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NAPOLI A PIEDI

Le scale del sesto percorso, il Moiariello (in salita): da via Foria a Capodimonte in 25 minuti

Ambiente, Arte e artigianato, Beni Culturali, NapoliCapitale, Storia, Turismo | 3 Dicembre 2016

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Capodimonte è lontano, per definizione. Quale sia la strada giusta per andarci a piedi poi, quasi quasi, non lo sappiamo più. Non sta più tra le informazioni memorizzate dal napoletano medio: a Capodimonte si va con la macchina.

Allora noi stamattina, a piedi, ci andiamo. Anzi poiché oramai, dopo cinque scale (e pure una settimana di pausa di questi articoli in cui ci siamo potuti riposare) siamo allenati e tenimm’ voglia e camminà, sarà la prima scalinata che facciamo in salita.

Partiamo da via Foria, di fronte all’ex caserma di via Rosaroll: quella con le torri grandi, rotonde, con i merli piccoli. Partiamo salutando i manichini testimoni del traffico del negozio di impermeabili di plastica, come se lasciassimo qua la nostra anima-pellecchia di automobilisti per ridiventare pedoni.

Prendiamo per via Giuseppe Piazzi in questa giornata di sole. La via è dritta, sale piano piano, e già dall’inizio, si v’ stat’ accort’, si vedono in fondo i primi scalini. Oggi non ci sta una nuvola e colori e ombre sono affilati, netti, taglienti, fanno quasi male. Pochi minuti e siamo già alla scala che vedevamo in fondo: sono i Gradini Giuseppe Piazzi. Ve la ricordate la scalinata sulla quale la fila di venditrici di sigarette di contrabbando si passa la voce che Sophia Loren (Adelina nel film di Vittorio De Sica “Ieri, oggi, domani”) “ten’ ‘a panz’” per non andare in carcere? Beh la scala è proprio questa, rispetto a prima ora al centro c’è il corrimano e sempre i panni stesi ad altezza pedone. Vico Miracoli per un attimo taglia la scalinata e uno scooter fa sinistra-destra tra una rampa e la successiva.

Ci stanno sempre, ogni volta che iniziano o finiscono i gradini, questi grandi cilindri di piperno: suggeriscono l’idea che a chiedergli la strada finirebbero col raccontarci un sacco di storie interessanti. Un ragazzino tenta la discesa con la bicicletta: sui gradini deve portarla a mano ma l’entusiasmo è troppo per lasciarla a casa. Il monopattino di plastica sta appeso sotto il tabernacolo per grazia ricevuta, sopra i panni, tra le ringhiere dei bassi. Di questi tabernacoli ce ne stanno così tanti a Napoli perché erano un modo, con le candele e i lumini, di illuminare le strade a spese della popolazione. Dall’incrocio di vico Pacella ai Miracoli si vede la signora che spazza la strada. Poi ad altezza vista spunta un “panaro”. All’altra estremità della corda, in alto, la signora al balcone vede che stiamo per fotografarla e dice: ”ma accussì? Sto vestut p’ ccas’, mica veng’ bbuon’ ?” La rassicuro, ride; e la fotografiamo. Da quest’altro lato invece, qua, vicino, ci sta il fruttivendolo che nel frattempo riempie il paniere; poi alza la testa dà la voce e fa un passo, tutto con un fiato solo.

Giriamo l’angolo e c’è un’altra foto ad aspettarci. Stavolta scattiamo prima, poi lo diciamo e chiedono, dalla finestra, con la sigaretta in mano, se è venuta bene. Io: “si si, è bella”, e a giudicare dal sorriso ci hanno autorizzato. Dopo poco ricominciano le scale e abbiamo la scelta: possiamo prendere le rampe a sinistra (Rampe Ottavio Morisani) oppure andare a destra per Salita Moiariello. Per ora andiamo a destra, poi magari torneremo ad esplorare quell’altra possibilità.

L’atmosfera qui cambia subito: dai primi gradini in poi si apre una strada secondaria, pedonale, ampia, con un’aria ed una luce antiche di campagna. Il nome Moiariello deriverebbe proprio da “moggio”, il nome dell’antica unità di misura agraria. Dai lati, sopra i muri, scendono verdi di piante, e fiori blu. Si intravedono dentro i giardini alberi di agrumi, pini, anche le palme. Sul lato sinistro il muro di tufo ha ceduto per alcuni metri ed è sorretto da lamiera e tubi per fermare la frana. Qui qualche euro di quelli del Patto per Napoli forse meriterebbe di essere speso.

Continuiamo a salire. La scalinata è ancora larga e alterna gradini e pavimento liscio. I tombini sono fatti con due fessure nei blocchi grandi del basolato antico. La vegetazione spontanea ci accompagna fino al giardino di una casa con le arance e i fiori rossi. Sulle scale c’è anche un Bed & Breakfast. In qualche modo si sente che siamo quasi arrivati. L’ultima curva a destra salendo e la sagoma del dissuasore antico di piperno ci dice che qui ricomincia la strada asfaltata.

Però alzando la testa c’è ancora una sorpresa: una torre, colore di terra, che sembra rinascimentale: è Torre Palasciano, somiglia un poco alla Torre di Palazzo Vecchio (architettonicamente si ispirerebbe infatti alla Torre della Signoria) ma è stata costruita nel 1868 per il medico Ferdinando Palasciano  che alcuni dicono che qualche sera si affacci ancora da quelle finestre (altra leggenda legata alla Torre vuole che qui Antonio Ranieri avesse portate le spoglie di Leopardi). Qui, comunque, la salita è praticamente finita, Capodimonte sta a questa stessa altezza. Dopo la fine della scala andiamo a sinistra. Anche qui c’è un pino, ed il Vesuvio si affaccia stretto tra l’albero ed un palazzo antico.

Mi avvio verso Capodimonte ma poi mi ricordo di quell’altra scala, quella che avevamo detto “ci torniamo dopo”. Passa un signore con la barba, magro, simpatico nel pullover a righe. Gli chiedo se ci sono altre scale qui, da cui si può salire o scendere. “Si ci sono”, mi spiega, “stanno qua vicino, bisogna andare a destra e poi di nuovo a destra infilarsi tra una villa grande e una villetta sola”, mentre indica le curve della strada con la mano imprigionata dentro i manici del sacchetto della spesa. Seguiamo le indicazioni. Subito dentro al vicoletto, a terra, ci sono vasi con le piante, come se fossimo nel cortile di qualcuno. Quelli da un lato sono della signora alla quale, dalla porta aperta, abbiamo chiesto se stiamo andando bene. Quelle sull’altro lato sono della signora della villetta sola. Il vicoletto è all’ombra. Fa un fresco che sembra perfetto per l’estate (forse perché dopo la salita sentiamo un poco caldo). Poi mentre chiacchieriamo, da sopra al palazzo si affaccia qualcuno. Chiede chi siamo, di cosa ci occupiamo, poi ci invita a pigliare un caffè. L’ex maestro delle scuole elementari comincia a raccontare. La moglie viene dall’altra stanza, tranquilla tranquilla, ad ascoltare.

Poi ci fa affacciare: il terrazzo, con gli ultimi pomodori, piglia il sole da tutto tutto il golfo, da San Martino fino al Monte Somma, pure da Capri e punta Campanella. Non troverete la fotografia esatta perché non c’era modo, se non un pezzetto, di farceli entrare. Poi piano piano ci fa scoprire che questo era un palazzo nobile: era Villa Blanch (il proprietario era Francesco Maria Blanch, marchese di Campolattaro) e sta qui dal ‘700, come riportato anche dalla mappa del duca di Noja. Sta qui da quando ancora non c’era neppure il Real Osservatorio Astronomico di Capodimonte. Via Morisani era in origine la strada privata di accesso a questa villa e molte delle abitazioni e giardini che ora vediamo separate in questa zona, erano in realtà tutte parti della stessa casa. Mentre ci salutiamo nel corridoio ci sta la bicicletta: la usa per andare a fare la spesa perché dice “qui i negozi sono un poco lontani”.

Ora ricominciamo a scendere però che se no si fa tardi. Riprendiamo le Rampe Ottavio Morisani, quelle che avevamo tralasciato a salire. Si passa sotto un camminamento chiuso del palazzo, poi tra i muri che delimitano i giardini delle case. Sembra un vicoletto di una zona al mare, di villeggiatura, per la luce, forse per i rampicanti dai giardini di aranci e l’intonaco a calce. In lontananza si vedono palazzi, cupole e il mare con le gru enormi del porto commerciale. Sbuchiamo su via Ottavio Morisani, poi, subito dopo la curva (da qui il panorama è quasi lo stesso che da Villa Blanch) c’è un’altra scalinata ripida in discesa. Sono di nuovo le Rampe Morisani. Scendiamo; di qua il Centro Direzionale risulta fotogenico. Queste rampe sono percorribili, pulitissime non esattamente. Arrivati all’ultimo gradino risaliamo perché stamattina avevamo detto che la meta era il Museo ed il Real Bosco di Capodimonte. Ripassiamo davanti Torre Palasciano, siamo su salita Moiariello, qui le macchine passano. Dopo il cancello dell’Osservatorio e altri duecento metri sul muro di un palazzo c’è ancora una tabella antica di marmo. C’è scritto “Confine della cabella del vino della città di Napoli”: da qui in poi era duty free. Altri pochi metri su via S. Antonio a Capodimonte e siamo fuori al cancello di Porta Grande.

Poi tornando ci viene in mente che a poco a poco a furia di camminare, cercando scale dentro la città, strade dritte e scorciatoie, si sta creando nella nostra testa un reticolo di percorsi, di possibilità, una specie di geografia nuova che esiste solo per chi è disposto a camminare piano.

Ah, ci abbiamo messo meno di 25 minuti da via Foria. Capodimonte, se uno per un attimo si dimentica la definizione, non è lontano.

Francesco Paolo Busco

Per leggere le altre puntate clicca sui link di seguito:

Percorso 1: Pedamentina di San Martino e Scala di Montesanto

Percorso 2: Calata S. Francesco

Percorso 3: Salita Cacciottoli

Percorso 4: Gradini del Petraio

Percorso 5: Cupa Vecchia

Percorso 7: Salita Villanova

Percorso 8: Gradini Cinesi e Gradoni di Capodimonte

Percorso 9: Vico Paradisiello

Percorso 10: Dal Real Bosco di Capodimonte al mare della Gaiola

 

 

 

Un articolo di Francesco Paolo Busco pubblicato il 3 Dicembre 2016 e modificato l'ultima volta il 30 Aprile 2017

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