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NAPOLI A PIEDI

Le scale del terzo percorso, Salita Cacciottoli: 19 minuti (e un budello oscuro) dal Vomero a piazzetta Olivella

Infrastrutture e trasporti, NapoliCapitale | 5 Novembre 2016

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Dopo due discese belle e facili, il nostro terzo percorso risulta meno facile e percorribile. Oggi andiamo a cercare l’ex gasometro del Vomero. Da qui scende una vecchia gradinata seicentesca: Salita Cacciottoli, che ci porta (cambiando solo una volta nome in Salita S. Antonio ai Monti) fino a piazzetta Olivella. E’ l’alter ego del percorso che per primo abbiamo fatto in questa serie: quello che andava da San Martino a Piazza Montesanto. Oggi si va da un posto vicino a Castel Sant’Elmo, e che pure ha qualcosa di una torre, ad una piazza che sta proprio di fianco a Montesanto, e che di santo avrà pure qualcosa. Ma è un percorso con brutte sorprese. E dato che questo reportage a puntate nasce anche perché sono in arrivo fondi per le scale di Napoli, suggeriamo di agire su questo percorso.  Se c’è da mettere mano con una riqualificazione questo è il posto giusto: potrebbe essere il più bello dei percorsi compiuti fino ad ora, e invece c’è una parte che vegeta in assoluto degrado.

Ma veniamo a noi: oggi cominciamo salendo, perché la salita è a gradini ed è strettamente imparentata con la via principale che ci porta stamattina: si chiama Gradini Cacciottoli. Hanno lo stesso nome perché come ci spiega Carlo Celano, un avvocato (poi quando l’avvocato non potè più farlo per essere stato in sospetto di aver partecipato alla rivolta di Masaniello, prese gli ordini religiosi) napoletano del ‘600, qua sopra c’era la villa che un componente del casato dei Cacciuttoli si era costruito nel XVII secolo.

I Gradini Cacciottoli iniziano da via S. Gennaro al Vomero dove c’è la chiesa con lo stesso nome. E’ ancora il Celano a raccontarci che in questa zona “…v’era la casa d’una pia donna Napoletana che conservava questo gran tesoro del sangue di San Gennaro in due ampolla di vetro; ne diede parte al Santo Vescovo, questo con tutto il suo Clero vi andò in processione nella prima domenica di Maggio…il miracolo così accadde, essendosi il Vescovo; come si disse col Clero, e portata la testa del santo, nell’incontrarsi col sangue, che era impietrito si liquefece in modo che parve all’hora, all’hora uscito dal Corpo del Santo…” e da quel momento “…fu con allegrezza grande portato nella Città, e collocato con somma venerazione nella Cattedrale…”.

Era l’anno 315, dieci anni dopo la morte del Patrono: in pratica qui abitava la donna che raccolse il sangue nelle ampolle, la prima delle “parenti di S. Gennaro”, quelle che ancora oggi vediamo il 19 settembre nella cappella laterale del Duomo essere al centro della scena, condurre la preghiera al Santo perché rinnovi il miracolo. Ma saliamo. Questi Gradini sono tenuti decentemente, a parte il verde spontaneo che affiora un po’ alla base di ogni scalino.

La scala è pure utilizzata. Una signora col cappotto verde scende al ritmo lento che si può avere senza automobili. Arrivati in fondo siamo su Vico Cacciottoli.

Andiamo a sinistra, passiamo sotto l’arco squadrato di un palazzo e siamo finalmente su Salita Cacciottoli. Qui il ritmo si rallenta ancora. Poi spunta da sopra il muro di fronte un pezzo di gasometro: cerchi ed X di acciaio che si reggono tra loro. Ma non si vede bene. Salgo un attimo fin su, nel punto, cieco, in cui inizia questa Salita: in un piccolo “lago” calmo, chiuso su un lato da un muro antico di mattoni di tufo che sembra quello del cortile della villa del ‘600. Ma neanche da qui si vede tutto. Allora iniziamo a scendere (e come è nostro uso, a cronometrare, ore 10.50).

La discesa è lastricata di basalto. A destra un muro di tufo, antico, poi la palazzina che conserva ancora una sua eleganza, forse degli uffici del “polmone del gas” di inizio ‘900: “attenzione caduta materiali dall’alto”. Continuiamo a scendere ed il muro di tufo è puntellato. Stiamo ancora cercando una veduta completa del gasometro. L’unica è provare sulla strada che incrociamo adesso: viale Raffaello.

Finalmente: sulla destra, seduto in mezzo ai palazzi, sta proprio vicino, questa vecchia corona arrugginita, uno scheletro ottagonale di acciaio, dentro una macchia verde; una specie di castel Sant’Elmo stecchito donchisciottesco. Poi siamo un po’ più fortunati: il portiere di uno di questi edifici ci accompagna sul terrazzo per avere una visione d’insieme.

Da anni c’è il progetto di creare qui un parco agricolo (con orti didattici, aree gioco per bambini, percorsi ginnici) e qualcosa in passato è stato fatto: partenze, arresti e ripartenze, senza ancora vedere una fine. Oggi appare semiabbandonato: l’erba alta fa amicizia con le strutture nuove mai terminate. Siamo sulla collina, alla stessa altezza e molto vicini a Castel Sant’ Elmo.

Una Fiat Topolino, perfetta, parcheggiata lungo il marciapiedi come se fossimo nel 1940; siamo nella città “alta”. Riprendiamo la discesa. Un minuto e pochi gradini ci accompagnano a piazza Leonardo. Poi da qui via Gerolamo Santacroce ma bastano altri pochi metri per incontrare di nuovo la nostra scalinata: un’inferriata a strisce dritte e le gradinate larghe e basse di basalto che cominciano a riempirsi di ortiche.

Dopo la curva, al piano terra, ci abitano e chiedo se la scala scende e dove arriva (inizia un po’ di spaesamento, tra i muri di muschio e i cespugli sui gradoni: meglio avere qualche notizia recente, dai locali, manco fossi in un’ altra città): “dovrebbe arrivare a piazza Olivella, per quello che mi ricordo”.

Chiedo se è agibile, ché pochi metri più avanti la cosa sembra ulteriormente complicarsi. “Si si, c’è questo tratto sporco ma dopo diventa di nuovo buono…credo”. Una signora sembra preoccupata…per me. Scendiamo. A pochi metri c’è un cavalcavia che deve essere anche il tetto di qualcuno: cappotto e impermeabile appesi a chiodi piantati nella roccia di tufo, ed un cappello di paglia per l’estate; il materasso e le coperte avvolte in una nicchia nella parete umida; immondizia, i cartoni vuoti del vino bianco da tavola.

In mezzo all’erba solo una striscia libera, una traccia di passaggio. Seguo quella, ché rincuora un po’. Una sedia di plastica ed i panni stesi del palazzo affianco si asciugano nell’umido di quest’aria senza sole. Lì sopra c’è via Gerolamo Santacroce, che da qui sembra già di un altro mondo. Da lassù i rami secchi, anzi proprio pezzi di tronco, sono caduti qui. Proprio sotto il ponte c’è il secondo ingresso di una casa che ha voluto un portone sulla scalinata. Un altro materasso appoggiato al tufo, un tubo di plastica, la mascherina frontale di una Seat ed abbiamo la nostra automobile del mondo di sotto. (La macchina d’epoca del 1940 in perfetto stato è solo a pochi metri da qui, il panorama Vesuvio ed il terrazzo col tappeto elastico pure: la città verticale). Scendo. In alto a sinistra ora c’è un portone antico, ad arco, seminascosto dalla vegetazione spontanea. L’inferriata nell’arco è almeno dell’ 800. I rampicanti che crescono sul tufo poco più giovani. In alto il sole c’è, bacia quelli che passano sul ponte di via Santacroce soltanto però.

Il tufo prende sempre più porzione della scena; e non è tufo in mattoni, è tufo nato qui, carne di Napoli facciaggialla. Siamo dentro un taglio nella roccia che sembra iniziato dalla forza dell’acqua e poi allargato a colpi di piccone. Doveva essere molto bella questa scalinata, abbracciata dalla montagna, al fresco, nel verde, prima che ci costruissero sopra i ponti delle strade larghe, per le automobili. E’ ancora il punto più bello, più antico, più “profondo” tra tutti quelli che abbiamo visto finora in queste passeggiate. Se non fosse così sporco, negletto, abbandonato.

Un’ ultima curva tra le pareti alte e usciamo al sole. Il cielo blu sopra di noi fa risaltare l’occasione sprecata. I primi palazzi, ed i primi panni stesi nel vicolo; anche le prime auto che non riesco più a immaginare come ci siano arrivate. Pare una grande arteria cittadina adesso, dopo il “budello oscuro”.

Uno slargo ed il teatro quotidiano di Napoli in quattro personaggi al balcone di un palazzo color canarino. A destra c’è il cancello ufficialmente chiuso e sufficientemente aperto del “Parco Viviani”. Un melograno rotola i suoi regali anche fuori il perimetro del muro. A sinistra Vico dei Monti riporterebbe in pochi metri nel mondo di sopra, sul ponte di Corso Vittorio Emanuele. Ma noi oggi abbiamo deciso di immergerci del tutto, imperterriti, continuiamo a scendere.

Siamo sotto il ponte. In mezzo alle zampe di un elefante gigantesco che si gratta con gli spigoli di questi palazzi. Fa di nuovo scuro; eppure ci dà l’ultima possibilità di risalire: la scalinata a destra porta al Corso, di fronte via Cupa Vecchia, ma stamattina la luce la facciamo aspettare e allora ancora in giù. Il Padre Pio a grandezza naturale ha infiniti fiori finti. Con un signore che spunta dalla veranda ci mettiamo a chiacchierare di come si sta nel vicolo. La signora del basso è nata qui, ha vissuto qui, sotto il Corso, sotto. Il muretto del basso è alto perché dice che quando piove l’ acqua può pure salire, fino al segno, spero esagerato, che mi mostra con la mano. Molti altri bassi in questo posto che alto non è. La signora in vestaglia azzurra e le vicine discutono a volume troppo alto ché l’argomento pesa: qualcuno nei giorni scorsi qui deve essersi comportato male; ma la nota di base è di armonia, è di legami profondi, di donne vicine; di comunità. Bambini saltellanti sui gradini, e cani. Sono quasi stanco, ma il tragitto non è lungo. E’ profondo però, in questa città col subconscio a fior di pelle. Poi c’è la chiesa (Sant’ Antonio ai Monti, risale al 1563) che dà il nome a questo tratto di strada: è chiusa e pure lo stemma in alto è puntellato.

Dopo un viaggio che sembra dentro il corpo di Napoli (ore 11.09, 19 minuti per chi ha avuto il coraggio di continuare) usciamo su Piazzetta Olivella, che stamattina sembra più aperta di Largo di Palazzo.

Francesco Paolo Busco

Per leggere le altre puntate clicca sui link di seguito:

Percorso 1: Pedamentina di San Martino e Scala di Montesanto

Percorso 2: Calata S. Francesco

Percorso 4: Gradini del Petraio

Percorso 5: Cupa Vecchia

Percorso 6: Moiariello

Percorso 7: Salita Villanova

Percorso 8: Gradini Cinesi e Gradoni di Capodimonte

Percorso 9: Vico Paradisiello

Percorso 10: Dal Real Bosco di Capodimonte al mare della Gaiola

 

Un articolo di Francesco Paolo Busco pubblicato il 5 Novembre 2016 e modificato l'ultima volta il 18 Marzo 2017

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