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Michele Cavaliere, l’imprenditore che si è opposto al pizzo

Nun te scurdà | 19 Novembre 2020

Il pizzo è tra le pratiche più infami messe in piedi dalla criminalità organizzata. Costruisci la tua attività, ci spendi soldi, tempo, energie per avviarla e fare in modo che non fallisca e la camorra pretende che tu, sui guadagni frutto del tuo sudore, gli versi una percentuale.

Un’offerta per i carcerati“, “un contributo per la festa“, “un modo per avere protezione“: in qualsiasi altro modo scelgano di chiamarlo, il si tratta di una vera e propria tassa illegale. Il pizzo arricchisce i criminali a danno della gente onesta. Imprenditori, piccoli o grandi, costretti a privare le loro famiglie di una parte dei loro guadagni per foraggiare la camorra. Insieme ad altre terribili pratiche, il pizzo è forse l’emblema di quanto schifo facciano le mafie.

Michele Cavaliere e quel rifiuto a pagare il pizzo

La pratica del pizzo è antica, va avanti da decenni e ancora oggi soffoca numerosi imprenditori e commercianti. Agli inizi degli anni ’90, a Gragnano, c’è stato chi ha deciso di rifiutare di pagare e di denunciare alle forze dell’ordine questa illegale dinamica.

Michele Cavaliere è un piccolo imprenditore caseario di Gragnano. Insieme ai suoi fratelli aveva dato vita ad un’azienda che portava avanti con dedizione e sacrificio. Michele è una brava persona. Un uomo onesto, uno di quelli che esce all’alba per andare a lavoro e torna, stanco, al tramonto, per consentire a se stesso e alla propria famiglia di vivere a testa alta, con onestà e dignità.

Come spesso si dice di molte persone, Michele “il pane se lo stancava“. Ed è forse per questo motivo, per il valore che attribuiva al lavoro, che ha deciso di opporsi alle richieste della camorra.

In quegli anni, nell’area dei Monti Lattari, molti imprenditori si erano sottomessi alla richiesta di tangenti del clan Afeltra-Di Martino. A Gragnano, in particolare, il ricatto avveniva ad opera del boss Nicola Carfora.

Ma con Michele il boss, soprannominato “‘o fuoco“, trova una decisa opposizione. Michele non solo decide di non pagare, ma scegli di denunciare alle forze dell’ordine la richiesta di pizzo.
Un’azione che, secondo la logica della camorra, doveva essere immediatamente punita. La condanna a morte per Michele arriverà soprattutto come gesto esemplare nei confronti di altri imprenditori: il rischio è che se parlava uno potessero cominciare a ribellarsi tutti.

L’agguato del 19 novembre 1996

Martedì mattina. Come sempre, all’alba, Michele esce di casa per andare a lavoro. Ma in quel 19 novembre 1996, ad attenderlo sotto casa c’è il boss Nicola Carfora armato con una calibro 38. Il proiettile partito dalla sua pistola colpisce Michele proprio davanti la sua abitazione.

L’imprenditore sarà successivamente condotto in ospedale dove resterà in coma per un mese. Il 12 dicembre, Michele si arrenderà alla morte: ucciso per aver scelto di non sottomettersi alla logica criminale. Assassinato, perché aveva deciso di contrastare la camorra con gli strumento che lo Stato gli aveva messo a disposizione. Michele Cavaliere paga con la vita il prezzo dell’onestà, in una terra nella quale si è costretti a convivere con degli sciacalli senza scrupoli disposti a sporcarsi le mani col sangue innocente pur di ottenere quanto, senza diritto, si ostinano a pretendere.

Per l’assassinio di Michele, Nicola Carfora è stato condannato all’ergastolo. Era stato incastrato dagli esami balistici sul proiettile che, come si scoprì più tardi, appartenevano alla pistola sequestrata nel suo covo a Gragnano durante il suo arresto nel 1998.
Era già in carcere, infatti, quando gli è stata notificata l’accusa per l’omicidio Cavaliere.

Il ricordo di Michele Cavaliere

C’è ancora bisogno di ricordare. Quando ancora la logica criminale colpisce questo Paese e il pizzo rappresenta ancora un’importante piaga sociale, la memoria si trasforma in un impegno di responsabilità civile.

Così, il testimone di Michele passa di mano in mano grazie anche a diverse iniziative che, nel solco tracciato dalla sua azione di denuncia, sono state realizzate.

Nel 2002, infatti, la strada dove abitava Michele e che si incrocia con la centrale via Pasquale Nasco di Torre Annunziata è stata intitolata con il suo nome. In quella che, oggi, si chiama via Michele Cavaliere, nel 2008 il comune ha scelto di apporre una lapide che recita “Via Michele Cavaliere, vittima della camorra a seguito dell’infame agguato messo in essere la mattina del 19 novembre 1996“.

Nell’anno 2016, inoltre, in occasione della Giornata della Memoria e dell’Impegno, “Legalmente Italia” ha avviato una raccolta firme affinché il nome di Michele Cavaliere potesse essere attribuito alla Biblioteca Comunale di Torre Annunziata.
Ed è significativo anche riportare la ripresa del premio “Michele Cavaliere”. Un riconoscimento organizzato dal Circolo Intercomunale della Legalità di Castellammare di Stabia per chi si impegna nella lotta alla camorra.

Rocco Pezzullo

Un articolo di Rocco Pezzullo pubblicato il 19 Novembre 2020 e modificato l'ultima volta il 19 Novembre 2020

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