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MEMORIE

Giuseppe Marotta su “Le 4 giornate” di Nanni Loy: “La Napoli più nobile, che spesso si autocondanna all’oblio”

Identità, Storia | 28 Settembre 2020

Su “Di Riffe e di Raffe” curato da Vittorio Paliotti e edito da Bompiani, ci sono le recensioni cinematografiche degli ultimi due anni di vita di Giuseppe Marotta. In realtà i libri “raccolta” delle recensioni che Marotta pubblicò su vari giornali, sono in tutto cinque e sono perle preziosissime e insegnamenti dell’arte di polemizzare con eleganza assoluta ma anche traccia della passione profonda per il cinema, senza intellettualismi.

Nei giorni in cui si celebrano le 4 giornate ci è sembrato bello offrirvi uno stralcio di una recensione di Marotta datata 1962 – anno di uscita della pellicola – sul film più famoso di Nanni Loy. Perché è un esempio di come poter dire cose non sempre bellissime in modo bellissimo. Che oggi, in tempi di violenza verbale e virtuale, è un grandissimo insegnamento.  Ma anche perché leggere un grande autore che parla di grandi autori è qualcosa che procura un piacere estremo e quotidiano a chi ama la letteratura napoletana priva di retorica e di folklore a  buon mercato. Marotta ci insegna anche che forse è così che dovremmo rivedere questo meraviglioso esempio di resistenza della nostra città, medaglia d’oro al valore: con dignità e verità.

A Marotta,  infine, riserviamo ogni giorno pensieri d’amore e gratitudine… nella speranza che Napoli lo riscopra sempre più, anche grazie alle ultime iniziative editoriali di coraggiosi editori come Alessandro Polidoro, che nelle scorse settimane ha ripubblicato San Gennaro non dice mai no.


(…) Vidi in anticipo, nella tiepida e Linda saletta del Centro di documentazione cinematografica “Gustavo Lombardo”, vivo e operante – sembra una fiaba – nella mia città, il film di Nanni Loy, Le Quattro giornate di Napoli. Consentitemi un rapido accenno a questo centro che ripeto, io considero prodigioso quaggiù, dove se una chitarra dall’iniziativa suona, cantano mille disgregative capinere del tradizionale “Ma chi te lo fa fare?” indigeno.

Il Centro Gustavo Lombardo: i Gesuiti e il cinema

Il “Centro” pure intitolandosi a Gustavo Lombardo (che fu l’Adamo napoletano del cinema quando la decima arte si chiamava cinemà ed era piatta e vissuta come una sogliola), non è stato mica attuato dall’industria; lo dobbiamo ai padri Gesuiti della regione e anche per questo motivo è una cosa molto seria della cui prosperità e longevità non dubito. Ha un’aggiornata raccolta di libri specifici a una cineteca antologica per lo studio analitico dei film alla moviola; ha corsi di orientamento cinematografico (uno dei quali fu svolto recentemente da Nanni Loy); ha un responsabile, il padre Mario Casolaro, che ama il buon cinema quanto me  e voi senza impicci teorici, origine, nel più concreto, umano e intelligente dei modi.

Io mi affeziono in un attimo i sacerdoti come il padre Casolaro, o il padre Fabretti o il Padre Turoldo; essi vanno, sì, incontro al futuro, ma col debito pudore, equidistanti, cioè, da ogni rifiuto di partecipazione e da ogni mésalliance: camminano tra noi con piacere, ma tenendo (lasciatemi dire) la propria mano. Vorrei tanto che fosse uno di loro a chiudermi (lontano sia) gli occhi. Lo farebbe, suppongono, dopo savere bisbigliato con me un po’ sulle arti e un po’ su Dio.

La gratitudine per il produttore Gustavo Lombardi

Le 4 giornate di Napoli, dunque. Non esigete che io metta sulla mia consueta bilancia, tutta sbalzi d’umore ostile, non di rado perfino a me stesso, un film come questo.  Abbiate pazienza, si tratta di Napoli in un suo momento dei più tempestosi e più nobili, oggi dimenticato; si tratta di un film che per il solo fatto di essistere ha, in me, legato alla mia terra come un figlio cieco alla madre zoppa, gli effetti di un capolavoro.

Dissi pubblicamente, a Goffredo Lombardo, quando seppi che si accingeva a produrlo: “Ti ringrazio. Non succede mai che la nostra città venga riverita o accarezzata dall’intera nazione. In realtà la snobbano. Eh, i napoletani, quei ruminanti di suppliche, di ricorsi e di canzonette, quei piangimiserie, quegli inetti, quei debosciati: che volete che abbiano fatto i napoletani? La Resistenza fu il Nord e al Nord ha trovato i suoi, molti, forse troppi, aedi. Noi ci proponemmo volontariamente all’oblio, se è per questo, con i divulgatissimi versi che dicevano: Chi ha avuto ha avuto ha avuto – chi ha dato ha dato ha dato; è solo dove la penisola, infigendosi nel continente, si veste di alberi di cifre, che le magnanime azioni civili ottengono i libri, i quadri e i monumenti che le puntalizzano e le decantano. A Napoli no, scriviamo sull’acqua i nostri meriti, un fiato di libeccio li cancella”. E figuratevi se, dopo un lamento simile, venuta la prima lode cinematografica al mio paese e alla mia gente, sto qui a rivedere minuziosamente le bucce a Nanni Loy nonché ai soggettisti e sceneggiatori Pratolini, Festa-Campanile, Franciosa e Bernari!

Un incipit indimenticabile

Il film ha un bellissimo avvio. E’ l’8 settembre del ’43: mentre una statua della Madonna ballonzola sui flussi e riflussi di una processione, ululano a un tratto i segnali d’allarme; ognuno fugge, ma non si odono scoppi; risuona invece, nelle vie deserte, l’annuncio dell’armistizio… quelle sperse voci di apparecchi radio sembra che il vento le ammulini con la polvere e la cartaccia, qua e là. Poi dilaga ovunque la gioia; singhiozzano le mamme dei “renitenti” che riemergono dai nascondigli più bizzarri (uno di essi è come partorito da un tombino); singhiozzano le prostitute eccezionalmente affacciate sulle viuzze dalle finestre dei bordelli; chi è vivo, insomma, riabbraccia sè e tutti. sentendo che la vita non è più una sorta di prestito rinnovato istante per istante, ma un effettivo e durevole possesso. Fu, rammenterete, l’inganno di poche ore, Loy lo ha sintetizzato in una scena che è la perla del film, questa: c’è un marinaio livornese che fraternizza con un tedesco non meno illuso di lui che la guerra sia finita; ma d’improvviso, mentre l’italiano beve a una fontanella pubblica, il nazifascista, catechzzato dai ringhi di un ufficiale che passa in automobile, punta il revolver sull’occasionale fratello e lo consegna ai propri commilitoni inferociti. Con la fucilazione del marinaio sugli scalini dell’Università, cominciano le infami rappresaglie dell’ex-alleato. Fra le tetre quinte dei palazzi sventrati, i cui residui muri ostentano ancora i motti fascisti (“Meno case, più onore”, e via dicendo) cche ha una divisa, come il povero marinaio trucidato, se ne libera per non morire. Poi l’affissione dei bandi minacciosi, il coprifuoco, la brutale cacciata degli abitanti dalla fascia costiera (ah come, in questo drammatico esodo, fanno grappolo i bambini), le retate di uomini strappati, enucleati dai gusci neri dei “bassi”. Infine, la miccia della rivolta s’accende e infiamma la città.

 

Le quattro giornate del popolo di Napoli

 

Chi fece le Quattro giornate? Il popolo, migliaia di anonimi individui che la disperazione moltiplicò e rese onnipresenti, fantomatici, spesso invulnerabili: i reduci che avevano dissotterrato le armi nascoste, i ragazzi scappati dal riformatorio, gli “scugnizzi”: tanto vero che molti caduti non furono identificati… i nomi da vantare infatti non sono molti: il giovinetto Ajello, il dodicenne Gennarino Capuozzo (ucciso mentre assaliva un “Tigre”) e un centinaio di politici e intellettuali. Possibile? E’ anche, vedete, nel Sud, ignoriamo (o non apprezziamo) l’arte di presentare i conti, magari ingigantendoli… chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato… perciò a Napoli abbonda il passato (oh, ne abbiamo da vendere) e scarseggia l’avvenire.

Loy ha scandito magistralmentel, pur con talune pause nocive, le gesta dei magnifici ribelli (al Vomero, a Capodimonte, sui Quartieri) fino allo sgombero negoziato dei tedesci e al gioioso epilogo.

La “Piedigrotta di sangue”: alcune critiche al film

Gli errori del film stanno, mi duole ammetterlo, aznitutto nel suo fragore, nel vociare assordante che erompe da ogni inquadratura, accogliendo inutili e vacue battute che nelle situazioni più tragiche insinuano l’opinabile arguzia di “Poveri ma belli” cara a Festa-Campanile e a Franciosa. Diamine, lo so che Loy ha cercato di tenersi nel pentagramma di una cantata popolare, di una concepibilissima Piedigrotta di sangue; ma le pallottole sono pallottole… occorreva una misura vigile, esemplare; occorrevano, quando il racconto s’innalza e voglia o non voglia si fa epico, la dignità e i silenzi, i silenzi adeguati. Invece sfioriamo a tratti (vedi la scenetta dell’omino che lancia bombe dalla barricata, mentre l’anziana moglie lo tira per la manica dicendogli: “Mi vuoi bene?”) il watern comico, anzi l’avanspettacolo. Non meno rallentati sono la gommosa vicenda sentimentale di Salvatore e Maria e il madido, tondo patetismo della mamma di Gennarino. Ah cari Pratolini e Bernari, questa da voi che mi tacciate di languidi abbandoni, io davvero non me l’aspettavo; riabilitatemi o vi tumulo sotto una decina di pagine del vostro copione… è un affettuoso ultimatum, vagliatelo con affetto. Ma il meglio prevale e come, nel film di Loy. Vi colpiranno il tam-tam delle notizie che fulmineamente, da un balconcino, a un “basso” a una bottega, percorrono i vicoli, gli opifici bruciati dai tedeschi mentre innumerevoli occhi sbarrati, nell’ombra, fissano attoniti lo scempio; l’assalto delle femmine ai camion della razzia, la barca mitragliata dalle vittime cullate dal mare digiacomiano dove anche i pesci ci fanno l’amore; tutta la sequenza dello stadio; la frenetica sparatoria nell’utero della funicolare; e, in blocco, l’ultima parte del film.

Bravo Loy, non era facile impugnare, così, tante briglie. Riconoscibili tra gli attori di proposito innominati, Regina Bianchi, Aldo Giuffrè, Lea Massari, George Wilson, Franc Wolff, Pupella Maggio, Luigi de Filippo e i miei don Pasquale Cennamo e don Vincenzo Falanga.

Giuseppe Marotta

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 28 Settembre 2020 e modificato l'ultima volta il 28 Settembre 2020

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