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MUSICA E IDENTITA'

Intervista a tutto campo con Daniele Sanzone: anche gli 'A67 a dicembre sul palco con Pino Daniele

Cultura, DueSicilieOggi, Identità, Italia | 11 Novembre 2013

daniele sanzone

Parli con Daniele Sanzone, leader e voce degli ‘A67, e non può che venirti in mente Scampia. La Scampia che a noi piace: quella viva, con voglia di riscattarsi, di mostrare le cose positive di un territorio che è un simbolo dipinto troppo spesso solo come negativo. Daniele e il suo gruppo (Enzo  Cangiano alle chitarre, Gianluca Ciccarelli al basso e Luciano Esposito alla batteria) sono la prova vivente che non è così.  “Nasciamo nel 2004 con la volontà di parlare delle problematiche della nostra periferia, con una forte identificazione territoriale della nostra musica – ci spiega subito – La musica per noi rappresenta uno strumento privilegiato per diffondere valori, messaggi, verità”. Ed infatti Daniele, seppur convinto unitarista, come tiene a precisare, converge con musica e azioni su tante battaglie identitarie e meridionaliste. Per averne conferma basta ascoltare i testi dal primo disco del gruppo, “A camorra song io”  fino all’album piu’ recente, il cui nome è un programma di per sè,  “Naples Power”.

Daniele il nuovo lavoro in uscita nel 2014 perseguirà questo filone o c’è qualche cambiamento in programma?

Tra i progetti prossimi, anzitutto, c’è la nostra partecipazione al concerto di Pino Daniele il 28, 29 e 30 dicembre al Palapartenope. Un evento che per noi rappresenta la classica ciliegina sulla torta: siamo onorati di essere sul palco con un grande della musica napoletana. Per il resto questo è stato un anno di pausa proprio perché stiamo lavorando al disco nuovo. Il cambiamento, nel nuovo album, sarà importante: cambieremo il sound, anzitutto, e poi io, per la prima volta, canterò anche in italiano. Inoltre, come già accaduto in “Naples Power”, il nuovo album vedrà la partecipazione di tanti ospiti imprtanti. E infine credo che il nostro nuovo album sarà un disco rivoluzionario e molto politico. Ci sarà anche un pezzo che parla della resistenza del Sud Italia che, già dal titolo, sarà un pezzo fortemente provocatorio. Insomma, sarà un lavoro forte e, ovviamenete, identitario, come del resto sono anche gli altri nostri album.

A livello identitario “Naples Power” è stato emblematico.

Quando abbiamo inciso Naples Power era una fase storico-politica in cui sembrava che tutto fosse già stato detto: in quel momento pensavamo che fosse importante tornare ad affondare il sound nelle nostre radici per ridare forma ad un futuro. Eravamo convinti che solo ricordando le nostre origini avremmo potuto fare un passo avanti. Così in quel disco abbiamo omaggiato quel movimento musicale che era il Neapolitan Power, riproponendo le canzoni di quell’epoca col supporto degli artisti che le avevano cantate in passato. Inoltre abbiamo creato un binomio musica-letteratura, affidando ad ogni artista che ha collaborato a quel disco, uno scrittore. L’idea era di focalizzzare l’attenzione sulla cultura del Sud, per fare in modo che la si rivalutasse. Questo anche per spezzare il binomio Napoli-cronaca nera, che poi è il risultato di anni ed anni di pornografia mediatica nei confronti della nostra città. In poche parole, in un momento in cui la musica napoletana sembrava in standby, quello, per gli ‘A67  era un modo per ricordare che la nostra musica, la nostra letteratura, la nostra vivacità artistica, erano ancora in vita. Era una risposta, in quella fase storica, a chi pensava che Napoli non ci fosse. Una risposta per dimostrare che la musica napoletana era ancora vivissima e da sempre e per sempre racconta le proprie storie. E noi, come  artisti napoletani, ieri come oggi, non potevamo fare a meno di parlare della nostra città, con la quale abbiamo un rapporto viscerale, imprescindibile. Per noi, per gli ‘A67, è stato un legame sempre fortissimo: basta ascoltare il nostro primo album,“A camorra song io”, per capirlo.

A proposito del vostro primo album, “A camorra song io”: quel lavoro nasceva anche per raccontare del vostro quartiere d’origine, Scampia, da sempre fenomeno di spettacolarizzazione e speculazione. Pensi ci sia una rinascita negli ultimi tempi?

“A camorra song io” era un album che racchiudeva un po’ tutte le problematiche della nostra città, e della periferia in particolare. Ma a distanza di diversi anni, oggi posso dirvi che a Scampia sono tanti i cambiamenti ai quali abbiamo assistito. In questi giorni, ad esempio, sto lavorando a un’inchiesta per Repubblica proprio su Scampia in cui lo racconterò. In una delle nostre prime canzoni, ad esempio, cantavo che a “ogni 50 mt ci sta ‘na piazza di spaccio”. Ecco, oggi questo per fortuna non c’è più. Ovviamente questo non vuol dire certo che lo spaccio sia stato debellato, ma indubbiamente le modalità sono cambiate e, almeno, la spettacolarizzazione dello spaccio non c’è più.  Non nego che i problemi ci siano ancora, naturalmente: la camorra certo non è stata debellata.  Però è evidente che Scampia sta cambiando. Una cosa, questa, questo cambiamento, che abbiamo cantato attraverso la popular music, il più grande mezzo di comunicazione esistente. Un mezzo che arriva dritto e diretto alle nuove generazioni, ai giovani. Perché noi artisti, attraverso la musica, abbiamo un potere gigantesco: personalmente sento l’enorme responsabilità di quello che dico attraverso le nostre canzoni. Del resto è questo il punto di partenza degli ‘A67: nasciamo per questo, per ricordare e raccontare una periferia da sempre dimenticata o considerata solo durante le campagne elettorali o, peggio ancora, per i morti ammazzati. Un messaggio, il nostro, che poi si è fatto universale: crescendo come gruppo, infatti, ci siamo resi conto che la nostra periferia non è poi così distante dallo Zen di Palermo o dalle favelas del Brasile, dove abbiamo anche suonato. Insomma: le periferie si assomigliano sempre di più per condizioni e condizionamenti. Ma tornando a Scampia, a differenza di quando abbiamo cominciato, oggi riscontriamo una grande risposta dal basso. Lo ha notato, del resto, anche Pino Aprile, nel suo ultimo libro, che parla anche di noi.

Serve ancora, oggi, essere ideologizzati o credi che l’unica ideologia che bisogna perseguire sia quella del riscatto di Napoli e del Sud in generale?

Alle ideologie io credo ancora, credo che siano fondamentali. Ad esempio non condivido il modo di fare del Movimento 5 stelle, dove all’interno trovi di tutto, dall’ex militante di estrema destra all’ex iscritto del Pd. Personalmente penso che Grillo sia un paraculo: va a Bologna e cita Berlinguer, va a Roma e dialoga con quelli di Casapund. E questo sarebbe essere non ideologizzato? Io ho sempre avuto una mia visione, sono sempre stato legato alla sinistra extraparlamentare. Anche se penso che, più che a un’ideologia, bisogna essere legati a una struttura politica. Penso sia essenziale, insomma, avere un background, un bagaglio culturale dal quale partire: altrimenti siamo tutto e niente. Intervistando Pino Aprile per “Brain Food”, la rubrica che curo su Fanpage dove intervisto, davanti a un buon piatto, scrittori e artisti, gli ho chiesto se ci siano oggi le basi per creare un sano partito meridionalista. Beh, lui mi ha risposto che è un processo già in atto, che si sta formando non intorno ad un’ideologia ma intorno ai problemi reali. E’ un punto di vista che ritengo interessante…

E tu ti senti un meridionalista?

Si, anche se sono a favore dell’Unità d’Italia, nonostante sia convinto che è stata fatta nel peggiore dei modi. Dopo 150 anni il Sud annega in problemi gravissimi e la Questione meridionale continua ad essere irrisolta. E’ innegabile che il Sud, insomma, sia tutt’oggi una colonia del Nord, come del resto diceva Gramsci 50 anni fa. Come è innegabile che il sistema capitalistico italiano si sia nutrito proprio dello sfruttamento del Sud. Uno sfruttamento oggi più vivo che mai. Ecco, per me essere meridionalista significa abbattere queste disuguaglianze, rivendicando i nostri diritti. Detto questo, però, tengo a precisare che l’etichetta meridionalista non mi piace se presuppone un Sud contro il Nord: ritengo che questa dialettica debba essere superata, anche perché non mi piace che si pensi ai meridionalisti come a una Lega del Sud. Ovviamente voglio e credo al riscatto del Sud, come del resto dimostrano i testi delle mie canzoni. Insomma, per rispondere alla tua domanda: mi sento meridionalista senza essere separatista. Mi baso sui fatti, senza vessilli borbonici, monarchici e senza nostalgismi. Vorrei che si arrivasse alla risoluzione dei problemi reali. La terra dei fuochi ad esempio: c’è una situazione drammatica e la paura più grande è che la bonifica possa essere fatta delle stesse istituzioni che ci hanno avvelenato. Come meridionalisti bisogna stare all’erta, denunciando senza paure ogni abuso e sopruso.

Daniele oggi che vivi più a Roma che a Scampia senti le stesse emozioni per la tua terra?

Forse di più. Mi rendo conto che il distacco dalla mia città me la fa poi vedere con occhi diversi. Continuo a rinnamorarmi ogni volta che ci torno. Il mio sogno? E’ che Napoli possa far parlare di sé solo per la sua infinita bellezza, che tutto il male sia annientato, che la camorra sia distrutta, che le disuguaglianze tra Nord e Sud svaniscano.

Beh, il tuo sogno è anche il nostro. Auguri!

Eugenia Conti

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 11 Novembre 2013 e modificato l'ultima volta il 11 Novembre 2013

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