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MEMORIE

Salvatore Postiglione, pittore romantico nella Napoli di fine ‘800

Arte | 28 Novembre 2019

Una famiglia di pittori, i Postiglione. Pittori naturalmente napoletani. Una famiglia di artisti. Luigi, il padre, che dipingeva quadri religiosi, si spense presto lasciando orfani Luca e Salvatore. Lo zio Raffaele, pure professore all’Accademia e grande studioso di Raffaello, crebbe dunque i due ragazzi nella scuola dove insegnava.

Salvatore Postiglione, nato a Napoli il 20 dicembre 1861, fu qui che iniziò la sua carriera d’artista, seguendo le lezioni di Domenico Morelli, di Stanislao Lista, Gioacchino Toma e Filippo Palizzi.

All’inizio degli anni Ottanta la morte del padre lo costringe ad uscire dall’Accademia perché non può più mantenersi gli studi. Comincia quindi a realizzare opere che vadano d’accordo con le richieste del mercato, per tentare di vivere senza problemi economici.

Appena ottenuti i primi guadagni e riconoscimenti, Salvatore Postiglione inizia a dedicarsi ad una pittura meno commerciale, di carattere storico-romantico per passare poi alla ritrattistica e soprattutto orientandosi verso il realismo della Scuola napoletana.

Con il gruppo del Gambrinus, e con Filippo Palizzi e Saverio Altamura nel 1890 entra a far parte del Circolo Artistico Politecnico di Napoli. Undici anni dopo viene nominato direttore della Scuola di Pittura di Modena, posto che mantiene fino al 1904. Suo allievo fu il pittore Giuseppe Gabbiani (1862-1933). Fu un grande estimatore della pittura del Seicento, di Rubens in particolare.

Purtroppo poco tempo dopo viene colpito da una paralisi che lo costringe ad abbandonare l’insegnamento e a tornare a Napoli, dove muore nel 1906.

Il ritratto di Lista e il suo primo premio

L’esordio pubblico di Salvatore Postiglione risale al 1880, quando partecipa al concorso del Ministero della Pubblica Istruzione. Vi presenta una testa di donna, vincendo un premio di duemila lire. Poco prima si era fatto conoscere con il ritratto del suo insegante Stanislao Lista. Con i primi quadri a sfondo storico-romantico, nel solco dello zio Raffaele, partecipa alla Promotrice napoletana del 1881 e del 1882 con una serie di dipinti legati alla memoria dantesca.

Nel 1883 all’Esposizione di Roma indaga invece un tema storico e letterario insieme. In Arnaldo da Brescia dinanzi ad Adriano IV tratta un episodio della vita del religioso, presente anche nella tragedia settecentesca di Giovanni Battista Niccolini.

Nel 1888 quando infine realizza Adelaide di Savoia e Pier Damiani, molto apprezzato da Domenico Morelli che addirittura  lo acquista per poi donarlo alla Galleria Nazionale di Roma.

Il Verismo e i ritratti di Salvatore Postiglione

Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Novecento Salvatore Postiglione comincia anche a dedicarsi all’attività di ritrattista. Con il Ritratto di un giovane paggio, del 1890 ottiene un premio di quattromila lire concesso dal Municipio di Napoli per la miglior opera. Da questo momento in poi realizzerà una serie di ritratti come quello del Conte Della Valle e della Contessa Della Valle del 1906.

La tradizione del verismo napoletano partiva dalla Scuola di Posillipo, passava per il calligrafismo dei Palizzi ed arrivava alla Scuola di Resina negli anni Settanta. In seguito alla presenza di Mariano Fortuny a Napoli, le tavolozze dei pittori della Scuola napoletana si arricchiscono di toni chiari e luminosi. Le tele si riempiono di ritratti e paesaggi dominati dalla luce partenopea e da una pennellata virtuosa e movimentata.

Ad ereditare le istanze portate da Fortuny sono soprattutto l’abruzzese Francesco Paolo Michetti, Antonio Mancini e Eduardo Dalbono. Così anche Salvatore Postiglione si addentra in una fase pittorica in cui si affianca soprattutto ai modi stilistici di Vincenzo Irolli. Si fa interprete di una pittura gioiosa e ispirata alla vitalità popolare napoletana, vivissima nei suoi ritratti (e in quelli del fratello Luca).

I tratti simbolisti dell’ultima produzione

Nella sua ultima fase pittorica Postiglione risente dell’influenza del generale clima preraffaellita che si diffonde prevalentemente a Roma attorno alla figura di Nino Costa. A Napoli i temi e i tratti stilistici simbolisti si propagano grazie alla permanenza in città di Gabriele D’Annunzio dal 1891 al 1893. La sua poetica si diffonde prevalentemente nell’ambiente del Circolo Artistico Politecnico di cui Salvatore Postiglione entra a far parte proprio nel 1890. È in dipinti come Amica del lago, Armonia bianca, Lungo la via che emerge prevalentemente quest’aura simbolica e preraffaellita. Dopo la morte dell’artista nel 1906, vengono presentati alla Mostra di Venezia del 1910 due suoi dipinti dell’ultima fase: Interno e Cuore contento

L’arte di Salvatore Postiglione

Salvatore Postiglione praticò con successo e originalità vari generi pittorici, come il ritratto, con particolare predilezione per la figura femminile, il paesaggio e le scenette popolaresche.

Affrescò oltre il castello di Miramare, a Trieste e il salone del palazzo De Riseis, il Palazzo della Borsa, a Napoli, anche il Gambrinus nel famoso gruppo d’artisti che lo adornarono.

Morì a Napoli, il 28 novembre 1906, all’età di quarantacinque anni, ancora in piena attività nonostante la malferma salute, e lasciò una numerosa famiglia.

Il 24 maggio 1907 fu commemorato all’Accademia di belle arti di Napoli. Nel 1910 furono esposte due sue opere alla Biennale di Venezia.

Sue opere sono nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, nel Museo d’arte Costantino Barbella di Chieti, Ritratto della Baronessa Guevara-Suardo e a Napoli, ovviamente nella Galleria dell’Accademia di belle arti, con il ritratto dello scultore Stanislao Lista, olio su tela, 1878 circa,  a Palazzo Zevallos Stigliano, (Il diavolo e l’acqua santa, olio su tela, nell’immagine in alto) e nella Chiesa di Santa Maria della Misericordia a Capodimonte, (Sant’Antonio da Padova con il bambino, olio su tela).

Da lui venne istradato all’arte il fratello Luca, nato nel 1876, esperto di pittura di “genere” e ritratti. “La sua espressione pittorica, temperata da una certa castigatezza di scrittura, si fa sentire nelle sue Poesie in dialetto napoletano (Napoli 1920), le cui pagine migliori, ricche di pittoricismo, sono da considerare come parafrasi o traduzioni poetiche di quadri immaginari” (cit. Enciclopedia Italica Treccani)

 

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 28 Novembre 2019 e modificato l'ultima volta il 28 Novembre 2019

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