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MEMORIE RECUPERATE

Il figlio Carlo ricordava così Matilde Serao che morì sul suo ultimo “pezzo” per “Il Giorno”

Cultura | 25 Marzo 2019

Nel 1892 nasce il Mattino. Matilde Serao lo dirige insieme al marito fino al 1903, per 9 anni, quando la giornalista fa causa a Eduardo Scarfoglio chiedendo 75mila lire al mese per i quattro fogli e l’usufrutto del giornale in suo favore. Richieste che non vengono accolte anche se Scarfoglio è costretto a pagarle 400 lire al mese per provvedere all’educazione dei quattro figli Antonio, i gemelli Carlo e Paolo e Michele, e a donarle i mobili della casa di via Pace 7 (attuale via Domenico Morelli, ndr). Così nel 1904 Matilde fonda una società per azioni per lanciare il suo nuovo quotidiano che esce per la prima volta il 27 marzo del 1904, mentre lei va a vivere alla Riviera di Chiaia 264 col nuovo compagno, l’avvocato Giuseppe Natale (da cui a 40 anni ebbe la figlia Eleonora). Lo firmerà come direttore solo nel 1926, ma di fatto lo dirigerà dalla nascita fino alla morte. Mercoledì 27, a 115 anni dalla nascita di quella testata, poi chiusa qualche mese dopo la scomparsa della Serao (26 luglio 1927) il Comune di Napoli, su proposta di Identità Insorgenti, e anche grazie alla sensibilità della commissione toponomastica, ricorderà con una targa nell’ultima sede del Giorno (Galleria Umberto 27) la grande giornalista, ispirazione di tanti colleghi. In questi tre giorni che ci separano da questo momento importante per il recupero della memoria storica di Napoli e dei suoi grandi, pubblicheremo tre articoli in cui si parla de Il Giorno e del giornalismo secondo Matilde Serao.

In questo ci soffermiamo sulle parole raccontate dal figlio Carlo (uno dei due gemelli) – scomparso a Roma nel 1970 –  e che furono riproposte in occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa della Serao, anniversario in cui fu celebratissima a Napoli da tutta l’intellighenzia del tempo. Carlo esordì al Mattino nel 1908, quando la madre già dirigeva Il Giorno; corrispondente da Londra e, durante la prima guerra mondiale, dal fronte, fu poi direttore della Nazione fino al 1922 e condirettore del Mattino fino al 1928, anno in cui abbandonò il giornalismo per ragioni politiche; vi tornò alla caduta del fascismo.

Ecco cosa scriveva nel luglio 1927 nel coccodrillo dedicato alla madre.

“Nelle vene di Matilde Serao si sono mescolati due sangui, e nelle sua composizione psichica, due epoche. I due sangui erano quello italiano, meridionale, anzi campano schietto (la famiglia Serao è di Ventaroli, in territorio di Sessa Aurunca), e quello greco. L’ardente vita politica dei profughi (profugo il padre, perseguitato dai borboni, nata da una famiglia di perseguitati politici la madre) e l’aver vissuto personalmente, nell’infanzia, il trauma del passaggio dall’Europa legittimista all’Europa liberare, posero il profondo suggello politico che solo poteva fare di una romanziera anche una giornalista di indubbio valore: perché qui parlo di Matilde Serao giornalista”.

“Matilde Serao vide anche l’arrivo di Garibaldi Sul Volturno – scriveva Carlo Scarfoglio – Questo avvenimento si annunzio coll’ingresso nella casa, abitata dalla Serao e da sua madre, sole, di un colonnello svizzero fuggiasco, che chiese asilo, e lo ebbe: sui suoi talloni giunsero i garibaldini, che sospettarono molto, ma si pacificarono all’aspetto della bimba Matilde, che, inconscia di quel che avveniva, era andata a cercare il suo berretto tricolore che aveva nascosto.

Dopo di questo, le due donne raggiunsero il padre a Napoli, dove, venuta la libertà, faceva il giornalista. Non era una professione lucrosa ma Francesco Serao non ne conosceva un’altra. La madre di Matilde Serao dava lezioni private. La bimba evve una istruzione regolare ed ebbe il diploma di magistero. Ma non assunse l’insegnamento; già scriveva novelle e le novelle erano publicate anche su giornali della Capitale.

Per le sue novelle fu chiamata a Roma, dove ebbe, ancora giovanissima, il bastone di Mareschiallo: la cronaca mondana del Capitan Fracassa di Arnaldo Vassallo. La cronaca mondana era allora una delle principali rubriche: non era confidata che ai letterati (Gabriele D’Annunzio è stato cronista mondano) ed era assai più letteraria che mondana. Le cronache mondane di Matilde Serao sono ancora degli esempi di un genere difficilissimo a causa della frivolezza dell’argomento. La sua firma nel “Fracassa” era Chiquita. Poiché del resto continuava alacremente la sua attività di novellatrice (La virtù di Checchina è di questa epoca) venne in contatto con un terribile sciabolatore di critico, certo Edoardo Scarfoglio; ed anzi, proprio a proposito della Virtù.

Matilde Serao accettò la citica e modificò l’inizio della novella, in male e non in bene: ma probabilmente perché si era decisa a sposare il critico, che non modificò, invece la critica nelle edizioni successive.

Che dovevano fare costoro se non fondare un giornale? Lo fecero infatti senza aspettare un minuto. Fu il Corriere di Roma, che passò per il più bel giornale d’Italia, finché visse. Non molto. I bei giornali costano, e i due giovani avevano molto ingegno e poco denaro. A salvarli dall’inevitabile fallimento giunse in Roma un uomo singolare, Matteo Schilizzi, greco di origine, uomo di larghi mezzi, e che voleva stabilirsi in Napoli e fondare un giornale. Egli, come si direbbe oggi, acquistò la coppia Scarfoglio-Serao; propose loro, cioé, di dar loro di che liquidare al 100% tutte le passività del loro giornale, purché venissero a trasportarlo a Napoli, sotto il titolo di Corriere di Napoli.

Così Matilde Serao tornl a Napoli, donde non doveva partire più. Il Corriere di Napoli, sotto la duplice direzione, ha avuto una vita gloriosa. E’ del Corriere di Napoli che Giosué Carducci ha scritto che era “il giornale meglio scritto d’Italia”. E bisogna notare che dei due il solo Scarfoglio era carducciano.

Nel Corriere di Napoli Matilde Serao, pur non tralasciando di scrivere articoli, soprattutto a sfondo civile e sociale, fondò la rubrica Api, Mosconi e Vespe.

Ma la collaborazione con lo Schilizzi si manifestava sempre più difficile. Questo onesto uomo era innamorato del tipo di giornale che ancora esisteva, sebbene fosse vicino a morte: il giornale quasi interamente letterario, con poca politica e poche notizie, stampato su piane. I due giovani, soprattutto Edoardo Scarfoglio, non potevano acconciarsi a un genere che giudicavano ormai superato; di più erano viaggiatori ambedue, conoscevano l’Europa e i progressi europei ed erano incantati davanti alle prime rotative. Fu su questo che essi ruppero, amichevolmente, con lo Schilizzi e fondarono audacemente Il Mattino.

Il Mattino diede ragione a loro, perché, basato sulla politica, sul telegrafo, sulle informazioni e sul tiraggio abbondandte e rapido, raggiunse presto la posizione di principale giornale di Napoli e del Mezzogiorno. Successivamente Matilde Serao fondò Il Giorno.

Nel Giorno ella ha passato l’ultima parte della sua vita, e vi è morta. Se vogliamo elencare tutta la sua opera di creazione giornalistica, accanto ai giornali menzionati trova onorevolissimo posto la Settimana, una rivista ebdomadaria letteraria, nella quale ebbe a collaborare giuseppe Vorluni, da poco morto, uno dei più fini e più colti giornalisti meridionali.

Ma nell’ultima parte della sua vita Matilde Serao, si diede esclusivamente, oltre che ad una larga collaborazione estera, al suo caro Giorno, nel quale aveva trasfuso la sua intera personalità.

Ma non rinunziava alla buona politica, e per questo ebbe a sua gloria l’aperta difesa della lista Amendola contro il fascismo. Naturalmente pagò. Gli ultimi anni della vita di Matilde Serao sono trascorsi in solitudine. Il Giorno non è stato direttamente aggredito, ma un sordo boicottaggio allontanò tutti i frequentatori. Il coraggio politico è l’ultimo difetto che si possa rimproverare alla borghesia meridionale. I soli che le restarono fedeli, con esempio ammirevole, furono i suoi redattori.

In questo giornale è, letteralmente, morta Matilde Serao, giornalista. Nell’ultimo anno della sua vita una brachicardia crescente, che aveva portato le sue pulsazioni a 48, aveva spnto i suoi famigliari a separarla dal giornale, per evitare che uno sforzo provocasse il collasso fatale. Ma ella continuava a lavorare di nascosto, per il suo giornale. Fu così che chi scrive – chiudeva Carlo Scarfoglio ricordando la mamma – la trovò, il giorno della sua morte, seduta al suo consueto tavolo, ma colla fronte appoggiata su cartelle a metà scritte. E’ possibile che fosse ancora viva; certamente, però, il trapasso avvenne in quel momento. Lo scrivente sollevò la nobile fronte e vide che le cartelle contenevano un “pezzo” destinato al giornale. Tale la vita e la morte di Matilde Serao, giornalista”

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 25 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 27 Marzo 2019

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