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MEMORIE

Totò l’animalista, che adottò 220 cani finanziando un rifugio per i 4 zampe

Identità, Storia | 1 Ottobre 2016

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Non tutti sanno che Totò, nel 1965 fece costruire un canile a Roma, “L’Ospizio dei Trovatelli”, un canile moderno e attrezzato, per il quale spese ben 45 milioni di lire, una cifra assai consistente per l’epoca.

Perché il principe della risata era generoso come pochi, come ricordava Vittorio de Sica: “A parte l’artista ricordare l’uomo Totò mi riempie di commozione: era veramente un gran signore, generoso, anzi, generosissimo. Arrivava al punto di uscire di casa con un bel po’ di soldi in tasca per darli a chi ne aveva bisogno e, comunque, a chi glieli chiedeva”. E questa sua generosità si esplicitava anche e soprattutto nella cura dei “trovatelli” (e non “randagi”, parola che a quanto pare irritava Totò).

Lietta Tornabuoni, critico cinematografico, una volta lo accompagnò in uno di questi canili. In un articolo apparso su “La Stampa” testimonia un ricordo personale del rapporto che univa Totò ai suoi randagi. “Durante le sue visite, si poteva osservare sempre la stessa scena. Totò scendeva dall’auto e entrava dai suoi trovatelli. Una festa: gli si precipitavano addosso tutti insieme abbaiando, mugolando, scodinzolando, puntandogli le zampe sul cappotto. Lo riconoscevano, mentre Totò aveva la vista troppo danneggiata per riuscire a individuarli. Né avrebbe potuto distinguerli dal nome. Ai cani quasi mai attribuiva un nome (“Mica sono figli”). Li chiamava tutti “cane” e basta”. In questa definizione, “cane” e basta, era racchiuso tutto il suo grande amore per ciascuno di loro, indistintamente.

In un’intervista condotta dalla scrittrice e giornalista Oriana Fallaci, alla domanda sui motivi per i quali recitasse anche in film di scarsa qualità, il grande Totò rispose:

– “Signorina mia (…) io non posso vivere senza far nulla: se vogliono farmi morire, mi tolgano quel divertimento che si chiama lavoro e son morto. Poi sa: la vita costa, io mantengo 25 persone, 220 cani… I cani costano…”.

– “Duecentoventi cani?!? E perché? Che se ne fa di 220 cani?!” –

– “Me ne faccio, signorina mia, che un cane val più di un cristiano. Lei lo picchia e lui le è affezionato lo stesso, non gli dà da mangiare e lui le vuole bene lo stesso, lo abbandona e lui le è fedele lo stesso. Il cane è nu signore, tutto il contrario dell’uomo. (…) Io mangio più volentieri con un cane che con un uomo.”-

Totò ha avuto anche cani “suoi”. Uno dei più noti era Dick, un pastore alsaziano, un cane poliziotto in pensione. Dick apparve anche in uno dei suoi film, “Totò a Parigi”, ed è proprio a lui che Totò dedicò una delle sue brllissime poesie.

Totò giocava anche a dare titoli nobiliari ai suoi cani…: “Dick, il mio cane lupo, era barone. Peppe, il mio cane attuale, è visconte. Visconte di Lavandù. Gennaro, il mio pappagallo, è cavaliere. Li ho investiti io”

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 1 Ottobre 2016 e modificato l'ultima volta il 1 Ottobre 2016

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