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NAPOLI EST

Un reportage da San Giovanni, tra i murales, per riflettere sul turismo post-Covid

NapoliCapitale | 21 Maggio 2020

A metà giugno dello scorso anno mi sono ritrovato ad avere tre giorni liberi dopo un convegno all’Università di Santa Maria Capua Vetere. Si parlava di Public History e io presentavo una ricerca sulle esperienze dei partigiani nelle scuole. Questo filone di ricerca (la storia pubblica) richiede, tra le altre cose, un approccio diretto con i testimoni degli eventi che si decide di studiare. Per un ricercatore questi soggetti rappresentano le fonti da raccogliere sulle quali sviluppare lo studio. Per quanto mi riguarda per le donne e gli uomini che custodiscono la storia e la cultura di un particolare luogo ho sempre avuto profondo interesse. È per questo che da tempo – già affascinato da canzoni, film e opere d’arte dedicate alla città – avevo preparato un mio personalissimo itinerario alla scoperta di Napoli, attraverso luoghi e personaggi che mi sapessero parlare della LORO Napule.

Periferia, calcio, anima, arte, politica. Il leitmotiv era segnato dalla voglia di conoscere una città che immaginavo autentica, entrando in stretto contatto con i suoi abitanti. E non è stato di certo un caso se alla fine dei miei tre giorni passati a macinare chilometri per le strade di Napoli, mi sia innamorato di questa città.

Prima tappa: San Giovanni a Teduccio

Non ho voluto sapere quale fosse il miglior percorso turistico per vedere le meraviglie artistiche e architettoniche partenopee. Non ho consultato guide e blog di viaggi. Come prima tappa, infatti, ho scelto San Giovanni a Teduccio: non proprio il gioiello del Golfo di Napoli. Raggiungere questo quartiere nella periferia sud non è così banale per un turista curioso. C’è un treno, forse anche una metro (non l’ho ancora capito), che è un mezzo mistero anche per gli addetti ai servizi ferroviari: forse perché un ragazzo con lo zainetto e la macchina fotografica al collo che chiede informazioni per San Giovanni può lasciare spiazzati o forse perché effettivamente è un posto poco frequentato. Non so dare una risposta. Tuttavia, il viaggio non dura più di un quarto d’ora (se non si considera la ricerca disperata del binario).

Jorit, Maradona e il Ché

Jorit, Maradona e il Ché. Ecco perché mi sono “allontanato” da una delle città più belle del mondo, nonostante avessi una stanza in pieno centro. Erano anni che desideravo vedere i murales di Ciro Cerullo e sapevo che nelle facciate laterali di due palazzoni popolari aveva disegnato dei capolavori conosciuti ovunque. Ingenuamente speravo anche di incontrarlo lì. In piedi sotto gli occhi di Guevara o di Diego, come a rivendicare il suo gesto d’amore per Napoli e per certe ideologie.

«Non è una bella zona», «è pericolosa», «stai attento», «ma che ci vai a fare?». Erano queste le parole di alcuni amici napoletani che frequento a casa mia tra Arezzo e Firenze, quando chiedevo loro consigli su come muovermi e cosa vedere. Non mi piace sentir parlare così della propria città. Io viaggio molto e so per esperienza che in qualsiasi luogo del mondo bisogna non essere sciocchi e sprovveduti. Per fortuna non li ho ascoltati. Seguendo la mia indole da vagabondo, alla mia prima volta a Napoli, nel primo giorno a spasso per le sue strade, ho trovato in questa periferia pezzi di ciò che gran parte della gente partenopea custodisce con orgoglio: arte, autenticità, politica e calore.

Sceso dal treno, la desolazione intorno alla stazione

Sceso dal treno mi sono subito reso conto della desolazione attorno alla stazione e per le vie che conducono al “Bronx di Napoli”. «È una zona povera» mi hanno detto in molte occasioni, «un quartiere popolare». A me sentire “quartiere popolare” fa venire un brivido. Sarà che sono cresciuto in una famiglia di sinistra, con il nonno partigiano. Sarà che dove sono nato questa è una parola in disuso o che comunque negli ultimi anni ha subito una cambiamento semantico importante. Sarà che mi sento profondamente legato a una certa parte dell’umanità. Insomma, quel brivido che mi sale ogni volta lungo la schiena è un’ondata di speranza; mi catapulta in un tempo passato in cui le attese si intrecciavano alla fiducia per un futuro dignitoso. Ecco che cosa significa per me “quartiere popolare”.  E come facevo a non entrarci dentro?

Poi ho visto il murale di Ché Guevara

“Piazzetta Mao Tse Tung” è stata la prima cosa che ho notato appena distolto lo sguardo dal fianco dell’immenso palazzo di via Sacco e Vanzetti. Una toponomastica tutta particolare, perché il nome della piazza è stato dipinto sul muro dagli abitanti del quartiere. Poi l’ho visto: il murale di Ché Guevara. È imponente. Il suo sguardo severo mi ha restituito amplificate le stesse emozioni che provo ogni volta che guardo la famosa fotografia che Alberto Korda scattò al guerrigliero nel 1960 a L’Avana. Immobile, con la testa puntata in alto in contemplazione ho sorriso emozionato mentre gli occhi mi si riempivano di lacrime. Tutto intorno scritte improbabili che rimandano a slogan e nomi della cultura di sinistra contribuivano a mescolare il turbinio di emozioni nella mia testa. Ho pensato a Livorno, a Bologna, a Cavriago, all’Argentina, a Cuba. Invece ero a qualche chilometro dal centro di Napoli. Mi sono gasato. Qualche passo dopo ho incrociato due uomini seduti davanti a un garage spalancato, riparati sotto l’ombra che la piccola rimessa gli avrebbe garantito ancora per pochi minuti. Era quasi mezzogiorno e il sole di quel giugno inoltrato scottava già tantissimo. Mi hanno salutato incuriositi e io, in una sfida tra curiosi, ne ho approfittato per scambiare con loro qualche parola. Attesa. La sensazione di attesa che sappiamo già verrà delusa. Questo mi ha lasciato quella conversazione, nonostante i loro sorrisi e la gentilezza, nonostante scherzassero con me e mi prendessero in giro. «Sì, questo è un quartiere di sinistra, ma una sinistra senza un partito e senza una voce».

Niccolò e Maradona

Proseguendo verso l’ingresso “sud” del Bronx mi sono fermato in un minimarket improvvisato alla disperata ricerca di acqua, dopo che ne avevo ingurgitata un litro e mezzo senza pietà per non morire di caldo. Qui ho conosciuto un altro abitante dei palazzi: Enrico. E insieme a lui un ragazzo e una donna che se ne stavano seduti a parlare. La bottiglia neanche volevano farmela pagare. Ho dovuto insistere più e più volte e lottare contro i loro sorrisi affinché mi permettessero di lasciare due euro sul bancone. Con Enrico ho parlato brevemente dei nostri percorsi di vita. L’uomo più fortunato del mondo io, uno super tenace lui. «È difficile. Tiro avanti come posso, mi arrangio. Il lavoro non c’è, ma è la cosa di cui abbiamo più bisogno». Sulla facciata dei due palazzoni sotto la quale si trova il negozietto, ci sono gli altri due murale di Jorit. Lo scugnizzo Niccolò, con la scritta “essere umani”, un omaggio a chi si trova a vivere a contatto con il disturbo dello spettro autistico, e il volto di Diego Armando Maradona. Ecco, parlare da toscano di Maradona a Napoli mi sa di eresia, perciò evito.  Ma quel ritratto così immenso e così realistico è stato come un vortice che mi ha tirato dentro l’universo, tutto partenopeo, che unisce sacro e profano, religione e calcio, reliquie e pallone.

Ho trovato molta umanità in questa periferia

Ho trovato molta umanità in questa periferia. È chiaro che una visita di poco più di un’ora e qualche chiacchierata qua e là non potranno mai equivalere a vivere la quotidianità del quartiere. Sono convinto, tuttavia, che le abitudini di un popolo, i suoi comportamenti, la sua indole, si possano cogliere anche dopo un una passeggiata come quella che ho fatto io. Questa è chiaramente una zona difficile. La mancanza di lavoro e opportunità è come se impregnasse l’aria e le mura delle case. Jorit ha fatto davvero un gesto rivoluzionario dipingendo sulle facciate di questi palazzoni popolari. È un grido, un appello, una cannonata. È proprio quello che un intellettuale dovrebbe fare. 

Forse Napoli l’avevo già trovata

Da San Giovanni ho quindi ripreso il treno per la Stazione centrale di Napoli. Sul profilo Instagram di Jorit avevo visto che proprio in quei giorni stava finendo il murales più alto del mondo al Centro Direzionale. «Lo becco» mi ripetevo «gli darò un abbraccio che non se lo scorderà finché campa», ma in quei tre giorni non l’ho mai incontrato. Neanche dopo aver passato due ore nel ristorantino sotto il San Giorgio operaio a Forcella, un altro dei suoi murales. Jorit per me è uno dei pochi rimasti che cerca di dare voce agli ultimi, ai più deboli. Si batte per gli altri con le sue armi, con umiltà e rispetto.

Passeggiare per tre giorni senza una meta precisa per i vicoli di Napoli mi ha fatto sentire a casa. Ho conosciuto tipografi, liutai, portieri, un incredibile venditore di fortuna e ragazzi che la sera affollavano i locali del centro. Napoli è una città viva, che si tiene stretta la sua anima a differenza di altre come Firenze, che conosco bene, mangiate dal turismo di lusso e dalla gentrificazioe. A Napoli l’arte è ovunque, che sia classica o contemporanea. E poi il cibo… vabbuò. Ma non voglio fare un elogio di quello che già si sa essere meraviglioso in questa città. Vorrei solo dire a chi leggerà questo piccolo reportage e che magari in tempi post Covid vorrà visitarla, che io Napoli l’ho scoperta e conosciuta non solo per le vie più belle, ma anche per le stradine secondarie. Tra i giovani e tra gli ultimi. Canticchiando i 99 Posse o Pino o gli Almamegretta a Sanità e nei Quartieri Spagnoli. Ma a pensarci bene, Napoli l’avevo già trovata a San Giovanni a Teduccio.

Francesco Bellacci

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 21 Maggio 2020 e modificato l'ultima volta il 21 Maggio 2020

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