sopito. E che non si dica che sia appannaggio solo di una manica di fessi; quel sentimento è stato la base, l’humus, per il successo di un partito politico che sulle paure e l’ignoranza ha costruito un consenso vastissimo. E’ stato il terreno sul quale vivono e prosperano teorie di lombrosiana memoria e fake news che vogliono una parte del paese migliore, indispensabile, trainante, superiore e di rara efficienza.

Gli accadimenti degli ultimi mesi hanno solo messo davanti allo specchio i cittadini ancora convinti di una presunta superiorità. Hanno mostrato la differenza tra teorie confortanti quanto aleatorie e duro pragmatismo. Lo specchio non li ha mostrati peggiori, ma semplicemente uguali agli altri. E questo, per taluni, è stato duro da accettare. E sono scattati meccanismi di reazione assolutamente identici a quelli che con spocchia condannavano: piagnistei, orgoglio identitario sbandierato, esibizione del Pil ai 4 venti nel disperato tentativo di riacquistare il posto nell’olimpo perduto.

Ma tutto questo non certo in risposta ad episodi di intolleranza, razzismo, violenza. Quelli non ci sono stati affatto, fatto salvo qualche rigurgito social. Ma alla semplice ridiscussione di alcuni stereotipi confortanti (per loro). E si invoca al razzismo, alla discriminazione territoriale, si sventolano rappresaglie, minacce future di rivalsa alla semplice richiesta di cautela nelle prevenzioni sanitarie e alla tutela ragionevole della salute pubblica nel paese fatta con criterio; non a sacchetti lanciati alle auto per intenderci.

Oggi Repubblica ci parla di un fantomatico odio per Milano e della sua immensa generosità che la porterà, dopo, a continuare ad accogliere chi non ha lavoro, chi deve curarsi e a trainare l’Italia con la solita trita storia della “locomotiva”. Dall’alto di quella presunta superiorità culturale e morale che anziché essere scalfita si è solo rafforzata
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Poteva raccontarci invece di quanto poco si sia occupata di chi lo ha creato questo sentimento divisorio, di chi ha spaccato e impoverito il paese e da dove geograficamente nasce tutto questo. Poteva discutere sulla malainformazione di questi mesi, sui disperati e goffi tentativi di trovare un responsabile di ogni male a Sud del paese, poteva constatare come invece non si sia verificato nulla di diverso tra parti del paese che qualcuno ha deciso siano diverse. Una in meglio e l’altra in peggio ovviamente.

Non c’è nessun odio verso una parte del paese che soffre. Non c’è intolleranza; nemmeno verso chi è sempre stato intollerante. Questi sentimenti chi li ha subiti e stigmatizzati li conosce troppo bene per agitarli. C’è solo un pizzico di memoria che potrebbe e dovrebbe aiutare proprio chi adesso teme ruoli “ribaltati” a vedere alcuni errori del passato. Ma serve scendere da un piedistallo; serve sentirsi uguali agli altri per farlo. Per taluni questo è un passaggio ancora troppo difficile.

Maurizio Zaccone

Un articolo di Maurizio Zaccone pubblicato il 30 Maggio 2020 e modificato l'ultima volta il 31 Maggio 2020

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