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MUSICA E IDENTITA’

Andrea Sannino, dal musical alla canzone napoletana (passando per Dalla e Siani)

Musica, NapoliCapitale | 5 Luglio 2015

andrea sannino

Gli artisti, per definizione convenzionale, sono in genere personaggi controversi, talvolta ambigui, che poggiano i loro modi di fare sulle loro caratteristiche soggettive: c’è chi, a un’intervista, si presenta accompagnato dall’ufficio stampa agghindato di tutto punto nella formalità, chi predilige la compostezza per preservare la sua immagine. E capirete, quindi, il mio stupore nell’osservare la singolare scena di un campione nazionale del musical, la cui elevatezza artistica si erge e si afferma in tutta Italia, aggrappato alle sporgenze di un camioncino per servizi pubblici, sorridente, quasi divertito, “per sgattaiolare meglio tra i vicoli stretti di Piazza San Domenico”, mi spiegherà poi, quando lo raggiungo e mi rendo conto che è proprio lui: Andrea Sannino. Il “ragazzo” classe ’85 che attualmente costituisce l’orgoglio, la punta di diamante della musica emergente partenopea, fresco e forte della meravigliosa esperienza coltivata con maestri quale Lucio Dalla, su di tutti, per finire al suo ultimo lavoro teatrale con Sal Da Vinci e Alessandro Siani. “Straordinario”, ripetevo tra me e me; e in cuor mio, una parte di me mi anticipava l’altrettanto straordinaria qualità di contenuti che un artista di questa caratura e presentatosi in questo modo avrebbe potuto offrirmi. E, infatti, non mi sbagliavo.

Se sei riuscito ad impressionarmi per così poco, posso solo immaginare lo stupore del pubblico davanti alla tua esperienza, alla tua carriera e soprattutto davanti alla tua bravura che non si addicono per nulla all’età che hai!

(ride, ndr.) Difatti nei miei primi lavori teatrali i registi prediligevano attribuirmi ruoli di personaggi molto più anziani di me, mi truccavano con barba e capelli bianchi per recitare la parte del trentottenne, magari, e ti assicuro che la gente scenicamente non si accorgeva di nulla; poi quando mi conosceva, il massimo che riusciva a concedermi è 20 anni, quando andava bene 22! Artisticamente è bene fare una precisazione rivolgendomi ad una fascia di pubblico che dai 13 ai 18 anni ha cambiato radicalmente la predisposizione all’ascolto della musica; oggi se fai sentire un brano che magari richiami quelle sonorità napoletane che hanno fatto la storia della mia generazione e di quelle precedenti (Pino Daniele, Edoardo De Crescenzo eccetera) quel pubblico risponde con noia e disinteresse. Quindi sto portando avanti un progetto molto particolare, che consiste nella riscoperta della melodia e dei testi; per la prima, c’è stata nel corso degli anni la “rielaborazione” degli artisti, considerati “neomelodici”, alcuni dei quali, a parer mio, hanno fatto decisamente più male che bene alla musica napoletana: tre accordi copiati con dei testi che sono letteralmente degli scempi e che parlano solo o di tradimenti, o di camorra, o cose simili. Personalmente, m’imbatto spesso in questa chiarezza che è necessario testimoniare quando parlo con qualcuno che alla domanda “ma tu suoni musica napoletana?” non accetta come risposta nessun altra etichetta se non quella “neomelodica”. E’ un vero guaio: ormai all’estero, o anche in Italia, se tu canti in napoletano le persone riconoscono solo la musica neomelodica, magari poi ti ascoltano meglio e cambiano idea, ma la prima impressione resta questa, e per me che ascolto gente come Enzo Avitabile e Edoardo De Crescenzo su tutti è una cosa assurda!

Quindi, a differenza delle convenzioni musicali napoletane dei nostri tempi, dov’è che tu invece ti collochi?

Io sono collocabile proprio lì, giusto in mezzo a cavallo tra il “vecchio” dei maestri sopraccitati e un concetto di riscoperta del “nuovo”. Non faccio rap, oggi i ragazzini sono molto più orientati verso quel genere di musica, e per me che amo approfondire quando leggo dei testi ce ne sono alcuni che parlano di cose molto sensate, però non puo’ essere solo quella l’espressione della musica napoletana; innanzitutto, quella non è musica ma si parla di campionatori, di “beats”, e non esiste l’artista inteso per esempio come chitarrista, bassista, batterista, ovvero coloro che suonano davvero uno strumento e non lo inventano digitalmente. Dunque a un ragazzino va fatto anche capire che esiste la musica, quella vera, che è una cosa completamente diversa da questo e che soprattutto non è quella neomelodica.

La tua carriera, nonostante i tuoi soli 30 anni, è il senso e il frutto concreto della gavetta.

Oggi ho un ufficio stampa, oggi ho una produzione pronta a pagarmelo e a investire dei soldi in programmazione, promozione, ma prima di arrivare a tutto ciò io mi sono sudato la cosiddetta “gavetta”: ho iniziato a cantare da quando avevo 6 anni, ma nel vero senso della parola, ovvero cantavo ai matrimoni! Tutto è nato da lì. Ero accompagnato da mio zio che “sganciava” la centocinquantamila lire, e vedevi questo bambino che cantava con la voce bianca, a trombetta (ride, ndr.); crescendo, poi, ho acquisito una certa cultura e la consapevolezza di vivere in un ambiente di certo non semplice che è quello di Ercolano (vico Santa Rosa, Pugliano), terra di faide camorristiche sin dagli anni ’90. Frequentavo i vicoli, ero un ragazzo “dalle ginocchia sbucciate”, e i miei amici di allora hanno purtroppo preso strade diverse dalla mia e adesso alcuni di loro si trovano al 41 bis; io ho avuto invece la fortuna di avere la presenza forte della mia famiglia alle spalle che mi ha insegnato dei valori che ho sempre applicato nel corso della mia vita. Poi dai 13 anni ho iniziato a coltivare la passione per il teatro, e ho iniziato a praticarla con qualche compagnia amatoriale (ero anche capace di cambiare 5-6 compagnie amatoriali a stagione!), e nel frattempo ho sempre lavorato mettendomi in gioco con qualsiasi mestiere (dal piastrellista al commesso); è stato in questi momenti che ho scritto le mie prime canzoni, le ho scritte dentro di me osservando le persone, ho imparato a vederle con occhi da non-privilegiato e questo mi ha dato una mano fondamentale. Sono del parere che quando inizia la fama, finisce la fame di successo: la gente molto spesso si chiede il perché del fatto che quasi tutti gli artisti famosi le migliori cose le abbiano scritte all’inizio della loro carriera, come se ad un certo punto si sentissero arrivati e iniziassero ad adagiarsi, è questo il momento in cui finisce la fame. Le prime compagnie teatrali per le quali ho lavorato sono state la mia palestra, il confronto con registi maestri di teatro (che è stato il mio pane quotidiano) che vedevano in me delle potenzialità per recitare ruoli importanti mi ha permesso di fare “Scugnizzi” prima a livello amatoriale, riproducendolo, e poi rendendomi vero e proprio protagonista dello “Scugnizzi” ufficiale, ed è stata una cosa bellissima (600.000 spettatori in giro per l’Italia, 101 repliche, “David di Donatello” e tutto questo grazie alla fiducia di Claudio Mattone), considerando che non ho mai studiato teatro! Da lì sono iniziati i primi provini, e nel 2006 in particolare quello per un programma della Rai di Antonella Clerici (“Il treno dei desideri”) al quale in una determinata circostanza ha partecipato Lucio Dalla; c’erano almeno 600 suoi “fanatici fan” ed io, che vinco i provini e vengo considerato come l’unico che puo’ cantare insieme a lui la sera del 29 settembre. Conosco quindi Lucio Dalla, e da lì inizia un rapporto che per me ha dello speciale e indimenticabile.

Cos’hai provato umanamente e musicalmente grazie a quest’esperienza con un musicista come Lucio Dalla?

Il giorno dopo (30 settembre) lui cantava alla notte bianca a Napoli, San Giovanni, e lui mi propose in quell’occasione di collaborare ancora insieme. Da lì in poi sono iniziati sei anni di un’amicizia fantastica, io continuo a considerare Lucio Dalla come il mio unico vero maestro, è il più “grande” che io abbia mai conosciuto, fa parte di quella scuderia di artisti inarrivabili, i “geni”; e la cosa che più di tutte mi ha sempre colpito della sua persona è stata la sua immensa umiltà, è una cosa che non ho visto nemmeno nei più “mediocri” qui a Napoli. C’è una famosa poesia di Raffaele Viviani, “Campanilismo”, che spiega il fatto che noi napoletani al posto di fare squadra insieme, di restare uniti, ci facciamo la guerra l’uno contro l’altro. Lucio Dalla non è (stato) così: la scuola bolognese dei cantautori è forte proprio perché fra di loro spalleggiano, perché si danno una mano, perché vanno di pari passo. Andavo spesso a casa sua, in via D’Azeglio, quella che adesso è un museo storico, per parlargli, chiedergli consigli, fargli analizzare dei testi, andavo a comporre i cori nei suoi album, delle cose favolose come camminare insieme a lui per strada e vederlo intrattenersi col tabaccaio o col salumiere, con totale e assoluta spontaneità, senza scorta, questo era il signor Lucio Dalla. La sua non è stata una semplice “mano” per la mia carriera: posso sentirmi fortunato di aver proprio duettato sul palco insieme a lui, a Ercolano, Sorrento, Castellamare, presentato come ospite e non come semplice “open act”. Mi chiamava “’o ‘guaglione”, e, adorando Napoli, mi ripeteva sempre questa frase: “se esistesse un vaccino, un siero che iniettasse nel corpo la napoletanità io pagherei anche duecentomila euro pur di averlo!”; si definiva “napolese”, cioè a metà tra napoletano e bolognese.

Nel tuo nuovo album (che uscirà a ottobre) ci sarà un riferimento tributo specifico a Lucio Dalla.

Nell’album che sto preparando ci sarà un brano in particolare che richiama a uno degli “slang” di gergo più classici della lingua napoletana; come tu sai, abbiamo un vocabolario tutto nostro a Napoli con dei termini impossibili da tradurre in italiano, basti pensare a espressioni inspiegabili in italiano come “è ‘na cosa checazz”, oppure “’a cazzimma” che per spiegarla il bravo Siani dice “non te lo voglio dire, questa è la cazzimma” (ride, ndr.). E poi c’è “uanema!”. Quando a Lucio parlavi di Napoli, per esempio dicendo “è successa questa cosa a Napoli”, lui rispondeva sempre, anche durante le interviste, “uanema!”. E’ una citazione sottile poiché è privata, intima, e in cuor mio, sapendo che questa parola mi ricordava lui, ho scritto un brano con Pasquale Palma che si chiama appunto “Uanema”, grazie al quale ho voluto ricordare il rapporto meraviglioso che c’era tra me e Lucio.

Quest’anno, a livello teatrale, hai in programma uno spettacolo diretto da Sal Da Vinci e Alessandro Siani, “Stelle a metà”.

Non potevo non rispondere alla chiamata di Sal e Alessandro! Per orgoglio, perché volevo conoscerli, anche per smentire quest’analogia che si è venuta a creare tra il parere delle persone dopo il successo di “Scugnizzi” tra me e Sal Da Vinci: interpreto il suo ruolo ma con tanta umiltà e voglia di imparare da una persona con tantissima esperienza in più rispetto alla mia. E l’ho accettato subito anche per dimostrare appunto alle persone che tra me e Sal c’è una profonda amicizia, che sono quello che sono pure grazie ai suoi consigli. Parallelamente al mondo del teatro, e alla mia forte passione per il musical, ci tengo a sottolineare che ho sempre scritto musica anche per altri artisti, fino ad arrivare alla collaborazione con Mauro Spenillo e Pippo Seno.

Entriamo più nel dettaglio: il successo del brano “Pe’ l’età che tengo”, dalla forte connotazione sociale e considerabile quasi come un “inno anticamorra”, non è passato inosservato ai più. Cos’ha significato questa canzone per la tua carriera?

Il tema fondamentale dei miei brani, in generale, resta sempre il sociale. Io sono contro il sopruso e contro la privazione della cultura di una persona, sono per la libertà d’identità. Ognuno di noi dev’essere libero di crescere come vuole, perché se discutiamo un ragazzino per il fatto che sia come si dice qui a Napoli un “cammurristiello”, è in realtà una persona che ha avuto la sfortuna di nascere in un particolare tipo di famiglia. In senso più ampio, perché un ragazzo che nasce e cresce in Libia, per esempio, non dev’essere uguale a me che sono nato e cresciuto qui? Per questo ho scritto questo brano, per parlare di un minore di tredici anni che era un bravissimo ragazzo ma d’altro canto era il figlio di un camorrista, e nonostante la sua bontà era solo ed esclusivamente etichettato così. E crescendo, ha iniziato a rinnegare i “lussi” che questo status sociale gli concedeva. E’ un brano che nel 2009 ha partecipato alla “Festa di Piedigrotta”, con direzione artistica di Enzo Avitabile, e arrivò in finale senza vincere (vinse un brano di Cosimo Parlato). Nel 2011, dopo la tourneè di “Scugnizzi”, realizzai un video che ho girato nei miei vicoli, e tale video è stato premiato al Senato dal Presidente del Senato Pietro Grasso. Ero da solo, discograficamente, senza ufficio stampa né nulla (il video mi è costato 800 euro), e sono stato premiato solo perché una scuola ha usato questo video come progetto scolastico e il Senato, di fronte a questa cosa, rispose premiandolo nel 30 maggio del 2013. E’ diventato inno nazionale antiracket della FAI (Federazione Antiracket Italiana, ndr.) grazie all’assessore alla cultura e al turismo di Napoli Nino Daniele, ed è stato inoltre il “frontespizio” del suo libro “La camorra e l’antiracket”.

Il tuo lavoro è quindi anche una massiccia testimonianza di impegno sociale.

Ercolano ha vinto. Ercolano è stata la prima città di tutta l’Italia ad essere “de-racketizzata” grazie all’allora sindaco Nino Daniele, e attraverso una denuncia della signora Raffaella Ottaviano è nato il primo processo contro il racket d’Italia, poiché nessuno mai, prima d’ora, aveva avuto il coraggio di denunciare in massa il pizzo. Credo nella presa di coscienza delle persone, l’ho vissuta insieme alla mia gente, e credo soprattutto nella “redenzione” di persone, anche amici miei, che una volta sbagliato e pagato possono riprendersi la loro identità, e il resto di noi deve accogliere questo dato senza nessun pregiudizio.

Arriviamo ad “Abbracciame”, il tuo nuovo singolo, che puo’ sembrare superficialmente la classica ballad napoletana…

Sono sempre stato immerso a 360° nell’ambito sociale. A un certo punto, come artista, ho sentito l’esigenza di allargarmi verso altri temi importanti e ho deciso di vertere verso un tema purtroppo consumato quale l’”amore”. E’ facile scrivere in napoletano canzoni d’amore, ma abbiamo elaborato, insieme con la direzione artistica di Mauro Spenillo (Principe e Socio M) e Pippo Seno, una funzione più diretta e incisiva: se ad “Abbracciame” togli la musica, puoi leggere il testo quasi come se fosse un SMS da destinarsi al tuo compagno/a in un periodo di crisi, ed è peculiare il fatto che non vi è impiegato l’uso di metafore. A meno che tu non sia un genio, e mi riferisco a testi e autori straordinari come “La cura” di Battiato, è molto più funzionale, a mio parere, puntare sull’immediatezza del napoletano, della capacità di consapevolezza diretta che solo il napoletano, come lingua, possiede tra le sue qualità. Dopo aver parlato tanto tempo di sociale, scrivere una canzone d’amore “ruffiana” sarebbe stata una zappa sui piedi: ho voluto essere sociale anche parlando d’amore, con una melodia che richiama alla musica napoletana di una volta, volutamente essenziale negli arrangiamenti. Ho voluto muovermi verso una rielaborazione del ritorno, seguendo cioè la tradizione e quasi reinventandola, collocandomi dove adesso c’è un posto vacante nella musica, poiché, ripeto, Napoli attualmente si divide tra la musica “pop” e il “rap”; in mezzo c’è la melodia vera e pura, un preciso sentimento dell’acustico, e nella produzione musicale siamo quindi rimasti in quelle sonorità “larghe” e peculiari della musica napoletana.

Sei fautore di un progetto radiofonico molto particolare, “Dilloinnapoletano”. Ce ne puoi parlare?

In collaborazione con Principe e Socio M uscirà un brano col patrocinio del Comune di Napoli, “Terra nostra”, che rimarcherà in ogni caso la mia appartenenza, le mie radici piantate nel sociale. Racconta del dramma della terra dei fuochi, è stato scritto da Maurizio Patriciello: abbiamo preso un’omelia che recitò durante una delle sue messe e l’abbiamo “musicata”, e da lì ne sta uscendo un progetto veramente ampio e ricco. Stiamo aspettando il momento giusto per parlarne, per non dare l’impressione di voler cavalcare l’onda; in realtà è sempre il momento giusto per parlarne, ma è una scelta legata comunque ad un punto di vista mediatico, essendo la notizia troppo “satura”. Adesso il problema c’è, anche se non viene più pubblicizzato, e per poter avere la possibilità di renderlo visibile devi avere pure la possibilità di essere ascoltato. Sarà un progetto ricco di tracce, ci saranno dei featuring importantissimi per i quali purtroppo non posso fare nomi… In ogni caso, la “mission” del progetto, dall’eredità di “Napolimania”, sarà quella di “dire le cose in napoletano”, cioè di dimostrare attraverso varie situazioni (manifestazioni, cortei, contesti musicali, notizie, miliardi di cose!) che dirle e renderle in napoletano, per quanto riguarda davvero qualsiasi cosa, fa acquisire una marcia in più. Verterà tutto principalmente sulla lingua in se per se, cioè al modus di parlare in napoletano; non tanto parlando di frasi fatte o proverbi per i quali siamo tanto famosi, ma quanto piuttosto dando un senso alle parole di Troisi che diceva “io sogno in napoletano”; non perché non sapesse parlare in italiano, ma perché se “sognassi in italiano” il sogno è come se perdesse in qualcosa, risulterebbe più freddo rispetto al calore e alla passione del napoletano. Non è retorica, è pura verità. “Dilloinnapoletano” si deve fare fautore e motore di questa qualità ulteriore che appartiene solo alla nostra lingua napoletana, deve arrivare ad alti livelli e dimostrare che il napoletano dev’essere un motivo di vanto per i napoletani, deve smacchiare questo pregiudizio che c’è su questa lingua meravigliosa e inarrivabile e renderle la nobiltà che le compete.

Luigi Crispino

Identità Insorgenti

Identità Insorgenti è un giornale on line che rappresenta un collettivo di scrittori, giornalisti, professionisti, artisti uniti dalla volontà di una contronarrazione del Mezzogiorno.

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