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NAPOLI A PIEDI

Decimo percorso, dal bosco di Capodimonte al mare della Gaiola. Il nostro “abbraccio” alla città

Ambiente, Arte e artigianato, Beni Culturali, Cultura, NapoliCapitale, Storia, Turismo | 18 Marzo 2017

Con questa nostra serie di articoli “Napoli a piedi” pensiamo di avervi raccontato praticamente tutte le scale napoletane “lunghe”, quelle che costituiscono un tracciato tra un punto e un altro della città: che si possono usare per spostarsi senz’auto o semplicemente per fare una passeggiata in posti ancora tranquilli. Vogliamo (a malincuore) chiudere questa serie con questo ultimo articolo che possa in qualche modo abbracciarli tutti, quei percorsi, e in questo modo abbracciare la città.

Le scale che abbiamo visto finora collegavano Capodimonte, il Vomero o Posillipo, al centro storico oppure al mare. Allora oggi andiamo da Capodimonte al mare di Posillipo passando per il centro e per il Vomero. Siete pronti? Accumminciamm’.

Verso le 12 arriviamo al Bosco (di Capodimonte), entriamo da Porta Grande, ci facciamo un giro. Andiamo a vedere se ci possiamo pigliare un caffè prima di partire ma il bar del Museo è parecchio gremito (mai visto così finora, e questa è una buona notizia: pure il Museo di Capodimonte, grazie al nuovo direttore, si sta risvegliando) allora andiamo verso il panorama lato mare. La Polizia a cavallo pure gira in tondo sui sentieri di tufo vista panorama. Qualcuno sta sdraiato vicino la fontana, un po’ fa ginnastica e un poco si riposa. Capri oggi si vede appena, c’è foschia, è ‘na bella jurnata. Ore 12.07, ora davvero partiamo.

Usciamo di nuovo da Porta Grande e andiamo a destra: gli alberi di arance lungo il marciapiede, i cartelli stradali con i nomi di tutte le catacombe. Poi al semaforo andiamo giù a sinistra, c’è un piccolo camminamento già solo per pedoni fino alla prima scala: Gradini Capodimonte.

Una signora mangia il suo panino seduta sul muretto della scalinata, vicino al grande albero centrale. Sotto quest’albero c’era una panchina circolare: ne è rimasto solo un unico settore perché l’albero è cresciuto e la panchina, cuore di pietra, non l’ha voluto seguire.

E’ una scalinata scenografica. Dopo la prima parte, che ha due bracci tondi, è esattamente dritta, con le panchine alla fine di ogni rampa, pensate nel 1833 dall’architetto del Re, Antonio Niccolini, per poter fare una pausa all’occasione. Subito prima della fine in basso, a destra, c’è una porta e si entra in un giardino. Potrebbe essere un poco più verde e ci stanno lavorando. Pure la scala, sarà la quinta o sesta volta che la percorriamo, è sempre stata molto pulita, oggi non brilla tanto.

Arrivati in fondo c’è una fontanella. Quelle fontane lunghe, senza rubinetto, con il tubo solo, acqua fluente, com’era una volta. L’acqua è ottima e ci rinfreschiamo un poco.

Poi per puntiglio vogliamo andare dentro al “tondo”: il tondo di Capodimonte. Le strisce pedonali non ci stanno e siamo in curva, serve un po’ di attenzione. Di nuovo doppia scalinata, bassa, a destra e sinistra, ed un albero al centro.

Dopo c’è Santa Teresa degli Scalzi. E quasi subito andiamo a destra per le rampe San Gennaro dei Poveri, verso la Sanità.

Il Nuovo Teatro Sanità ha un pubblico giovanile e i passeggini parcheggiati fuori. Stiamo andando verso via Fontanelle per salire dalla scala di via Bernardo Telesino ma poco prima ci viene incontro, sulla sinistra, un’altra idea: i Gradini Vita. Chiediamo alla signora che scende dove porta, pare porti bene. Allora cambio di percorso, stamattina saliamo di qua. A fianco al primo gradino c’è scritto “infame”, vicino all’ultimo “auguri amore mio”.

L’obiettivo adesso è salire verso il Vomero, e come sempre per le strade strette, le scalinate, tutti i percorsi insomma senza troppo petrolio.

Mo dobbiamo dire la verità: alla signora le avevamo chiesto se questa scala portasse bene per una pizzeria, una famosa, dentro Materdei. La risposta era stata “si, ve la trovate di fronte” e allora la scelta era stata semplice. Mannaggia però che oggi è lunedì, e le pizzerie so’ chiuse: per Napoli di lunedì s’ po’ ffa giusto una camminata breve, nun ve facite e camminate longhe se no rischiate di rimanere delusi.

Vabbè, continuiamo, in fondo non abbiamo cominciato da molto, possiamo andare avanti. Dentro Materdei saliamo per via Leone Marsicano, viale pedonale. A terra ci sono mosaici, le panchine curve, arte diffusa, e colori. Sbuchiamo su largo Gaspare Colosimo, attraversiamo e ci inoltriamo per le Rampe Nocelle.

L’ingresso delle rampe è sotto un arco nero, sembra di entrare sul set di un film del dopoguerra. Però oltre è bello, neppure un’automobile. Un poco di zig-zag per queste vie traverse. Si cammina con piacere, l’aria è rilassata. Poi ricominciamo a salire per via Confalone verso piazza Arenella.

Ah ci viene in mente che qua una volta ci stava una pizzeria, su via Piscicelli, esiste ancora e per fortuna è aperta. Dev’essere una passeggiata che abbraccia Napoli, mica una  “via crucis”, una pausa ci vuole: è poco più di un’ora che stiamo camminando però è ora di pranzo.

Bene, fatta la pausa, preso pure il caffè, mo diamoci una mossa che non siamo neppure a metà percorso. Siamo al Vomero: via Luca Giordano è pedonale, poi via Cimarosa e vico Belvedere. Fotografiamo un muro di tufo circolare, con le statue di marmo: gli ultimi resti, lungo la strada che ha battezzato, di villa Belvedere. Poi passiamo davanti ad una nostra amica: calata San Francesco, però stavolta continuiamo in piano. Fino in fondo e siamo a corso Europa.

Qui le macchine aumentano, e camminare cambia completamente. Via Manzoni: stessa atmosfera. Troppe automobili e troppo veloci. Anche se c’è un bel marciapiede qui sembra che non sia sufficiente. E’ come se lo spazio occupato da un auto non fosse sempre lo stesso: è pari all’ingombro geometrico preciso solo quando la macchina sta ferma col motore spento. Appena mette in moto già l’ingombro aumenta. Inizia a muoversi ed aumenta ancora: più va veloce e più diventa grossa. Perchè si fanno sempre più ingombranti il rumore, la puzza dello scarico e l’aria che smuove.

Vabbè sopportiamo un poco, tanto sappiamo che un paio di alternative tra poco ci stanno. Vediamo solo se riusciamo a trovarne un’altra pure prima.

Ci infiliamo dentro una traversa, via Torre Cervati. Chiediamo a due signore se la strada sbuca: una dice di “no”, l’altra “solo per pedoni”. Bene, allora ci proviamo: palazzi di tufo affacciati verso Agnano. Peccato però che poi un muretto taglia il passaggio, a tutti, pedoni e non pedoni. Torniamo indietro, almeno abbiamo visto lontano e riposato le orecchie per un poco dal rumore.

Appena prima della funicolare di Mergellina sulla destra finalmente c’è via Porta di Posillipo, la prima alternativa lenta all’ “autostrada” via Manzoni.

Non vi dico che contentezza quando proprio all’inizio di questa stradina, sopra al basolato tipico delle nostre strade antiche, abbiamo visto spuntare quattro ferri a sostegno di un cordone. Ci dispiace per il palazzo che se ne sta crollando ma eravamo felici di vedere questa strada chiusa al traffico. Già lo avete capito: la passeggiata ridiventa piacevole all’istante. Dopo qualche metro già si riesce a sentire di nuovo qualche cinguettio e l’aria pure, sembra strano, ma ridiventa pulita o almeno cambia odore. E’ tutto il ritmo che si può rilassare: ogni auto che ci passa vicino invece ci comunica il fuoco che brucia dentro il motore.

Dopo un po’ si incrocia di nuovo l’ “autostrada”, però basta attraversare solo e un’altra stradina per pedoni sta esattamente dall’altro lato: via Villanova. Questa è pure più bella di quella di prima, forse perché sta sul lato mare: ha la vista sul Golfo che aumenta i colori. Ogni tanto tra un palazzo e l’altro si vedono il blu, le barche e la montagna di fuoco.

Vicino alla chiesa di Santa Maria della Consolazione a Villanova ci sono le panchine. Ci fermiamo un attimo, cambiamo l’obiettivo alla macchina fotografica e riposiamo i piedi. Di nuovo passiamo davanti ad una vecchia conoscenza: salita Villanova. Ma anche stavolta, oggi, la direzione è un’altra. Lungo questa strada che poi cambia nome in via del Marzano, c’è campagna, alberi antichi e campi sportivi. Si riemerge con una scaletta in salita sopra via Manzoni, poco prima di Torre Ranieri.

Ora ci tocca andare fino al Virgiliano. Da qui si vedono bene lo spazio vuoto dell’ex l’Italsider e i campi sportivi nuovi, mai aperti. Si erano “dimenticati” di averli fatti sopra dei veleni.

Davanti al cancello del Parco Virgiliano andiamo a sinistra, dai che manca poco. Più giù c’è discesa Gaiola. Anche se fino adesso, sul bordo del parco la via era già piacevole e in discesa però su via Gaiola il tempo cambia ancora, torna indietro di più. Ogni strada di Napoli vive in un tempo suo. Potete trovare l’epoca che più vi piace anche senza andare nei libri di storia, soltanto usando i piedi. E si comincia a sentire l’aria del mare.

Passiamo il cancelletto e i paletti gialli. Tra poco comincia l’ultima scalinata di questa lunga serie. Al muro c’è scritto: “chiudo gli occhi, respiro, e finalmente sento”: qui la pensano proprio come noi, è quello che abbiamo cercato lungo ogni discesa di questa serie a piedi.

Gradini in basolato, muretti di tufo giallo napoletano: è un panorama molto familiare. Sul muro a sinistra ad un certo punto c’è un filo con appesi gli asciugamani da spiaggia. Qui secondo me il bagno se lo fanno proprio tutto l’anno. Poi “Area Marina Protetta, Parco sommerso della Gaiola”, una scaletta di ferro, il basamento di pietra, cinque gradini e il mare. C’è una sola persona, con la bicicletta; la spiaggia piccola e i gabbiani.

Questo posto nel primo secolo avanti Cristo faceva parte della enorme villa di Vedio Pollione (poi diventata villa imperiale) si chiamava villa del Pausilypon, quella che oggi si visita entrando attraverso la grotta di Seiano. “Pausylipon” vuol dire letteralmente “luogo dove finiscono i dolori” e chi meglio di noi oggi può certificare la definizione. Ci sediamo per terra vicino ai gradini in pietra. E’ bellissimo e sembra un regalo: i gradini ci hanno accompagnato fino all’ultimo metro.

Il mare oggi è calmo, e cristallino. Ha un respiro lentissimo che regala quiete.

Stamattina eravamo in alto, circa quattro ore fa, dentro un parco verde della casa del Re, da un capo della nostra città. Ora siamo in basso, vicino al blu, dall’altro lato esatto in una villa imperiale. Sulla cartina non si può mai sapere davvero quanto sia grande Napoli, per capirlo veramente secondo noi bisogna andarci ed abbracciarla a piedi.

Ora che questa serie di articoli è finita però non vorremmo che rimanesse solo una serie di fotografie e di “belle parole”. Vorremmo che voi ci andaste davvero a visitare tutte queste scale. Allora se avete bisogno di altri suggerimenti, o solo di un po’ di incoraggiamento, oppure se ci volete raccontare come le avete trovate, scriveteci, saremo contenti di parlare con voi di Napoli per pedoni.

Francesco Paolo Busco

Per leggere le altre puntate clicca sui link di seguito:

Percorso 1: Pedamentina di San Martino e Scala di Montesanto

Percorso 2: Calata S. Francesco

Percorso 3: Salita Cacciottoli

Percorso 4: Gradini del Petraio

Percorso 5: Cupa Vecchia

Percorso 6: Moiariello

Percorso 7: Salita Villanova

Percorso 8: Gradini Cinesi e Gradoni di Capodimonte

Percorso 9: Vico Paradisiello

Un articolo di Francesco Paolo Busco pubblicato il 18 Marzo 2017 e modificato l'ultima volta il 30 Aprile 2017

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