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NAPOLI A PIEDI

Pizzofalcone, panorama con gru. E una ferita chiamata Villa Ebe

Beni Culturali, Cultura, Identità, Storia, Turismo | 6 Febbraio 2017

Sabato mattina mi sveglio con l’idea di andare a trovare la collina di Pizzofalcone. Ormai è di moda, dopo lo sceneggiato televisivo (oggi verrà trasmesso l’ultimo episodio) tratto dal romanzo giallo “I bastardi di Pizzofalcone”. Attraverso piazza del Plebiscito e mi infilo dietro il braccio sinistro del colonnato: c’è una piccola scalinata in mattoni con la balaustra verde che taglia le curve tonde delle Rampe Paggeria; tonde come i bracci del colonnato di cui questo muro è la parete di fondo. Dal lato della piazza è tutto marmo, da questo lato è tutto mattoni, quasi non sembrano lo stesso muro. Saliamo e incrociamo via Solitaria, poi via Pallonetto, via Egiziaca e via Monte di Dio.

Per ora non ci addentriamo nel quartiere, facciamo il giro facile e poi istintivamente siamo curiosi di arrivare sul culmine della collina, sul monte Echia dei primi coloni greci, dove c’era Parthenope, il primo insediamento, con l’isolotto di Megaride occupato adesso da Castel dell’Ovo, di fondazione della nostra città. Passiamo davanti Palazzo Serra di Cassano: ricordi freschi di lutto cittadino per l’Avvocato Marotta fondatore dell’Istituto Italiano per gli Studi filosofici, ma stamattina passiamo diritto: oggi vogliamo affacciarci, dall’alto, dal panorama più antico della città. E siamo pure curiosi dei posti dello sceneggiato: la sede del commissariato.

Quassù ci manco da un po’, ho dato un’occhiata alla cartina prima di uscire ma come sempre preferisco chiedere: si scoprono a volte cose nuove, e si chiede il permesso ai demoni del luogo. Il panorama sta su via Egiziaca a Pizzofalcone, e pure il commissariato del film. Allora per capire come arrivarci mi dirigo dentro un negozio di antiquario per chiedere informazioni. Ho azzeccato il personaggio giusto, che c’è nato proprio da queste parti e in tre parole mi ha fatto il quadro della zona. In fondo e poi a destra e ci troveremo dove vogliamo noi. Seguiamo le indicazioni. Dopo poco si inizia ad intravedere il palazzo rosso che nella realtà è l’Archivio di stato, nella serie il Commissariato di Polizia di Pizzofalcone. La lapide attaccata al muro lo dice chiaro chiaro: “Archivio di Stato, Sezione Militare”, dove la televisione pone esattamente la scritta “Commissariato di Polizia Pizzofalcone”. Qualcuno in scooter entra ed esce dal portone alto, forse sta in perlustrazione per queste strade con la nostra stessa curiosità.

Da qua sopra il panorama è sul mare, si vede tutto il golfo, e pure Castel dell’Ovo, vicino. Il mare è mosso: oggi non fa freddo, il vento è di libeccio, e il libeccio a Napoli alza mare. Ma un altro elemento domina il panorama quassù: una gru grande e grossa messa proprio al culmine della collina, a fianco al muro di tufo della villa di Lucullo e proprio annanz’ alla caserma Bixio. La gru che ogni volta che l’ispettore Lojacono del film s’affaccia dall’ufficio, s’a trova annanz’ all’uocchie. Sta qua per costruire un ascensore dal 2005; la fine dei lavori era prevista per gennaio 2013, “solo” quattro anni fa e ancora non si vedono grandi avanzamenti. In effetti a fianco alla gru ci sta un buco, sembra un pozzo, dentro la collina. Sta gru sta li ma mica gratis, sopra c’è scritto “Ditta Caio e Sempronio, Noleggio Gru”, e i lavori sono fermi.

Passa un residente sopra la Vespa e ci dice: “fotografate, fotografate bene questo posto che dovrebbe essere tenuto un gioiello, un posto storico e con la vista sul mare e invece guardate comm’ sta”. Tra la gru e la caserma, adiacente il muro romano, ci sta un campo di calcetto disegnato per terra. Sul muretto attorno stanno sedute sette otto persone. Forse stanno in pausa pranzo a pigliarsi un poco d’aria. Da qua sopra l’idea era scendere per le rampe Lamont Young. Ci hanno confermato stamattina che sono aperte, ma solo a piedi, e cominciamo a scendere.

Qui il panorama si apre ancora di più. Hanno un disegno geometrico che attrae l’occhio. Poi a metà altezza il castello neogotico: villa Ebe, la villa a forma di castello dove abitava proprio lui Lamont Young. Cancello chiuso, l’unica parte che sembra un po’ salvarsi è il giardino, un cartello dentro dice che “Il Comune di Napoli affida questo spazio verde al Centro Incontro delle Arti Pasquale della Monaco”, ma qualcosa deve essere andato storto, le arti qui a giudicare dallo stato del luogo e dal sito internet dell’associazione è da parecchio che non si incontrano più (indagheremo).

Sopra la porta d’ingresso del castello c’è una bellissima iscrizione tutta smalti e dorature, creata dal laboratorio di ceramica del centro Incontro delle Arti e dice: “Lamont Young, Napoli 1851-1929, utopista, inventore, ingegnere di una Napoli moderna”, che si starà sicuramente rivoltando, da parecchi anni, nella tomba. Lui che non è stato mai molto compreso dalle autorità pubbliche, forse perché era troppo “avanti”; sognava e progettava la sua “Metropolitana di Napoli” e il “Quartiere Venezia”: un quartiere lagunare, con canali navigabili che si estendesse da Posillipo fino a Bagnoli dove non metteva acciaierie ma costruzioni a vocazione ricreativa e turistica. Il castello appare abbandonato: i vetri rotti, dalle finestre spalancate si intravedono macerie, i resti dei solai che hanno ceduto dopo l’incendio del 2000. Nel 2008 la Regione Campania aveva stanziato poco meno di tre milioni e mezzo di euro (finanziamenti europei) per la ristrutturazione, ma non sembra che ne sia stato speso neanche uno, e speriamo, perché altrimenti l’impiego non sembrerebbe esattamente andato a buon fine. La giornata è grigia e non solo per il clima nuvoloso: queste scene non fanno bene all’anima, non accendono soli, provocano nubi.

Continuiamo a scendere lungo le rampe e a contare automobili semidistrutte, smontate, pure loro in stato di abbandono. Lamont Young era pure un appassionato di auto, proprio non è la sua giornata. Una signora al balcone appende il bucato e le chiediamo se il castello è abbandonato: “no, non è abbandonato”. “Si ma signo’ non è che sembra molto in forma”. “No ma non è abbandonato, è del Comune”. Ah e ci ritorna in mente l’ingegnere Young dentro la tomba che non trova pace. Scendiamo. Su via Chiatamone basta prendere per una breve traversa (via Alessandro Dumas padre) e stiamo a via Partenope, l’aria di mare e la luce aperta ristorano un poco. Poi ce ne torniamo verso via Toledo. Per oggi abbiamo visto abbastanza. Ah stasera ci sta l’ultimo episodio, ma è fiction.

A noi invece servirebbe che i napoletani si riappropriassero di questo posto; io ci metterei dentro l’Ufficio Idee Visionarie, qua, dentro il castello progettato da un visionario, in questo posto che sta in alto, avanti, davanti al mare e all’orizzonte, come la prua di una nave.

Testo e foto Francesco Paolo Busco

 

Un articolo di Francesco Paolo Busco pubblicato il 6 Febbraio 2017 e modificato l'ultima volta il 30 Aprile 2017

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