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MONDO NAPULITANO

Razzismo in love al centro storico di Napoli

Mondo Napulitano | 10 giugno 2018

Un “normale” sabato sera in via dei Tribunali. Uno spettacolo caotico ma di una bellezza mozzafiato. Eventi, turisti che camminano col naso all’insù o appollaiati a scattar foto, bimbi che indossano magliette del Napoli troppo grandi da sembrare vestiti. Un fermento che narra la vita. Quella vera, respirata, divorata come una pizza a portafoglio che ti cola dappertutto, ti sbrodoli ma ridi, felice. A Napoli non soffri la solitudine: entri ed esci dalla vita delle persone in una girandola vorticosa di emozioni, sentimenti e pezzetti di vissuto quotidiano altrui. Che non è voyeurismo, ma vivere la napoletanità a cuore aperto.

Leggi i volti, la gestualità e immagini cosa alberga in quello spaccato di umanità che da secoli ispira poeti e scrittori per la teatralità innata. Una babele nell’accezione positiva: si mescola tutto in un caleidoscopio da “mille culure”. Città dell’accoglienza, della vita arcobaleno che scompone la luce nei colori della solidarietà, della generosità e uguaglianza.

Eppure. Passa uno straniero di colore con una neonata in braccio, bella come il sole. Chiede l’elemosina ai passanti, nessuno ha monete e lui “jastemma”, augurando a tutti di fare la fine dei trucidati in mezzo la piazza. Non è bello da sentire ma posso comprendere la disperazione che porta all’esasperazione. Una stecca nel coro. Puntuale, arriva la ritorsione verbale di un tizio abbondantemente over cinquanta. “Io sono razzista.” proclama a mò di comizio con orgoglio, a voce e testa alta. ”Speriamo che Salvini fa ambress, perché non vi deve rispedire da dove venite, v’adda appiccià miezz ‘o mare”.

Una stilettata mostruosamente violenta. Si guarda attorno compiaciuto a cercare consensi, un piede su una panchina e la mano nel fianco. Un altro tipo, seduto, con la faccia affondata in un trancio di pizza, alza il viso di scatto e lo scruta. Pensieroso. La compagna seduta accanto, lo guarda di sbieco e gli dà una gomitata lieve. Sembra un segnale. “Ecco”, penso, ”ora succede il quarantotto”,  in quanto ritengo che quell’odio così veemente meriti risposta adeguata e ferma.

E invece no. Silenzio. I razzisti, come le anime gemelle, si guardano e si riconoscono: sono viscidi, strisciano nel salotto napoletano, vestono il perbenismo del cazzo e dell’orticello florido. “E li paghiamo pure” afferma, annuendo compiaciuto. Si sorridono i due. Razzismo in love made in Naples. Sono raggelata. Mi sento ribollire. Spero che la pizza gli sia indigesta. Stiamo parlando di vite umane. Persone che siamo noi. Io, tu, se fossimo nati in quella parte “sbagliata” di mondo, cosa avremmo fatto? Forse quello che hanno fatto i nostri antenati, qui, al Sud, emigrando in massa negli ultimi decenni dell’800 e primi del 900.

Penso ai piccoli annegati in mare, a chi rischia la vita ogni sacrosanto giorno per salvarli, penso ai tanti figli nostri che devono invece combattere contro le patologie del benessere, mentre da qualche parte adulti e bambini,  in quel preciso istante, muoiono per mano di altri uomini.

Proprio noi meridionali, che certe violenze, certi impoverimenti imposti li abbiamo subiti sulla nostra pelle, come la storia ci insegna.

Duettano da primo posto, i due piccioncini, tra “i neri di Castelvolturno che sparano e rubano”, “invadono le strade e sono più di noi e tutto a causa dei comunisti” e tutto il repertorio caro agli odiatori di professione. Non ce la faccio.

“Scusate”. Mi intrometto nel loro “idillio”: si risvegliano dal trance infastiditi ma me ne frego e obietto che l’Italia, rispetto al resto d’Europa, ne ospita di meno, che noi in casa abbiamo mafia e camorra e non ne parliamo, che siamo la città dell’accoglienza, un porto sul Mediterraneo. Mi guardano schifati come se parlassi in aramaico e ribattono, forti del loro sentire comune, che:  “Vogliamo tollerarli i camorristi perché sono i nostri. Che lo fanno quelli di fuori no, se ne devono andare”.

Sono allibita e faccio per replicare ma mi chiamano. Vado. M’aggio ‘ntussecata ‘a serata. Mi si è spoetizzata tutta la bellezza. Profanata. Avverto sottopelle quella sensazione di repulsione, quella patina di marciume che hanno elargito con generosità.

Penso alla nostra città così piena di azzurro, storia, caos e problemi ma auto organizzata, fiera della sua pelle segnata dall’umanità di passaggio, che non si è fatta spezzare da nessuno,  che sublima i suoi annosi problemi per essere sempre in prima linea a difesa degli oppressi. Mi sono imbattuta in una Partenope di minoranza, certo, ma nuova, sverginata dai suoi stessi figli in un rapporto incestuoso, figli che urlano a voce alta il proprio razzismo, orgogliosi del loro essere tali.

Si sentono forti coi deboli per quel capobranco che sta lì, ci schifa e ci rinnega per contratto. Napoletani che tifano Napoli ma che ne rinnegano l’essenza identitaria, insospettabili concittadini con le radici nelle fogne che covano e alimentano il proprio odio per il diverso, imbrattando di merda una città culla della civiltà; gente che pensa che ci siano alcuni uomini più umani di altri, in una logica orwelliana che spinge verso il baratro della dimenticanza,  sdogana  l’odio, alimenta il rancore e  brucia aspettative, sogni, speranze e voglia di costruire; legalizza i due minuti d’odio, li nutre, non rendendosi conto che quella rabbia contro il diverso è alimentata ad arte come arma di distrazione di massa, per continuare a perpetrare politiche scellerate di chiusura e divisione sociale. Per imperare indisturbati. Una pulizia etnica che comincia nella testa come un plagio, legittima l’intolleranza e riabilita il camorrista ”perché è dei nostri”.

Ma i razzisti, i camorristi, i delinquenti sono la negazione della civiltà, una metastasi della società. Sono un black-out delle coscienze, che interrompe il circuito della tolleranza e della coesione sociale e spiana la strada alla barbarie in nome di una non meglio specificata “sicurezza”.

E se davvero “Napoli è l’ultima speranza che resta all’umanità per sopravvivere”, come auspicava Luciano De Crescenzo, ciascuno di noi ha il dovere morale di resistere, non restare indifferente in silenzio a guardare diventando connivente. E’ un dovere morale, per noi, raccontare la loro becera disumanità e farli vergognare. Semmai abbiano la fortuna di provare almeno tale sentimento. Semmai abbiano la consapevolezza di avere una coscienza. Nera.

Monica Capezzuto

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