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NAPOLETANO BENE DELL’UNESCO?

Se il Comune di Napoli vuole rendere la bufala realtà

lingua napoletana patrimonio unesco
Lingua Napoletana | 12 Marzo 2018

12 Marzo 2018, Napoli si sveglia in un mondo dove le bufale sembrano poter diventare realtà. Stamattina al Comune di Napoli si è tenuta una riunione, presieduta da Elena Coccia, che aveva come tema la possibilità di far dichiarare la lingua napoletana patrimonio immateriale dell’UNESCO.

Sono intervenuti, ci informa un comunicato, l’ambasciatore Francesco Caruso, consigliere del presidente della Regione Campania con delega ai rapporti internazionali e all’UNESCO, il presidente dell’Accademia napoletana Massimiliano Verde, il docente di linguistica italiana e dialettologia dell’Ateneo Federiciano Nicola De Blasi; il poeta Nazario Bruno, l’attore Ciro Ridolfini e il professor Ermete Ferraro.

Quella del napoletano e l’UNESCO è una storia che oramai ha compiuto quasi dieci anni. Da quando il napoletano è stato inserito nell’Atlante mondiale delle lingue in pericolo dell’UNESCO, alcuni napoletani hanno preferito rimuovere freudianamente la parola pericolo e sostituirla con patrimonio. Nasce così la bufala, da noi ampiamente smentita, del napoletano patrimonio immateriale dell’umanità.

Con la riunione di oggi, il Comune di Napoli sembra ambire a trasformare tale bufala, nata quasi dieci anni fa come mero acchiappa-clic, in una realtà.

Tutto bene? Forse no. Facciamo parlare l’UNESCO:

“Per ‘patrimonio culturale immateriale’ s’intendono le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana.”
(Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, Parigi 2003)

Il linguaggio di per sé non è escluso dal novero dei patrimoni, ma vi può rientrare solo in quanto veicolo del patrimonio culturale immateriale (1).
Guardando ai patrimoni riconosciuti, non vi figura in Italia nessuna lingua o dialetto; vi figurano invece, come da definizione, elementi di folklore e forme di sapere tramandati nelle generazioni, come l’opera dei pupi siciliana e l’arte del pizzaiuolo napoletano. Nemmeno il sardo, il friulano, riconosciuti legalmente come lingue; nemmeno il siciliano, prima lingua letteraria d’Italia, figura nell’elenco.
Tra i patrimoni riconosciuti nel mondo, solo in un caso si parla anche di una lingua, la lingua garifuna, della famiglia arawak, ma solo in quanto strettamente associata alla musica e alla danza garifuna. Si tratta quindi di un fatto raro, e la sensazione è che l’ambito dei patrimoni immateriali non sia proprio il luogo giusto nel quale fare rivendicazioni linguistiche.
Uno spiraglio per il napoletano c’è, ci direte, giustamente: la canzone e la cultura napoletana, e la lingua in quanto veicolo di queste.

Sarà. Ma non si può fare a meno di domandarsi: a cosa serve?
Questo coinvolgimento dell’UNESCO ci sembra un tipico caso di mitomania napoletana, di quella tipica – e patologica – oscillazione tra l’incuria totale e l’autoesaltazione parossistica.
Noi siamo convinti, che inserire il napoletano nell’ennesimo discorso agonistico collegato al paradigma patrimoniale sia un modo profondamente sbagliato di procedere.
Se, per quanto riguarda le tradizioni popolari, l’inserimento in gare di autenticità e rilevanza  può essere un’arma a doppio taglio, tale processo può essere esiziale per una lingua.
Le conseguenze negative sarebbero molte: non da ultimo, il pericolo di innescare un meccanismo di sterile agonismo tra comunità, per cui ci sta ’o core napulitano, e poi lu core – più scadente – degli altri, atteggiamento che pochissimo si addice a quella che è stata (e per certi versi è ancora) la capitale del Meridione.
L’impressione è che Napoli, da capitale e centro culturale di riferimento per milioni di persone, si stia oggi appartando, a dispetto del proprio ruolo, come una sorta di campanile tra gli altri, incapace di assumere il ruolo di punto di riferimento, che suo malgrado ancora le viene attribuito. Perché, diciamocelo, come si può scindere la grande cultura qui elaborata dalla centralità conferita un tempo alla città dal suo essere capitale, dall’afflusso di forza intellettuale da tutte le aree del regno?

Infine, scomodare l’UNESCO ci sembra un modo assai bislacco di procedere. L’ennesimo gioco di prestigio, l’ennesimo coniglio dal cappello. Molto rumore per nulla, per dirla con Shakespeare.
Piuttosto che lanciare roboanti proclami, basterebbe semplicemente constatare l’esistenza sul nostro territorio di lingue locali a rischio; istituire centri studi, avviare processi di finanziamento per la ricerca e l’insegnamento su e per i dialetti e le lingue locali.
Bisognerebbe, insomma, fornire prospettive reali e concrete di conoscenza e di azione, far intravedere un futuro dietro l’angolo.

Teresa Apicella

(1) F. Dei, Antropologia culturale, Carocci, Roma, 2016.

Teresa Apicella

Laureata in lettere classiche e poi in linguistica, appassionata di antropologia culturale, di cose sommerse e cose che rischiano di scomparire. Amante delle differenze, a patto che attraverso di esse si riveli la ragione profonda per cui siamo tutti uguali. “Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio.” (Italo Calvino, Le città invisibili)

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