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MONDO NAPULITANO

Quel Vesuvio che brucia e la civiltà perduta dimostrata sui social

Mondo Napulitano | 17 Luglio 2017

I napoletani: parafulmine dell’idiozia made in Italy. Dovremmo averci fatto il callo, visto lo Sputtanapoli sport nazionale e i costanti fuochi incrociati di certa informazione nazionale che, all’occorrenza, agita lo spauracchio del parassitismo del Mezzogiorno per fare audience: cavalcare l’onda dell’antimeridionalismo aumenta i consensi. E arriva puntuale il riflesso quasi condizionato di quanti, senza radici e senza pudore, nutrono sentimenti di odio verso il sud. Avidi, trovano il loro sbocco naturale nella piazza social, utile megafono dell’informazione ma amplificatore dell’imbecillità umana e del pensiero decerebrato: si tuffano nella rete e farneticano meschini pur di ottenere un like in più, postando le foto della Campania in fiamme, vomitando commenti deliranti inneggianti al fuoco e al terremoto come gli agenti purificatori che libereranno il sistema Italia – “onesto e  morigerato”- dalle sanguisughe napoletane, che inquinano la civiltà dell’Italia, mentre nella vita reale, centinaia di vigili del fuoco rischiano la vita e un intero popolo soffre, prendendo coscienza della vulnerabilità costante della propria terra e alzando barricate.

Se non fosse triste e raccapricciante, sarebbe divertente spiegare, a chi vaneggia, il concetto di civiltà che, nella sua accezione estesa, significa rispetto, educazione. Termini quasi fuori moda nell’era social, in cui sono abbattuti i paletti del rispetto, della sensibilità personale e collettiva; in cui ognuno ha voce e crede di essere depositario della verità universale, mentre la mediazione culturale, oltre che personale, l’ etica e la morale collettiva appartengono all’epoca preistorica. Di fatto, siamo tutti figli di una civiltà perduta: non apparteniamo ad un popolo estinto nella forma, bensì nei fatti, circondati da esseri frustrati e meschini che si nascondono dietro barriere virtuali  per godere delle sventure di una popolazione, auspicandone la distruzione perché nella loro mente perversa rappresentiamo l’imbarbarimento, una sottospecie della “gens” italica. Gente che trasuda odio profondo e punta il dito per nascondere la propria miserabile inettitudine.

Sono “quelli che benpensano”, quei perbenisti del cazzo, novelli conte Ugolino, che hanno pasteggiato e si sono arricchiti  sulle nostre sventure, che hanno intrallazzato con la politica e sventrato territori, nascondendo i loro veleni sotto il tappeto meridionale. Sono generazioni vecchie e nuove, che approfittano dell’emergenza per bypassare le regole, impoverendoci “sin prisa però sin pausa”,  relegandoci nell’inferno dantesco in cui siamo immersi in questi giorni, con un territorio che arde senza pietà, animali e alberi che bruciano, lasciando sul terreno innocenti cadaveri che ricordano genocidi. Un genocidio della nostra terra, un crimine vandalico, un imbarbarimento di una società che di civile ha solo la Protezione. Che è lontana mille anni luce dai fasti milionari di Bertolaso e non ha mezzi a sufficienza di fronte questo scempio.

Hanno incenerito terra e umanità, accoglienza e empatia. Una società iconica che è talmente sovraesposta al male, da essersene assuefatta e non  saperlo più distinguere, sublimandolo in un unico delirio collettivo di disprezzo. Un rito che ricorda i due minuti di odio orwelliani in cui lo spauracchio meridionale è il target di rabbia e rancore, un efficace mezzo di distrazione di massa, nell‘apparente anarchia mediatica e social e l’indifferenza di chi cura il proprio orticello. Il divide et impera è servito, e chi siede alla regia di questo mondo malsano e inquinato dalle logiche economiche, sguazza e ride.

Ma anche se ci hanno depredato, se ci offendono e hanno violentato il nostro simbolo, scarnificando le fondamenta del nostro essere, noi napoletani conserviamo ancora intatti la dignità e l’orgoglio di un popolo che, nei momenti peggiori, cerca di alzare la testa e difendersi, facendo muro per tutelare la propria essenza, unendosi al grido di dolore di animali ed alberi secolari, carbonizzati da criminali senza volto che sono solo i responsabili materiali di una strage che ci lascia deprivati e sconvolti, assordati dall’eco del delirio mediatico di folli insensibili che poco valore danno alle parole e che devasta come e più del fuoco, mentre, all’orizzonte, la nube nera graffia il cielo azzurro e scheletri di alberi fumanti tendono rami senza vita al cielo, braccia alzate in un’estrema richiesta di aiuto. Ne ricordano altre, in un unico dolore trasversale. Che ci rende umani. Al contrario di tanti, inutili zombie, che sopravvivono in un paese guardone e senz’anima, ancora lontano dall’idea di nazione.

Monica Capezzuto

Un articolo di Monica Capezzuto pubblicato il 17 Luglio 2017 e modificato l'ultima volta il 17 Luglio 2017

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