lunedì 9 dicembre 2019
Logo Identità Insorgenti

NAPOLI A PIEDI

Nono percorso, vico Paradisiello: da via Foria a salire (fino a un cancello chiuso)

Ambiente, Arte e artigianato, Beni Culturali, Cultura, Identità, NapoliCapitale, Turismo | 17 Febbraio 2017

Vico Paradisiello, traversa

Pure stamattina partiamo da via Foria, angolo “Zuppa di cozze, da Corrado”, su via Michele Tenore. I primi scalini stanno già qua e sono belli. Ci sono pure gli alberi di limoni a portata di mano. Una novità: i pilastri di piperno, all’inizio e fine delle scale, non sono tondi ma a sezione ottagonale. Dopo poco all’improvviso, in fondo, nella luce, c’è Torre Palasciano, sembra vicinissima, l’avranno spostata. Subito sotto c’è una chiesa enorme, sulla destra alberi alti, curati, strani: oltre il muro c’è l’Orto Botanico.

A fianco al muro dove giocano a pallone, la polisportiva sta affacciata alla finestra di Michele Tenore. Dentro la chiesa (Santa Maria degli Angeli alle Croci) nella cappella laterale cinque elementi parlano tra loro. Poi un quadro bello spunta dentro all’ombra; e il pavimento a quadri e riggiole. Sul sagrato un Babbo Natale nun c’azzecca proprio.

Giriamo a destra per via Veterinaria. Stamattina però un altro caffè ci vuole: il caffè è buono e ci mettiamo a parlare e già nel bar ci danno idee per altre mille scale. Ma la notizia più importante, quella che avevamo chiesto è: “ma ‘sti scale, il Paradisiello, arriva fino a sopra? verso Capodimonte?”. Chi si, chi no; ma sono di più gli: “è chiusa, mo non si arriva più, sono almeno vent’anni”. Ua’. Se guardate la cartina ‘sta strada dovrebbe spuntare sopra al Moiariello e questa era l’idea e lo sfizio da fare stamattina. Ma andiamo avanti, non si può mai dire.

Dopo la 126 (ne esistono ancora? Questa sembra nuova, l’hanno fatta ieri): sta parcheggiata esattamente dove inizia il vicolo, come indicazione, non vi potete sbagliare; ci infiliamo per vico Paradisiello. Subito prima della tabella della strada le insegne sono tutte rotte: il paradiso evidentemente comincia solo dopo.

La scala è all’ombra ed il palazzo al sole. Gradini lenti: si sale piano. C’è gente nel vicolo, chi fermo, scende o sale. Pure due biciclette incatenate al corrimano, lungo, che si fa tutto il vicolo: con la pioggia o la vecchiaia forse qua si scivola. Più avanti sulla destra c’era una fontana. Ora c’è cresciuto un alberello messo dentro un vaso. Il rubinetto è antico: per non sprecare l’acqua aveva un contrappeso, uno lo gira e quello torna indietro. Dentro gli archi, al di là dei portoni, ci stanno stemmi a capa sotto di nobili pittati.

“O Maria concepita senza peccato…” sta sopra la porta della confraternita ad un bivio su vico Paradisiello. Nello stesso angolo, per gli indecisi, ci sta una panchina. La lapide dei caduti ha due aggiunte a penna. E pure sul muro, a fianco alla preghiera, qualcuno certifica che è un vero paradiso.

Ci infiliamo nel vicolo di fronte la panchina. Sul muro sta disegnato una specie di Buddha molto napoletano: sta rotondo e sdraiato, si riposa e c’ha pure il cappello. Poi il muro si abbassa e lascia alzare il sole: si stampa sul muro della casa a destra. Sembra una casa di campagna, sembra una strada di campagna, per la semplicità, il silenzio, la luce e il sole. Dal muro spuntano alberi di arance. Sulla porta di ferro ci sta scritto tutto: un cuore disegnato e sotto, grande, “LOTA”. Esce la signora che stava lavando la strada: per quanti secchi d’acqua e mazze ‘e terra abbiamo visto in questi pellegrinaggi non ci pare possibile che esista chi butta una carta per strada. Ci dev’essere qualcosa, un click semplicissimo, che ti fa decidere se lasciare o togliere il tuo tot di munnezza. Credo sia lo spirito di appartenenza: alcuni napoletani non riescono a sentire che la loro città è proprio roba loro.

Qua sopra ci stiamo soltanto la signora, io, la cupola di una chiesa enorme e questo metro e zerodue di vicolo di storia. Dentro al silenzio si sente il telefono squillare dentro casa: “scusate vado a rispondere; arrivederci. Si andate a vedere come finisce il vico”. Poi il muro si abbassa ancora e si vede la campagna. Un piccolo balcone di terra senza niente avanti.

Poi due rampe brevi salgono e vanno a destra; alberi di arance a fianco ai limoni e a sinistra si apre un altro tratto in piano. Dall’ultimo piano, che è pure il secondo, sta affacciato un signore. Gli chiedo di quale chiesa è la cupola grande che spunta fin qua sopra: mi risponde che si quella terra è sua. Ripeto parlando un poco più forte, stessa domanda e risposta uguale; la terza volta urlo ma non cambia niente. Però esce la signora dal balcone vicino, fa un cenno col capo verso il balcone a fianco e mi dice che è la chiesa che abbiamo visto quando siamo saliti: ci troviamo, sono due chiese enormi. Torniamo indietro verso la panchina. “Buona giornata, grazie”, verso il secondo piano.

Si ricomincia a salire sui gradini larghi. Appeso ci sta un filo d’acciaio e sotto una canna lunga tenuta con due anelli. Quando le carrucole erano beni di lusso e quindi non si poteva far scorrere il filo, era questo il sistema per appendere i panni usando tutto lo spazio tra un balcone e l’altro. Sulla canna si indossava il vestito e poi con gli anelli, spingendola, si faceva scivolare. Una signora che sale dice all’altra: “ti ricordi, pure noi usavamo le canne una volta, ‘a quantu tiemp’ nun l’ausamm’ cchiù”; e salgono con le buste della spesa. Dietro sale un operaio col sacco di cemento. La mia parte è troppo facile, li aspetto nella curva che fanno un bell’effetto.

Andando in fondo, senza girare, ci sta una piazzetta interna di un quartiere privato. Uscendo da qui, a sinistra, subito, c’è un arco. Anzi forse c’era. Il tufo ormai accenna solo l’arco, c’è una controfigura di legno a sostenere il tutto. Da qui guardando in fondo si vede una strettoia, o è proprio la fine, come ci avevano detto.

Voltiamo, però salendo, sulla destra, c’è un’altra apertura sotto un arco vero. C’è un cane che si allontana zoppo: fa finta di nulla, come se non stessimo entrando. Non hanno capito che meriterebbe la pensione, gli vogliono ancora far guardare la casa. Da qui si accede ad altre case ma noi ci fermiamo su questo angolo di ringhiera: da qui si vede una buona porzione. Il Real Albergo dei Poveri, poi i grattacieli davanti al vulcano. Anche terrazzamenti e cortili, verdi, privati. A fianco a noi una gallina, dentro la gabbia a terra vicino alla ringhiera.

Torniamo indietro, usciamo, e il cane pensionato ci abbaia un poco per guadagnarsi la giornata, ma lo sa che tra noi c’è un accordo: lui ha fatto finta che non siamo entrati e noi che a sentirlo ci siamo spaventati. Da qui in poi sulla destra ci sono lamiere tavole e tubi Innocenti. Saliamo per andare a vedere dove stamattina andiamo a parare.

Si sale altri pochi metri, in mezzo alle piante. Poi due alberi sono cresciuti davanti al cancelletto, proprio sui gradini, in mezzo alle scale. Non si va oltre, tocca tornare indietro. Se guardate sulla cartina invece dovrebbe essere aperto.

Lo avete capito leggendo e guardando le fotografie che questo articolo lo avevamo scritto un po’ di tempo fa, nel periodo di Natale. E allora perchè lo pubblichiamo solo adesso?

Be’ perchè abbiamo aspettato di indagare un poco. C’era rimasto questo dubbio: ‘sta scalinata sbucava, o dovrebbe sbucare? Allora siamo andati all’ufficio del Comune: Servizio Strade e Grandi assi viari. Dopo alcune ricerche ci hanno fatto vedere le piantine, fatte a mano, a penna e matita sopra fogli di carta; le chiamano “le strisce”.

E pare che questa strada allora non spuntava, nel certificato del Comune hanno scritto: “non comunicante”. Chi sa, forse una volta semplicemente c’erano meno muri: qualche cortile, pure se privato, non aveva ostacoli e consentiva tranquillamente di passare. Poi sarà cominciato un tempo di muri, di  difese alzate; forse perchè alcuni qua sopra non venivano solo per andare oltre.

E allora oggi il Paradisiello è così, è per i residenti ma anche per i puristi: per quelli che non gli importa di continuare, possono pure salire fino a qui solo per camminare un poco verso l’alto e vedere un posto antico. In fondo più sopra del Paradiso dove altro volete andare?

Francesco Paolo Busco

Per leggere le altre puntate clicca sui link di seguito:

Percorso 1: Pedamentina di San Martino e Scala di Montesanto

Percorso 2: Calata S. Francesco

Percorso 3: Salita Cacciottoli

Percorso 4: Gradini del Petraio

Percorso 5: Cupa Vecchia

Percorso 6: Moiariello

Percorso 7: Salita Villanova

Percorso 8: Gradini Cinesi e Gradoni di Capodimonte

Percorso 10: Dal Real Bosco di Capodimonte al mare della Gaiola

Un articolo di Francesco Paolo Busco pubblicato il 17 Febbraio 2017 e modificato l'ultima volta il 30 Aprile 2017

Articoli correlati

Ambiente | 4 Dicembre 2019

L’EMERGENZA

Rifiuti, così Napoli rischia la crisi. Impianti di smaltimento inesistenti

Ambiente | 25 Novembre 2019

LE DELIBERE

Ieranto, Punta Campanella, Astroni, Vivara e Campi Flegrei: arrivano i fondi per la riqualificazione

Ambiente | 10 Novembre 2019

TARANTO

Ilva, strappo tra Governo e ArcelorMittal: e cittadini e lavoratori al solito pagano il prezzo più alto

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi