lunedì 20 settembre 2021
Logo Identità Insorgenti

MOSTRI OGM

Strage di api: i pesticidi delle multinazionali uccidono l’ecosistema

Ambiente, Europa, Mondo | 21 Aprile 2015

sindrome spopolamento alveari harvard university

Le api sono tra i più importanti insetti impollinatori, “pronubi” in gergo scientifico, e sono fondamentali in agricoltura: senza, numerosi prodotti che troviamo nei mercati ortofrutticoli scomparirebbero. L’equazione è semplice: dire addio alle api significa dire addio al cibo, ma ogni anno ne muoiono a milioni, soprattutto in Canada e USA, a causa del massiccio impiego di pesticidi legati alla coltivazione di mais Ogm diffusa in quei paesi. L’ennesima mirabolante promessa dell’industria del geneticamente modificato, ovvero ridurre l’uso di pesticidi, in sostanza è solo fumo nei nostri occhi: di mirabolante finora ci sono solo gli introiti nelle casse delle multinazionali del settore.

A documentare la strage di api è in primo luogo la CBC, TV di stato canadese: su tutti un caso che si è verificato ad Agosto 2014 in Ontario e ha visto la scomparsa di 37 milioni di api, come denunciato dalla Ontario Beekeepers Association che si è scagliata contro l’immobilismo delle istituzioni locali. Casi analoghi si sono verificati un po’ ovunque laddove sono presenti coltivazioni analoghe, uno dei peggiori nella contea di Brevard in Florida: nel 2011 morirono in un sol colpo 12 milioni di api, come riportato dal Washington Post.

Ad uccidere le api sono i pesticidi “neonicotinoidi” utilizzati sempre più massicciamente dall’industria degli Ogm per trattare i semi: lo dimostra una letteratura scientifica in materia ormai sconfinata, e tra le pubblicazioni più recenti ed autorevoli citiamo quelle comparse sulle riviste Harvard University, Nature, Science, rispettivamente a Marzo e Luglio 2014 ed Aprile 2012.  Tecnicamente si parla di SSA, sindrome dello spopolamento degli alveari (in inglese CCD, Colony Collapse Disorder), una malattia comparsa per la prima volta nel 2006 guarda caso proprio in Nord America e documentato da una pubblicazione della Penn State University College of Agricultural Sciences datata 29 Gennaio 2007: gli studi precedentemente citati hanno definitivamente dimostrato la correlazione tra sindrome e uso di questi pesticidi.

Sebbene abbiano fatto la loro comparsa sui mercati già negli anno ’90, il problema nasce dall’aumento esponenziale del loro utilizzo in agricoltura a causa della scelta da parte delle più importanti multinazionali del geneticamente modificato di commercializzare unicamente semi conciati, ovvero trattati con pesticidi. Del resto quello degli Ogm è un affare miliardario, dunque ogni singolo seme è un “investimento da tutelare” anche a costo di devastare l’ambiente.

Una parte del mondo accademico si è schierata apertamente contro l’uso di tali pesticidi fondando la Task Force on Systemic Pesticides, un gruppo di lavoro internazionale e multidisciplinare costituito da circa 50 studiosi provenienti da varie università, e che ha dato vita ad un lavoro intitolato Worldwide Integrated Assessment pubblicato sulla rivista Environmental Science and Pollution Research a Gennaio 2015. In sostanza si tratta di una sintesi dello stato delle conoscenze sui rischi associati a tali insetticidi attraverso l’esame critico di oltre 800 pubblicazioni scientifiche. Le conclusioni sono incontrovertibili: “L’attuale impiego su larga scala di tali insetticidi non è ecologicamente compatibile e non può costituire una strategia sostenibile di lotta ai parassiti delle coltivazioni“.

L’altro problema che ci riguarda ancor più da vicino è la messa al bando solo parziale e temporanea da parte della UE dei pesticidi diffusi dall’industria degli Ogm: nel Dicembre 2013 l’unione europea ha vietato l’uso di tre neonicotinoidi per appena due anni, ma considerando le enormi pressioni esercitate dalle multinazionali e la criminale segretezza con cui vengono portate avanti le trattative relative al TTIP, non sappiamo quanto a lungo potrà durare tale seppur tenue difesa.

In sintesi l’affare Ogm è un sistema di balle a scatole cinesi: una delle prime fatte circolare per giustificarne l’esistenza agli occhi dell’opinione pubblica era combattere il problema della fame nel mondo, ma ben presto si è rivelato un affare miliardario sulla pelle degli agricoltori tradizionali, come dimostrato dai suicidi tra i contadini in India. Poi ci hanno raccontato che sarebbero serviti a ridurre l’uso di pesticidi e a salvaguardare l’ambiente, ma finora in questa storia vi sono solo due certezze: la prima è rappresentata dagli incassi stellari a vantaggio delle multinazionali del settore, e la seconda riguarda il fatto che le loro mani sono quelle in cui non abbiano assolutamente intenzione di riporre il nostro futuro.

Lorenzo Piccolo

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 21 Aprile 2015 e modificato l'ultima volta il 21 Aprile 2015

Articoli correlati

Ambiente | 14 Maggio 2021

Giustizia per Taranto: depositato in Procura il primo esposto contro Acciaierie d’Italia

Ambiente | 28 Aprile 2021

Baia di Ieranto: nei fondali censite 260 specie marine e 16 specie da proteggere

Ambiente | 21 Aprile 2021

Da Taranto una proposta per risanare e riconvertire i territori inquinati d’Italia per il PNRR